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“Questo non lo sapevo” Il voto di castità è solo per i religiosi o anche per i preti?

DIOCESI – Prosegue la nuova rubrica, “Questo non lo sapevo”, curata da Don Francesco Mangani, sacerdote della diocesi di Ascoli Piceno. I lettori possono inviare le loro domande all’indirizzo e-mail settimanaleancora@gmail.com oppure scriverle come commento a questo articolo.

Rispondiamo alla domanda che il signor A. ha inviato in redazione:
Volevo chiedere: i primi preti erano sposati? Il celibato è stato introdotto dalla Chiesa nei secoli successivi. L’ultimo caso famoso di un sacerdote che ha lasciato il ministero per vivere probabilmente la sessualità è quello di Alberto Ravagnani, da come si evince dai suoi ultimi video.
Ma il celibato è limitante per un sacerdote?
Il celibato poi non è il voto di castità. Quindi in teoria un sacerdote potrebbe andare con una donna?
Domanda fatta con tutto il rispetto, solo per capire“.

Per aiutarci a rispondere al meglio, abbiamo chiesto a Giancarlo Brandimarti, nostro insegnante di storia della Chiesa presso la Scuola di Formazione Teologica delle nostre diocesi Picene.
Ecco un breve excursus storico per quanto concerne la Chiesa latina. “Secondo il diritto canonico della Chiesa Cattolica latina, il celibato ecclesiastico è un obbligo di diritto ecclesiastico, non divino, per cui i chierici ordinati (diaconi, presbiteri, vescovi) sono tenuti a vivere in perfetta castità per il Regno dei Cieli, in completa dedizione a Cristo. A questa disposizione fanno da corollario il canone 277 § 1 e il canone 1087, in cui si stabilisce che chi ha ricevuto i sacri ordini attenta invalidamente al matrimonio, cioè il matrimonio è nullo per chi è chierico, a meno che non intervenga una dispensa pontificia. A fissare definitivamente questa norma canonica fu il Concilio Lateranense II del 1139, conosciuto anche come X Concilio Ecumenico, convocato da Papa Innocenzo II per porre fine allo scisma dell’antipapa Anacleto II e ristabilire l’unità della Chiesa. Nei 30 canoni di riforma che esso promulgò, viene stabilito quanto segue:

  • I vescovi e i preti devono assumere un atteggiamento esterno modesto, e viene prescritta ogni forma di ostentazione (canone 4).
  • Il matrimonio dei preti e dei religiosi è dichiarato invalido e non più solo illecito (canoni 6, 7 e 11).

Il celibato ecclesiastico trova le sue motivazioni teologiche in considerazioni di carattere

a) Cristologico: all’ordinato, all’apostolo, viene richiesta la più completa possibile uniformità all’esempio e alla missione divina di Cristo;

b) Ecclesiologico: l’ordinato consacra la propria vita alla Chiesa in modo esclusivo, in spirito di completa dedizione;

c) Escatologico: l’ordinato, con la sua vita a imitazione di Cristo e in totale dedizione alla Chiesa, è segno e testimone di ciò che attende i fedeli nel Regno dei Cieli.

Il celibato è una scelta libera che di solito si manifesta al momento del diaconato, al termine di un cammino di formazione.

Il primo atto ufficiale in cui viene stabilito il celibato ecclesiastico risale al Concilio di Elvira del 306 (sette anni prima dell’Editto di Milano): esso dichiarò che ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi era proibito avere relazioni sessuali con le proprie mogli e generare figli. Nel successivo Concilio di Cartagine del 390, a conferma delle origini apostoliche di questa prassi, il vescovo Aurelio disse: “Quando nel concilio scorso si considerava il regolamento della continenza e della castità riguardo ai tre ordini collegati per la loro consacrazione alla castità, cioè i vescovi, i presbiteri e i diaconi, fu presa la decisione che conviene che i sacri prelati e sacerdoti di Dio, ed anche i leviti, quelli che servono ai sacramenti divini, siano totalmente continenti, per poter ottenere da Dio quello che chiedono con semplicità, affinché anche noi conserviamo ciò che gli apostoli hanno insegnato e l’antichità ha osservato”.

