Di Riccardo Benotti
“Studiava, lavorava e stava vivendo un percorso di ricerca personale e di fede”. Mons. Luigi Testore, vescovo di Acqui, interviene sull’omicidio di Zoe Trinchero, la diciassettenne uccisa nei giorni scorsi a Nizza Monferrato. La giovane era catecumena e seguita da un sacerdote della diocesi nel cammino verso il battesimo.
(Foto Siciliani-Gennari/SIR)
Eccellenza, che cosa può dirci del percorso di fede di Zoe?
Non l’ho conosciuta personalmente, ma dal sacerdote che la accompagnava nel cammino di catecumenato emerge il profilo di una giovane impegnata nello studio e nel lavoro, con una vita attiva e articolata. Stava maturando un interesse autentico per la fede e aveva intrapreso un itinerario verso il battesimo, seguito con continuità.
Come ha reagito la comunità diocesana?
È una vicenda che ha colpito profondamente la comunità. La famiglia di Zoe è conosciuta e già accompagnata da un sacerdote della diocesi, con il quale esiste un dialogo diretto.
Come Chiesa sentiamo la responsabilità di restare accanto alle famiglie coinvolte, consapevoli che in situazioni come questa le parole sono spesso insufficienti e che la prossimità passa anzitutto dall’ascolto.
Rimaniamo disponibili per un accompagnamento di chiunque ne avverta il bisogno.
Zoe Trinchero, 17 anni, è stata uccisa nella notte tra il 6 e il 7 febbraio a Nizza Monferrato, in provincia di Asti. La giovane studiava e lavorava presso un bar della stazione. Per l’omicidio è stato fermato un giovane di 20 anni. Le indagini sono in corso.
Questo caso riporta l’attenzione su un fenomeno che sembra ripetersi con cadenza impressionante.
Forse questa vicenda ci richiama alla necessità, oggi, di investire con maggiore decisione nell’educazione all’affettività e nel rispetto dell’altro, soprattutto tra i giovani.
Sono percorsi essenziali che il sistema scolastico fatica ancora ad assumere in modo strutturato, pur essendo sempre più necessari.
Chi frequenta contesti educativi come quelli ecclesiali può disporre di alcuni strumenti in più, ma molti giovani che hanno come unico riferimento la scuola non ricevono un’adeguata formazione in questo ambito.
C’è una difficoltà nell’intercettare queste fragilità prima che si trasformino in tragedie?
Sì, casi come questo segnalano la presenza di un disagio profondo, che non sempre le famiglie riescono a riconoscere o a comprendere in tempo. In assenza di altri punti di riferimento educativi e relazionali, queste fragilità rischiano di restare invisibili fino a quando non esplodono in modo drammatico.
I dati mostrano che la violenza contro le donne non è un fatto episodico. Quale responsabilità è chiamata ad assumere anche la Chiesa di fronte a questa realtà?
In quanto comunità cristiana
Dobbiamo interrogarci su quali percorsi di educazione all’affettività e al rispetto dell’altro siamo in grado di proporre ai giovani che si avvicinano alla Chiesa, consapevoli che essi rappresentano una quota minoritaria rispetto al totale.
Allo stesso tempo dobbiamo chiederci come contribuire, insieme ad altri soggetti sociali, a percorsi educativi più ampi, perché non si tratta di un fenomeno confinato alla cronaca: la sua consistenza statistica richiede un impegno che vada oltre il semplice racconto mediatico e si traduca in presenza educativa e culturale.