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FOTO Ascoli, carceri e psichiatria: recidività al 70%. Giorgio Rocchi: “Con la Caritas offriamo occasioni di ascolto, accoglienza ed accompagnamento”

ASCOLI PICENO – Si è tenuta ieri, giovedì 26 febbraio 2026, dalle ore 18 in poi, presso l’Auditorium Cesare Cellini ad Ascoli Piceno, la presentazione del report annuale di Antigone Marche.Tutti più chiusi”.

A presiedere l’incontro, dal titolo “Tutti più chiusi”, sono stati  Giulia Torbidoni, presidente di Antigone Marche, Giorgio Rocchi, direttore della Caritas diocesana di Ascoli Piceno, Angelomarco Barioglio, Direttore del reparto di Psichiatria Territoriale Ast Ascoli Piceno, ed Enrichetta Vilella, capo area giuridico-pedagogica della Casa Circondariale di Pesaro.

Presenti tra il pubblico Massimiliano Brugni, vicesindaco del Comune di Ascoli Piceno, Enrico Piergallini ed Antonio Mastrovincenzo, consiglieri regionali delle Marche, Simone Breccia, direttore della Caritas di Ancona, Giorgio Magnanelli ed Enrico Pascali, rispettivamente presidente e vicepresidente della Conferenza regionale Volontariato e Giustizia.

Numeri, ma soprattutto persone

A rompere il ghiaccio è la presidente Giulia Torbidoni che, dopo aver fatto proiettare alcune immagini girate nel 2023 presso il carcere di Pesaro, invita i presenti a fare un “gioco di ruolo”: «Vi invito a riflettere che dietro ai numeri, che verranno riportati, ci sono soprattutto delle persone. Pensiamo perciò a come ci comporteremmo, se fossimo noi ad essere in certi ambienti, se fossimo noi a stare su un barcone in piena notte, se fossimo noi i familiari di quel detenuto morto tre giorni fa, se fossimo noi i detenuti stessi, se fossimo noi ad avere problemi di tossicodipendenza o se fossimo noi ad aver perso tutto nel corso di una vita che stava andando in un’altra direzione»

Verso una maggiore umanizzazione della condizione dei detenuti

Invitato a prendere la parola, il vicesindaco Massimiliano Brugni, afferma: «Partiamo dal presupposto che in carcere ci sono persone. Il cardinale Zuppi, quando è venuto presso la Casa Circondariale di Marino del Tronto, ha detto che è nostro compito umanizzare la condizione delle persone che sono all’interno delle carceri e l’impegno dev’essere da parte di tutti. Partendo da questa riflessione, come ambito sociale-territoriale e come Comune, proponiamo diverse attività di mediazione culturale e linguistica, laboratori di scrittura, laboratori teatrali; insomma, per farla breve, presentiamo tutta una serie di attività atte a favorire il reinserimento. A tal proposito importantissimo è il lavoro fatto dalle nostre associazioni di volontariato, come la Caritas e la Società San Vincenzo De Paoli, che forma i volontari nelle carceri»

Report 2025: le carceri sono i nuovi manicomi?

«Il nostro report s’intitola “Tutti più chiusi”  – spiega la presidente Giulia Torbidoni –  e non è un titolo casuale: ripensando a tre anni fa, il report era chiamato Oltre il limite, perché avevamo cominciato a vedere una progressione importante dei numeri ed iniziavamo a vedere una crescita in determinati ambienti; successivamente, lo abbiamo intitolato Nessuno escluso, poiché come associazione non escludiamo nessuno. Dal titolo di quest’anno si evince che il limite è stato superato».

Il report, come ogni anno, è diviso in due parti: la prima presenta la situazione regionale e internazionale; mentre, la seconda è un approfondimento sulla psichiatria.

Parlando di numeri, le Marche hanno raggiunto la totalità delle 1080 presenze all’interno delle carceri, con un sovraffollamento del circa 125%. Eccezione di questa statistica è l’Istituto di Fossombrone, che ha un controllo specifico riguardo alle persone al proprio interno.

«Ci ritroviamo- prosegue Torbidoni – più o meno ogni anno a dire le stesse cose con gradazioni sempre più accentuate: gli istituti hanno bisogno di manutenzione, di risorse e di ulteriori divisioni; quindi, in sintesi, c’è bisogno di soldi da impegnare nelle ristrutturazioni e nelle manutenzioni di questi istituti. Viene da sé pensare che, osservando il sistema carcere nella sua totalità, qualcosa non funzioni e lo dimostra lo stesso Ministero che attesta un tasso del 70% di recidività, a dispetto del restante 30%. Ci troviamo dunque tutti chiusi in un sistema che non torna più per nessuno, non solo per i detenuti».

Conclude infine la presidente con un interrogativo che interpella tutte le istituzioni e la società: «In carcere sempre più persone usano psicofarmaci; dunque, da qui emerge la sensazione che le carceri siano i nuovi manicomi e la domanda che sorge è: siamo tutti matti? O c’è qualcosa alla base che non sappiamo? Qualcosa di pregresso che non abbiamo saputo intercettare o altri tipi di malessere vari?»

