Riceviamo e pubblichiamo la riflessione di Giulia Ciriaci
Per chi mi conosce, sono una catechista di “lungo corso”. Vorrei condividere una semplice riflessione sulla Pasqua vissuta dai ragazzi di oggi, confrontandola con quella dei nostri tempi.
Non lo faccio per nostalgia, ma perché sento quanto sia difficile oggi trasmettere il mistero della Pasqua: prima ancora della fede, vorrei aiutarli ad acquisire sensibilità e conoscenza verso quel Gesù che ci ha tanto amati. Purtroppo, mi rendo conto che, al di fuori della limitata ora di catechismo, questi ragazzi non ricevono altri stimoli.
Ricordo con affetto il mio paese d’origine, Santa Maria, una piccola frazione di Acquasanta Terme: era una vera comunità che ci aiutava attraverso segni tangibili. Penso al silenzio delle campane “legate”, sostituite dal suono dei tric-trac; al rispetto dell’astinenza dalla carne che si respirava il venerdì nella bottega di “sor Ze’”, l’unico alimentari, dove le donne richiamavano chi faceva richieste “improprie” (come la mortadella o la prosciutella).
Ricordo la benedizione delle case, con le mamme che pulivano tutto a fondo per esserne degne, e la Via Crucis del venerdì, che aveva la priorità su studio e giochi.
Pure il ” grande villaggio” della TV contribuiva: adeguava il palinsesto, abolendo la musica il Venerdì Santo in segno di rispetto. C’era un’attenzione collettiva, una “comunità educante” che oggi sembra inesistente.
Oggi il pluralismo sembra aver demolito questi riferimenti. I ragazzi che non frequentano la chiesa non hanno più segni tangibili dalla comunità in cui vivono. Quei vecchi simboli non portavano alla fede, ma sicuramente alla consapevolezza, al rispetto e, per i più sensibili, al pathos.
Proprio per questo credo che le rievocazioni storiche del Venerdì Santo, come quella di Grottammare (il mio paese acquisito), siano preziose. Restano forse l’unica forma in cui la collettività si esprime e dà un segno visibile. Nonostante le critiche sulla forma o sul modo di assistervi , sollevate da più parti, queste tradizioni offrono al giovane di oggi un momento di sosta rispetto alla frenesia moderna. E in quella sosta Dio si avvale di segni semplici: la compostezza dei figuranti, Maria Addolorata vestita di nero davanti al figlio morente, un Cristo disfatto per Amore che non molla, o più semplicemente un commento di uno spettatore alle sue spalle. E perché no? Una parola volgare con cui anche lui intermezza abitualmente i suoi discorsi, ma che in quel contesto gli appare particolarmente squallida e inopportuna.
Se nascerà anche solo la curiosità di fermarsi un attimo, questi aspetti riaffioriranno e con essi forse anche le domande di senso.»
E voi cosa ricordate del contributo della vostra comunità sulla vostra Pasqua?