In tempi più recenti una posizione netta nei confronti dell’obbligo del celibato ecclesiastico è stata assunta dal Concilio di Trento (1545/’63), che ha vietato il matrimonio dopo l’ordinazione, ribadendo l’invalidità di tali unioni. In particolare il Concilio ha ribadito l’esclusione del matrimonio per chi ha ricevuto gli ordini sacri; ha previsto la scomunica per coloro che sostenevano la validità del matrimonio per i chierici sposati e per coloro che ritenevano il celibato un obbligo non necessario; ha evitato, con l’istituzione dei seminari, il ricorso a uomini sposati per l’ordine sacro; ha riproposto il celibato non solo come regola, ma come dono carismatico e imitazione di Cristo e degli Apostoli.

Sulla stessa linea si pone anche il Concilio Ecumenico Vaticano II (1962/’65), che nel decreto Presbiterorum ordinis n. 16 ribadisce la “convenienza” del celibato sia come imitazione di Cristo sia per rendere testimonianza nell’orizzonte escatologico del Regno dei Cieli.

Alla questione Paolo VI dedicò un’enciclica, la Sacerdotalis caelibatus (1967), in cui afferma: «Il celibato sacerdotale, che la Chiesa custodisce da secoli come fulgida gemma, conserva tutto il suo valore anche nel nostro tempo».

Ringraziamo Giancarlo per il suo intervento. A questo punto, per completare il discorso, aggiungiamo una riflessione teologica sul significato della castità e del celibato.

Spesso abbiamo una visione legalista e schematica; per questo si danno interpretazioni parziali e non sempre precise. È necessario integrare il discorso nella più ampia visione dell’esperienza vocazionale. La castità, nella visione cristiana, non è infatti la sola e semplice astinenza, ma educazione dell’amore e dell’amare: è la capacità di vivere affettività e corpo in modo ordinato, secondo la vocazione ricevuta. Non nega l’amore umano, ma lo purifica e lo orienta al dono.

Per questo ogni stato di vita ha la sua forma di castità.

  1. Nel matrimonio, la castità non è rinuncia alla sessualità, ma il suo compimento nella verità dell’amore: fedele, rispettoso e fecondo. Come ricorda la liturgia in un prefazio nuziale, l’unione degli sposi è un amore “casto e fecondo”. Qui la castità è maturità dell’amore, capacità di dono reciproco che non cade nel possesso o nell’egoismo, ma si apre all’altro e alla vita.
  2. Nella vita religiosa, la castità è segno di consacrazione totale a Dio. Il religioso, attraverso i voti, rinuncia alla vita matrimoniale per orientare tutta la sua esistenza al Signore. Questa scelta, nella tradizione cristiana, è letta come segno escatologico: anticipazione del Regno, dove Dio sarà tutto in tutti. Non è una semplice rinuncia, ma una forma radicale di amore che attraversa preghiera, vita comunitaria e servizio.
  3. Nel sacerdozio diocesano, la castità si esprime nel celibato, che non è un voto religioso ma una promessa ecclesiale legata al ministero. Nella Chiesa latina, come abbiamo ascoltato nell’excursus storico, è consolidato da secoli. Diverso il discorso dei cattolici bizantini, che seguono una disciplina molto simile a quella delle Chiese ortodosse. Il sacerdote latino rinuncia a una famiglia propria per dedicarsi totalmente alla comunità ecclesiale. La sua è una paternità spirituale: genera alla fede attraverso la Parola, i sacramenti e l’accompagnamento.

Se il religioso vive la castità come consacrazione, il sacerdote non ne fa un voto, ma la incarna nel celibato, soprattutto come dono pastorale.

Cosa succede se allora un coniuge, o un religioso o un sacerdote trasgrediscono a questo aspetto della loro scelta?

