SAN BENEDETTO DEL TRONTO – In occasione della festa del Papa, la comunità della Parrocchia di San Benedetto Martire si è riunita in un clima di gioia e comunione presso il Monastero Santa Speranza di San Benedetto del Tronto. Questo incontro, vissuto come momento di condivisione e di riflessione, ha offerto a tutti i presenti l’opportunità di sostare, ascoltare e riscoprire la figura di San Giuseppe.
Leggi l’articolo: La gioia dello stare insieme, don Guido Coccia: “Cosa, nella tua vita, ti spinge a muoverti?”
In questo contesto di fraternità e preghiera, si inserisce la riflessione di Suor Patrizia Nocitra, che con semplicità e profondità accompagna i presenti a cogliere il valore spirituale di questa festa.
San Giuseppe, L’ombra del Padre.
Il titolo è quello di un romanzo, scritto su San Giuseppe, in cui l’autore, Jan Dobracznski, ha narrato in forma di romanzo la vita di San Giuseppe. Un libro ormai edito da tanto tempo, ma interessante per come vi si leggeva la figura di San Giuseppe: come ombra del padre. Ovviamente, ombra del Padre celeste. Giuseppe si situa all’interno della genealogia di Matteo sia come figlio del patriarca Giacobbe/Israele e sia, al termine della genealogia, come figlio di Giacobbe e sposo di Maria. Al momento della nascita del Giuseppe, figlio del patriarca Giacobbe, gli viene dato il nome di Giuseppe, nome che significa Dio aggiunge. Nel nostro contesto, Dio aggiunge l’uomo giusto, Giuseppe, perché si compia il disegno di Dio, quello di donare l’atteso da tutte le genti: Gesù che viene per donare la salvezza a tutti attraverso la sua Pasqua. Giuseppe è proprio l’uomo chiamato da Dio ad essere l’ombra del Padre celeste per il Figlio Gesù, l’Unigenito del Padre. Giuseppe “padre nell’obbedienza”. Noi sappiamo che era un umile falegname, promesso sposo di Maria. il Vangelo dice che era un uomo giusto, che osservava la legge anche nel Vangelo. Egli ebbe veramente il coraggio di assumere la paternità legale di Gesù, al quale, come padre, impose il nome che gli era stato rivelato dall’angelo. Padre nell’obbedienza, perché Giuseppe obbedisce alla volontà di Dio che si manifesta attraverso quattro sogni: il primo (Mt 1, 20-21) scioglie i dubbi di Giuseppe su Maria che si trovava incinta, che non vuole ripudiare esponendola alla vergogna, al all’essere poi additata come adultera, Giuseppe, in questo senso, è veramente un uomo che ha rispetto per la dignità altrui. Ma soprattutto possiamo scoprire in lui un sentimento molto forte di un amore verso questa donna che non sarà sua. Nel secondo sogno (Mt 2, 13-15) l’angelo dice a Giuseppe di prendere il bambino e sua madre e fuggire in Egitto perché Erode vuole cercare il bambino per ucciderlo. Giuseppe non esita ad obbedire all’angelo e, nella notte stessa, parte e va in Egitto. Nel terzo sogno (Mt 2, 19-21) l’angelo comunica a Giuseppe di alzarsi e ritornare e ritorna in Israele.
Nel quarto sogno (Mt 2, 22-23) viene avvertito di non andare in Giudea, ma di andare ad abitare in una città chiamata Nazareth. Questi quattro sogni sono caratterizzati da un verbo, il verbo prendere, che, potremmo dire, che è il verbo di Giuseppe, prendere, che in italiano noi intendiamo come un semplice prendere le cose, prenderle in mano, ma prendere anche in italiano ha l’accezione di accogliere, di mettere in atto, di essere operativi. Quindi, è un verbo che va a toccare quella parte, quel sentimento di intimità, di interiorità che dice il prendersi cura… di Maria e di Gesù, e di portarli in salvo. Ed è bellissimo, perché l’angelo lo dice al presente, prendi. E invece poi, dopo il sogno, per dire l’obbedienza di Giuseppe, è detto prese, quindi è stato compiuto ciò che l’angelo aveva aveva detto di fare. Giuseppe padre, quindi, nell’obbedienza padre nell’obbedienza, perché ha pronunciato il suo sì, come Maria, nella concretezza delle opere compiute. Giuseppe, poi, è “padre nell’accoglienza”, non “della”, ma “nella” e perché si diventa padri, proprio nell’obbedire a Dio e in quell’obbedienza a Dio si scopre una dimensione di paternità diversa: di un padre che diviene tale proprio perché obbedisce e accoglie. Nel seguire la voce e le indicazioni del Signore, quindi mettere in atto anche la sua vocazione personale.
