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La guerra non è mai una soluzione

(Foto ANSA/SIR)

Di Gianni Borsa

Un mondo sempre più in ebollizione. Dall’Ucraina all’Africa, fino a Gaza, sono decine i fronti aperti. E ora in prima pagina è tornato il Medio Oriente. Rimarrà una guerra tra Usa-Israele e Iran oppure c’è il serio pericolo – che si va concretamente profilando – di un infiammarsi della regione, dal Libano all’Iraq, passando per i Paesi arabi? “Purtroppo, l’estensione del conflitto è già avvenuta. Basti pensare proprio al Libano, che forse era già nei piani di Israele. E la reazione di Hezbollah sta scatenando un’invasione via terra. Ci sono forti incognite in tutta l’area, cresce il numero delle vittime e degli sfollati. Obiettivamente, la situazione è gravissima”. Andrea Lavazza, editorialista di “Avvenire”, docente di Filosofia morale all’Università Pegaso, esperto di questioni internazionali, analizza con il Sir quanto accade in Medio Oriente, il ruolo dell’Europa, gli scenari possibili.

(Foto A. Lavazza)

Si può immaginare cosa accadrà nelle prossime settimane?
Dopo l’attacco di Stati Uniti e Israele al regime criminale dell’Iran la realtà è andata subito complicandosi. La reazione di Teheran era prevedibile, però il conflitto si è subito allargato a molti Paesi. D’altro canto, è possibile ritenere che la capacità offensiva dell’Iran non duri a lungo, almeno per la guerra a lungo raggio: diverso è il caso della Stretto di Hormuz, più facile da controllare. Comunque, le incognite sono moltissime: è una guerra cominciata apparentemente senza un piano ben congegnato. Forse si sperava in una vittoria nel giro di pochi giorni… C’è stata probabilmente una sottovalutazione della reazione iraniana.I vertici del regime sono stati colpiti, eppure la guerra prosegue, portando con sé ulteriori problemi collaterali:uno dei quali è il costo dell’energia, con il prezzo del petrolio in ascesa. Il costo del greggio penalizza i Paesi importatori, fra cui quelli europei, mentre gli Stati Uniti sono autonomi in questo senso e anzi possono fare cassa vendendoci gas. Lo stesso dicasi per Putin, che con gas e petrolio più cari aumenta le sue entrate. Direi che gli effetti di questo conflitto sembrano andare oltre quanto si era immaginato all’inizio.

L’Europa non intende, al momento, essere coinvolta in un conflitto avviato da Washington e Tel Aviv, senza l’avallo dell’Onu né tanto meno la copertura della Nato. È legittima la posizione assunta dai governi di Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Spagna?
Anzitutto, tengo a ribadire che il regime iraniano, sul quale si sono scatenate le forze americane e israeliane, era e rimane liberticida, antidemocratico e pericoloso sotto ogni punto di vista. Ci sono però due ordini di considerazioni. Dal punto di vista politico e del diritto internazionale si può affermare, giustamente, come fanno alcuni leader, che questa non è la guerra dell’Europa. È stata avviata da due Stati, senza alcuna autorizzazione Onu e senza una minaccia imminente. D’altro canto, se la guerra dovesse prolungarsi, e ci fossero attacchi, e magari vittime o danni per parte europea – cominciamo a subirli –, si dovrà immaginare una risposta. Che si spera assuma la via diplomatica, mediante un’azione europea comune e determinata.Ma affinché l’Europa possa avere un peso, occorre che i 27 Paesi aderenti raggiungano una convergenza politica. Invece vediamo un quadro articolato:Spagna e Regno Unito hanno negato le basi agli Usa, eppure poi la Spagna ha inviato una nave militare. Germania e Francia non vogliono essere coinvolte. L’Italia sembra alla ricerca di un equilibrio complicato: ma se ci fossero altri attacchi ai nostri contingenti nell’area? Una cosa è certa: a livello di Consiglio europeo, dove siedono i 27 leader Ue, emergono posizioni assai differenziate e persino dei personalismi (Von der Leyen, Kallas, Costa). Si evidenzia quello che non funziona, ciò che manca nell’architettura europea: una politica estera e di sicurezza comune, ostacolata anche dalle decisioni da assumere all’unanimità.

Restiamo sull’Unione europea: era nata con l’obiettivo della pace e tuttora dovrebbe essere quella la sua prima missione. Ma conta qualcosa?
La pace è la prima missione dell’Ue, e questo non va dimenticato. Ma la pace è più praticabile finché si resta entro il proprio perimetro: nessuno può negare che entro i confini dell’Ue la guerra non ci sia più stata dopo la Seconda guerra mondiale. Più difficile è dare forma alla pace se si va sul palcoscenico internazionale, dove i protagonisti sono molteplici, con interessi e prospettive diversi. Complessivamente, non c’è una capacità diplomatica che sfrutti il peso politico, economico e persino militare dell’Unione europea. Il caso dell’Ucraina è emblematico: se ne sostiene ampiamente la resistenza all’aggressione russa, ma non si riesce a mettere i contendenti attorno a un tavolo di pace cui sieda anche Bruxelles.

Quando parliamo di guerre facciamo i nomi di Stati, di leader politici, raccontiamo di eserciti, missili e ogni altro strumento di morte. A suo avviso, ci si rende ancora conto che sotto le bombe muoiono le persone, crollano case e ospedali e scuole, le sofferenze e le povertà crescono in maniera smisurata? L’opinione pubblica è consapevole di queste tragedie?
Si corre oggi più che mai il rischio di dimenticare che cosa accade davvero con una guerra. Oppure di farci l’abitudine. Il racconto dei media e dei social può anestetizzarci. Viene minimizzato quello che resta sotto le macerie: il sangue, morti e feriti, drammi familiari, migrazioni forzate, povertà. Inoltre, le guerre generano odio che rimane per generazioni. Aggiungerei che ogni giorno appare più difficile pensare che domani avremo un Iran democratico, rispettoso dei diritti umani, collaborativo sul piano internazionale. La guerra non è mai una buona soluzione.

Si combatte nella terra delle tre grandi religioni monoteiste: possono svolgere un ruolo pacificatore?
Va detto che si sta alimentando disprezzo per le religioni e persino per esponenti religiosi (lo sono, ad esempio, gli stessi ayatollah). Vengono coinvolti i luoghi santi: su Gerusalemme sono caduti frammenti di missili. Peraltro, ci sono espressioni religiose vicine ai poteri politici che sono ben lontane dal seminare parole e gesti di riconciliazione e di pace. In questo senso Papa Leone rappresenta una vera voce di pace. Che dovrebbe essere ascoltata.

Professore, in questo quadro lei intravvede una luce?
Non mancano persone e organizzazioni che operano a favore di chi è sotto le bombe, di chi soffre, o è ferito, o in fuga dalla guerra. Tanti operatori umanitari sono accanto ai rifugiati, cercando di lenire le loro sofferenze. Personalmente mi ha colpito anche il gesto, forte, della Chiesa italiana che venerdì scorso ha raccolto l’invito del Papa alla preghiera e al digiuno.Non si risolve così la guerra, ma si dà un segnale che lascia intravvedere l’aspirazione e il forte bisogno di pace.Di fronte ai drammi e alle preoccupazioni dell’oggi, appelli e gesti di pace possono avere valore profetico. Spiace che in Italia l’informazione non cattolica e lo stesso mondo politico abbiano sottovalutato quel gesto. Soprattutto perché non si sono viste altre forme di mobilitazione delle coscienze.

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