Precisiamo che ogni forma esprime il segno esteriore e pubblico della vocazione, il cosiddetto “foro esterno”. Tuttavia, ogni scelta di vita porta con sé la realtà interiore dell’uomo, fatta di fragilità, lotta e crescita, che riguarda il “foro interno” dell’esperienza spirituale. Tutti tendiamo alla scelta fatta, ma è umano cadere e commettere piccoli o grandi errori. I vizi capitali ce li portiamo dentro sempre e comunque; il “buon combattimento della fede” è quella sana lotta nella quale, nonostante le cadute, ci si rialza più maturi e si guarda con fiducia al Signore. La vocazione, in ogni sua forma, non è una scommessa con se stessi, ma un affidarsi, così come siamo, a colui che ci ha chiamati, nonostante la nostra indegnità. È qui che entra in gioco una distinzione antica, di origine patristica: quella tra caduta e stato abituale. La vita spirituale è un continuo combattimento, in cui grazia e peccato si incontrano e si scontrano nel cuore dell’uomo. La “caduta” indica un cedimento occasionale, una debolezza che non definisce stabilmente la persona. Anche i santi hanno conosciuto zone d’ombra e fragilità; spesso nei loro scritti ci sono tanti “non detti”, come a dirci che nessuno è esente dal limite. La “spina nel fianco” di Paolo, al capitolo 12 della Seconda Lettera ai Corinzi, ne è l’esempio più eloquente. I grandi santi hanno spesso “coabitato” con le proprie debolezze, puntando alla forza che veniva dall’amore di Dio in loro. Proprio attraverso le cadute hanno imparato l’umiltà e sperimentato la misericordia di Dio, diventando capaci di guardare gli altri non con giudizio, ma con compassione, sull’esempio di Cristo, che non è venuto a condannare, ma a salvare.

Così anche uno sposato, un religioso o un sacerdote possono attraversare momenti di debolezza. In questi casi la via è quella della conversione. Ogni stato di vita comporta una relativa opera di pentimento attraverso la confessione, l’accompagnamento spirituale e una ripresa del cammino. La caduta resta un peccato, ma non rompe necessariamente il cammino vocazionale, se è vissuta nella verità e nella lotta interiore.
Diverso è lo “stato abituale”. Qui non si tratta più di fragilità, ma di una condizione stabile, spesso anche pubblica, in cui la persona vive in modo continuativo in contraddizione con la propria vocazione. In questo caso la questione non è solo personale, ma anche ecclesiale: la vita non corrisponde più alla promessa o al voto fatto davanti a Dio e alla Chiesa. Questo vale per il religioso rispetto ai voti, per il sacerdote rispetto al celibato e per gli sposi rispetto alla fedeltà matrimoniale. Quando questo stato abituale è evidente e consolidato, la Chiesa, con prudenza e discernimento, interviene secondo la prassi canonica. Resta il fatto che ogni vocazione è un cammino fatto di luci e ombre, in cui la grazia lavora dentro la fragilità; eppure proprio nelle nostre miserie sperimentiamo e comprendiamo ancor meglio la misericordia del Padre.

È importante ricordare che tutto questo non riguarda solo la castità. La società di oggi tende a fissarsi su alcuni aspetti, dimenticando la complessità dell’essere umano.
Per questo è necessario uscire da schemi rigidi, dai moralismi e da giudizi superficiali. La Chiesa non nega la fragilità umana, ma neanche la banalizza. La via cristiana non è né il giudizio spietato né il permissivismo, ma la verità vissuta nella misericordia: riconoscere il peccato senza identificare la persona con esso, e non negare mai la possibilità della conversione. Di fronte alle scelte altrui — anche quando diventano pubbliche e suscitano clamore, come nel recente caso di don Alberto Ravagnani — l’atteggiamento più autentico resta quello del rispetto, del silenzio e della preghiera, evitando il giudizio affrettato e il pettegolezzo. Spesso dietro c’è tanta sofferenza. Ogni coscienza è sacra e complessa; a nessuno è dato profanarne la dignità. In fondo, basta guardarsi dentro per capire la complessità che ci abita e riconoscere una verità che la Scrittura esprime con forza: “Più fallace di ogni altra cosa è il cuore e difficilmente guaribile; chi lo può conoscere?” (Ger 17,9). “L’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore” (1Sam 16,7).

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