 “Tutti più chiusi”: lo sono i carcerati o anche noi?

La parola passa a Giorgio Rocchi, il quale parte da un ribaltamento del titolo del report: « “Tutti più chiusi” non termina con un punto di domanda, ma ci interroga lo stesso. Viviamo in una situazione sociale e culturale in cui non solo il carcere è chiuso, ma anche la stessa società stessa: di fronte ad alcune complessità dei fenomeni sociali, infatti, anche noi ci chiudiamo. Uno spaccato della chiusura sociale lo abbiamo avuto con il pre ed il post COVID: si è creta una chiusura emotiva e culturale motivata dalla paura. Insomma, la chiusura non è solo fisica, ma riguarda mentalità, linguaggi, paure e narrazioni. Lo scopo della presenza della Caritas in carcere è garantire che dentro entri la comunità, mentre fuori ci siano occasioni di ascolto, accoglienza ed accompagnamento.

Come dice il Cardinale Zuppi, «abbiamo avuto modo di dichiarare che più si umanizza, più le condizioni per il futuro sono le migliori. Non possiamo accettare che prevalga un’ignoranza che ci riporta indietro nei secoli, ma dobbiamo essere rigorosi nel linguaggio e nei concetti. Quando qualcuno dice “che marcisca in carcere”, dobbiamo avere il coraggio di dire che è un commento ignorante. Il nostro compito è invertire questa tendenza e generare cultura nel senso più alto, cioè far capire che la Giustizia non è vendetta, che la dignità non si toglie a nessuno».

Tracciare percorsi ed accompagnare

Segue l’intervento dello psichiatra Angelomarco Barioglio: «Il mio lavoro, fuori dal carcere, è quello di disegnare percorsi per i pazienti affinché arrivino a maturare una propria autonomia e ad avere un tenore di vita soddisfacente. In genere il percorso comincia con una vita comunitaria, per poi arrivare alla vita in appartamento e ad un completo reinserimento delle persone all’interno della società. Questo garantisce alle persone, finalmente inserite, una vita dignitosa e serena.

Il lavoro nella Casa Circondariale è abbastanza simile, ma senz’altro più faticoso. Nonostante questo, il grado di soddisfazione è molto alto, poiché ci sono persone che necessitano di aiuto, che hanno problemi psichici e che presentano una condizione clinica obiettivamente difficile. Cerchiamo di instaurare con loro un colloquio psicologico e di effettuare perizie psichiatriche per avere un quadro generale della persona. Trovo bellissima l’interpretazione del titolo proposta da  Giorgio Rocchi, perché a noi viene chiesto di trovare delle soluzioni e la Magistratura ci investe del compito di guidare le persone durante l’uscita, perciò è nostro compito individuare dei programmi di trattamento e delle strutture apposite, così da trovare soluzioni adeguate a dei percorsi riabilitativi atti a garantire loro una completa autonomia e serenità».

Dottoressa Vilella: “Carceri chiuse, contesto agghiacciante”

A chiudere la serata è Enrichetta Vilella, che annuncia una grande notizia: a Pesaro il Consiglio Comunale ha deliberato il bando per il garante dei diritti delle persone private della libertà.

Il suo intervento, dal titolo provocatorio “Carcere, sostantivo maschile”, rivela che «le donne sono il 4% della popolazione detenuta da sempre; il totale delle donne detenute fa nemmeno un grosso istituto maschile. Si parla un linguaggio maschile all’interno degli istituti, tanto che abbiamo dovuto attendere il 2011 affinché venisse emanato un regolamento del carcere al femminile. Prima di allora, le donne erano come inesistenti. Faccio un esempio: negli ordini venivano richiesti numerosi rasoi, ma non assorbenti».

Conclude Vilella: «Gli operatori delle carceri, sia noi dell’amministrazione penitenziaria sia i volontari esterni, sono soliti esultare per i piccoli successi del proprio lavoro, ma è importante la concretezza. Il nostro percorso è lunghissimo, ma ha una reazione molto potente. Ecco perché è importante la relazione tra il detenuto ed il mondo esterno.

Il carcere chiuso comporta che nessuno entri. Certe decisioni vengono prese per il timore che non ci sia sicurezza; tuttavia, in campo medico, una sicurezza ce l’abbiamo: la guarigione di un individuo contagioso è un interesse di tutta la comunità. Così dovrebbe essere anche per la questione carcere. Per questo chiediamo che i detenuti non siano più degli invisibili, anzi che, al contrario, sia stimolata una relazione educativa tra dentro e fuori».

In definitiva, la conferenza è stata solo un momento di condivisione di dati, ma anche, e soprattutto, un’occasione per conoscere la condizione dei detenuti nelle carceri marchigiane e riflettere su come umanizzarla. C’è ancora molta strada da fare, ma questo intanto è un primo passo.

 

 

 

 

 

 

 

Alessandro Palumbi: Nato ad Ascoli Piceno il 05/11/2001, ho conseguito la laurea triennale in Lettere Classiche presso l'università degli studi di Macerata e sto per concludere il percorso di laurea magistrale in Filologia Classica