E nella accoglienza, apre la sua la vita a un progetto che non era sicuramente quello che avrebbe voluto. Giuseppe non è un uomo rassegnato passivamente. Lui è un coraggioso e forte protagonista della sua vita.
“Padre nell’accoglienza” è accettare il dono del Signore nella nostra vita. Essere accogliente per Giuseppe significa essere un padre che educa il proprio figlio. Lo cura, lo nutre, lo porta avanti da bambino, lo aiuta a crescere fino ad essere un uomo, gli insegna anche il lavoro, quello di falegname. Giuseppe educa Gesù a vivere da uomo adulto. Educare vuol dire tirare fuori quello che uno ha dentro. E Giuseppe tira fuori quello che ha dentro Gesù: essere chiamato il Figlio di Dio e crescere nella missione e vocazione che il Padre celeste gli ha affidato. “Padre nell’ombra”, dunque, lo diventa proprio perché è nell’ombra del Padre, con la P maiuscola. Nella paternità, Giuseppe vive la stessa paternità del Padre che è nei cieli, una paternità responsabile, libera, voluta, accolta. Una paternità che non si tira indietro nelle difficoltà. Una paternità che è proprio quella che ricalca, che educa e tiri fuori la vocazione fondamentale, la missione che Gesù ha nel cuore, quella, cioè, di compiere (lo dice Gesù stesso nell’episodio del ritrovamento nel tempio fra i dottori in Lc 2)la volontà del Padre suo. “Padre nell’ombra”… essere padri non ci si nasce, ci si diventa, Giuseppe è diventato Padre, perché ha aiutato Gesù, il figlio, ad entrare nell’esperienza della vita, della realtà. Non lo trattiene, non lo imprigiona, non lo possiede, lo rende, invece, capace di scelte, di libertà, di partenze… è questo essere padre.
E Giuseppe ci insegna con questo sentimento che l’amore è libertà. L’amore vero, lascia libero l’altro. Giuseppe ha saputo decentrarsi da sé e accogliere e prendersi cura di Maria e di Gesù. Non vive la vita del figlio, non diventa lui il protagonista della vita del figlio, ma fa in modo che questa vita si spalanchi sempre più a spazi dell’inedito. Ogni figlio porta sempre con sé un mistero e Gesù, qui, è un mistero inedito che può essere rivelato solo con l’aiuto del Padre celeste. Giuseppe è padre consapevole di completare la propria azione educativa e di vivere pienamente la paternità solo quando si è reso inutile, cioè quando il figlio diventa autonomo, quando cammina da solo sui sentieri della vita. Giuseppe ha sempre saputo che quel bambino non era il suo, ma era il Figlio del Padre celeste. Quindi, lui, Giuseppe, è ombra dell’unico Padre celeste, ombra che segue il figlio. “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre”.
Questo dice Dio a Giuseppe e lo dice ad ogni padre: alzati e prendi con te la tua sposa, tua moglie e i tuoi figli e accompagnali nella vita. Abbiamo concluso la nostra riflessione con la preghiera che Papa Francesco ha messo a conclusione della lettera su San Giuseppe Patris Corde: Salve, custode del Redentore, sposo della Vergine Maria, a te affidò il suo figlio. In te Maria rispose La sua ripose la sua fiducia con te Cristo diventò uomo o beato Giuseppe, Mostrati padre anche per noi. E guidaci nel cammino della vita, ottienici grazia, misericordia e coraggio. E difendici da ogni male. Amen.