DIOCESI – Pubblichiamo la Lectio delle Sorelle Clarisse del Monastero Santa Speranza di San Benedetto del Tronto.

Nella prima domenica di Quaresima, la liturgia ci propone il brano delle tentazioni di Gesù nel deserto. Questo episodio segue, non a caso, quello del Battesimo di Gesù. In quella situazione, Gesù aveva fatto una esperienza forte del suo essere Figlio di Dio. Ricordiamo sicuramente la voce del Padre che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

Le tentazioni con le quali il diavolo mette alla prova Gesù, partono proprio da questo, dall’essere Figlio di Dio. È in gioco, in questa esperienza, proprio il significato dell’essere Figlio di Dio.

Prima tentazione: “Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane…”

Che Figlio di Dio sei se non puoi trasformare le pietre in pane e così sfamarti? Perché non usi il potere che è proprio di un Figlio di Dio e dimostri, con questo gesto, la forza che è propria di un Figlio di Dio?

Seconda tentazione: “…lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù…”.

Se sei Figlio di Dio dimostralo facendo ciò che è impossibile agli uomini: buttarsi dall’alto e non morire, tanto ci sono gli angeli pronti ad intervenire e che ti verranno a soccorrere.

Terza tentazione: “…lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai…”. Satana, a questo punto, non camuffa più la sua proposta ma propone direttamente a Gesù di lasciar perdere Dio e perseguire, invece, potere e gloria. Renditi autonomo da Dio. Perché vuoi essere figlio? A che cosa ti serve? A rimanere affamato, povero, servo, magari rifiutato e deriso? Lascia perdere, vieni dalla mia parte e diventerai qualcuno.

Proviamo a riassumere queste tre tentazioni. È come se il diavolo, avvicinandosi a Gesù e sollecitandolo come abbiamo letto, gli voglia dire: ti dico io come devi fare Dio! Ti suggerisco io come si deve comportare un vero Figlio di Dio!

Il Diavolo tenta Gesù per spingerlo ad incarnare un Dio potente, miracolistico, padrone, lontano anni luce dall’uomo e dalla sua storia. Gesù sceglie, invece, di non avere, di non essere, di non potere. Gesù sceglie di non rinunciare alla sua umanità: le sue risposte al diavolo sono tutte tratte dalla Scrittura, dalla Parola che Dio ha consegnato al suo popolo. Una Parola che indica all’uomo la strada per vivere in pienezza la potenza e la bellezza del proprio limite, un limite che diventa luogo di apertura, incontro con Dio, amore e servizio per gli altri.

La tentazione che il serpente insinua nella donna – lo leggiamo nella prima lettura tratta dal libro della Genesi – è, invece, proprio questa: chi l’ha stabilito che il limite dell’essere umano è quello di essere creatura e non creatore? Così ci si illude che l’unico modo per vivere è perseguire il superamento del limite, annullare la morte, concepire la propria esistenza come se si fosse dio.

La seconda lettura, tratta dalla lettera di San Paolo ai Romani, fa da sintesi: «…se infatti per la caduta di uno solo [Adamo] tutti morirono, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo si sono riversati in abbondanza su tutti. […] Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo.

Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti».

Non è necessario, quindi, credere in un Dio onnipotente che preserva dalle tentazioni, dai pericoli o dalle tragedie della vita, ma fidarsi di un amore che, all’interno della vita stessa, libera dal male impedendogli di essere l’ultima parola sulla vita stessa.

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