Di Pietro Pompei
In questi giorni alcuni nomi sono diventati presenza costante – e inquietante – nel nostro quotidiano: Vladimir Putin, Volodymyr Zelensky, Donald Trump, Benjamin Netanyahu, Ali Khamenei. Figure che, tra minacce, dichiarazioni e rivendicazioni, occupano le prime pagine e alimentano un clima di tensione globale.
Pace e guerra si rincorrono, generando nei popoli un sentimento doppio e contrastante: da una parte una sorta di fatalistica rassegnazione all’idea dello scontro, dall’altra il timore concreto per le conseguenze che potrebbero travolgere tutti. Ogni giorno si susseguono proclami, avvertimenti, accuse reciproche. Un rumore di fondo che entra nelle nostre case e finisce per minare la serenità delle famiglie, trasformando l’insicurezza in inquietudine e talvolta in irritazione.
I giornali aprono con titoli allarmanti, le televisioni moltiplicano dibattiti e approfondimenti. Si discute come se si trattasse di scenari lontani, quasi cinematografici, nei quali ci si sente coinvolti solo per la durata della trasmissione. Eppure la tensione è reale e attraversa anche le nostre tavole domestiche, dove spesso emergono opinioni contrapposte.
Quando si parla di “pensiero debole”, forse si dovrebbe includere anche la superficialità con cui si affrontano temi di enorme portata come la guerra e la pace. La ricerca del colpevole finisce troppo spesso per seguire l’orientamento politico di ciascuno, irrigidendo le posizioni e rendendo il confronto più aspro.
Le famiglie di oggi riuniscono tre, talvolta quattro generazioni, ciascuna con memorie e sensibilità diverse. Di fronte al dilemma tra guerra e pace, il passato pesa. Chi ha conosciuto la guerra aspira a una pace concreta, costruita giorno per giorno. La generazione di mezzo desidera stabilità, condizione necessaria per una vita serena. I più giovani, lontani dall’esperienza diretta dei conflitti, rischiano talvolta di viverne il racconto con leggerezza o distacco.
Non di rado il “pacifismo” si trasforma in etichetta ideologica più che in autentico impegno per la pace. Il giurista Vittorio Frosini osservava che la caratteristica eminente dell’ideologia pacifista è quella di essere un fenomeno di natura politica che incide direttamente sulla vita di relazione. Il rischio, allora, è vedere il male solo da una parte, come spesso suggeriscono slogan e dichiarazioni durante le manifestazioni.
Già il poeta latino Orazio, nelle Epistole, scriveva: “Quidquid delirant reges, plectuntur Achivi” – per qualsiasi follia dei re, a pagarne le conseguenze sono gli Achei. Un monito antico ma sempre attuale: nelle contese dei potenti, sono i popoli a soffrire.
Dire no alle minacce, alle guerre e a ogni forma di violenza è doveroso. Ma è altrettanto necessario contrastare il terrorismo, l’arroganza dei regimi autoritari e tutte quelle realtà che continuano a macchiarsi di stragi e a destabilizzare intere regioni. Tuttavia, non basta fermare le armi: occorre anche liberare i popoli dalla fame, dall’ignoranza e dalle malattie, affinché possano diventare consapevoli dei propri diritti e dei principi di libertà e democrazia.
Un ruolo decisivo spetta alla comunità internazionale. Solo rafforzando organismi come le Nazioni Unite si potranno attendere risultati concreti e duraturi.
Nel 1990 il vescovo Antonio Riboldi ricordava: «Volere la pace non significa dire “voglio la pace” o “vivere in pace”, ma combattere l’indifferenza che è nei nostri cuori e nelle nostre azioni». E aggiungeva: «Volere la pace significa impegnarsi nella famiglia, nella strada, nei posti di lavoro a combattere la violenza».
Forse è proprio da qui che occorre ripartire: da un impegno quotidiano, concreto, lontano dagli slogan e vicino alle persone. Perché la pace non è solo un ideale da invocare, ma una responsabilità da costruire insieme, ogni giorno.