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Marwa e Delia del Liceo Rosetti: “Ciò che sembra inevitabile può essere fermato”

DIOCESI – Nell’ambito del progetto su comunicazione ed informazione denominato “La foresta che cresce“, il giornale L’Ancora ha indetto un concorso rivolto agli studenti e alle studentesse delle Scuole Superiori del Territorio: ogni giovane che ha preso parte al progetto potrà scegliere una notizia della settimana precedente e commentarla con un articolo scritto singolarmente o a più mani. Tutti gli articoli verranno pubblicati, di volta in volta, sul giornale L’Ancora e durante il Meeting Nazionale dei Giornalisti e delle Giornaliste, che si terrà tra la fine di Maggio e l’inizio di Giugno 2026 a San Benedetto del Tronto, verranno decretati i vincitori o le vincitrici.

Inauguriamo oggi la pubblicazione degli articoli con un servizio scritto a quattro mani da Marwa El Ouardy e Delia Galloni, studentesse della classe 3ª del Liceo Scientifico “Benedetto Rosetti” di San Benedetto del Tronto.

Di Marwa El Ouardy e Delia Galloni

Nei giorni scorsi la stazione ferroviaria di Pisa è diventata il teatro di una protesta che ha attirato l’attenzione di molti cittadini e viaggiatori. Il 12 marzo 2026 un gruppo di manifestanti ha deciso di bloccare il passaggio di un convoglio ferroviario che trasportava mezzi militari. Il treno si è fermato. Poi ha fatto marcia indietro. L’azione è durata diverse ore e ha causato rallentamenti e ritardi nella circolazione dei treni. Ma al di là dei disagi per chi era in viaggio, quell’episodio ha sollevato una domanda più grande: quale ruolo hanno le infrastrutture civili quando vengono utilizzate per trasportare materiale militare?

A prima vista potrebbe sembrare solo un fatto di cronaca. In realtà racconta molto del momento storico che stiamo vivendo. Dietro a quel convoglio, infatti, non c’erano soltanto veicoli dell’esercito, ma un sistema logistico molto più ampio che attraversa porti, strade e ferrovie italiane per sostenere operazioni militari e politiche di riarmo. Un sistema che di solito resta invisibile, lontano dagli occhi dei cittadini e dalle loro preoccupazioni quotidiane. La protesta di Pisa ha fatto esattamente l’opposto: ha reso visibile qualcosa che normalmente passa inosservato.

L’iniziativa è stata organizzata da gruppi pacifisti, studenti e cittadini contrari al transito di armamenti. I manifestanti si sono seduti sui binari davanti al convoglio, mostrando bandiere della pace e striscioni contro la guerra. Per chi ha partecipato, quel gesto aveva soprattutto un valore simbolico: fermare, anche solo per qualche ora, ciò che ai loro occhi rappresenta una parte del meccanismo che alimenta i conflitti. Non è una forma di protesta nuova. Azioni simili fanno parte della tradizione della resistenza civile: quando alcune decisioni politiche vengono percepite come ingiuste o pericolose, il dissenso smette di essere soltanto una posizione espressa a parole e diventa un’azione concreta.

Secondo i manifestanti, l’obiettivo non era semplicemente bloccare un singolo treno, ma attirare l’attenzione dell’opinione pubblica su un tema di cui si parla poco. L’episodio ha suscitato reazioni diverse. Alcuni cittadini hanno espresso solidarietà verso i manifestanti e verso il loro messaggio pacifista. Altri, invece, hanno criticato la protesta, sottolineando i disagi causati alla circolazione ferroviaria e ai passeggeri. Gli attivisti chiedono soprattutto maggiore trasparenza e un confronto pubblico più ampio sulle scelte politiche legate alla difesa e al commercio di armamenti. Decisioni che riguardano tutti i cittadini di una democrazia.

Resta però una domanda che l’episodio di Pisa porta inevitabilmente con sé: perché il passaggio di mezzi militari attraverso il territorio viene spesso considerato normale, mentre fermarlo diventa subito uno scandalo?
Di certo ciò che è accaduto a Pisa non è stato soltanto un episodio di cronaca locale. Ha aperto una riflessione più ampia sul rapporto tra guerra, istituzioni e partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, anche quando si tratta di scelte che riguardano indirettamente le dinamiche militari globali.

Il treno è tornato indietro. Probabilmente ripartirà da un’altra parte, lungo un’altra linea ferroviaria. Ma per qualche ora, a Pisa, qualcuno ha dimostrato che anche ciò che sembra inevitabile può essere fermato. 

Carletta Di Blasio: