C’è un passaggio, nell’annuncio sobrio e istituzionale della Diocesi di Milano, che sembra scritto apposta per essere ignorato: «La sofferenza che una simile decisione provoca in tante persone può diventare anzitutto occasione di preghiera».
Occasione di preghiera, non di processi sommari. E invece.

Basta scorrere i commenti apparsi nelle ore successive alla comunicazione sulla sospensione del ministero presbiterale di don Alberto Ravagnani per rendersi conto che la sofferenza, più che essere accompagnata, è stata in molti casi sezionata, giudicata, usata come clava.
Come se molti aspettassero questo momento.

Come se la decisione fosse una conferma tanto desiderata: “Lo sapevo”, “Era solo questione di tempo”, “Troppa visibilità”, “Si vedeva”.

Il fallimento, nel racconto social, non è mai umano: è sempre spettacolare.
E qui la prima domanda, scomoda ma necessaria: quando un sacerdote, una persona “cade”, stiamo davvero cercando la verità o stiamo solo cercando un motivo per cui scrivere?

Per chi si professa cristiano, la questione è ancora più imbarazzante.
Gesù non è stato ambiguo sul tema: «Perché guardi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo?».
Eppure, davanti a un comunicato che parla di discernimento, preghiera, accompagnamento, molti hanno risposto con sentenze, ironie velenose, condanne senza appello.
In molti commenti non c’è misericordia, non c’è pudore, non c’è silenzio.
C’è solo la smania di dire qualcosa. Qualsiasi cosa. Subito.
Forse il problema non è che un prete si fermi. Forse il problema è una comunità che non sa più fermarsi.

Ma non è solo una questione “interna” ai credenti.
Per chi non crede, o non sente di appartenere alla Chiesa, dovrebbe comunque esistere una linea morale minima, una sorta di educazione civile del pensiero.
Qui vale un proverbio antico «Un bel tacer non fu mai scritto».
Non tutto richiede un’opinione.

Tacere, a volte, non è vigliaccheria: è intelligenza emotiva. È rispetto. È umanità.
E allora forse serve che prendiamo coscienza che non siamo cavalieri su un cavallo bianco della verità.

Siamo spesso asini che contribuiscono alla cavalcata dei social aggressivi, convinti di ragliare giustizia mentre stiamo solo amplificando rumore e odio.
Ogni volta che scriviamo con cattiveria su “il caduto di turno”, oggi don Alberto, domani qualcun altro, non stiamo difendendo valori: stiamo allattando il veleno della violenza verbale, del disprezzo e per chi crede del divisore.

E il disprezzo, prima o poi, torna a bussare anche alla nostra porta.

Credenti e non credenti hanno oggi una responsabilità comune: reimparare la benevolenza verso il prossimo, anche sui social.
Forse la vera domanda non è perché un prete si ferma.
La vera domanda è: perché noi non sappiamo più fermarci davanti alla fragilità altrui?

E se davvero non sappiamo cosa dire, se non siamo capaci di pregare, comprendere o accompagnare… allora sì, per una volta, meglio tacere che ragliare.

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16 commenti

  • Salvatore Tumino
    01/02/2026 alle 18:21

    Io credo che bisogna fare religioso silenzio e grande rispetto per la decisione presa e sarebbe opportuno pregare e mostrare vicinanza morale nei confronti di chi con sofferenza ha dovuto prendere questa decisione preghiamo per tutti i sacerdoti perché il Signore li accompagni nella vita ❤️ ciao a tutti

  • Chiara Angelucci
    01/02/2026 alle 22:37

    condivido pienamente con comprensione xchiha il coraggio di decisioni importanti e tanta preghiera x i sacerdoti in prima fila nel mondo attuale! con affetto

  • Elisabetta Tatti
    02/02/2026 alle 08:38

    Grazie per questo bellissimo articolo, finalmente una parola di luce, di misericordia, di AMORE... la scelta di don Alberto può essere un passaggio di verità in un cammino di ricerca di Dio, la accogliamo in preghiera per lui... Ma ciò che crea scandalo e divisione è la corsa al linciaggio da parte dei cattolici... ma cosa abbiamo imparato in tanti anni accanto a Nostro Signore se il cuore è così pieno di veleno? facciamo un serio esame di vita...

  • Maria Teresa
    02/02/2026 alle 10:44

    Gentile Redazione di Ancora, ho letto il vostro articolo e desidero condividere una riflessione personale. Ritengo che tutti, indistintamente, siamo chiamati a fare un mea culpa: i laici, credenti e non credenti, e in modo particolare i responsabili della Chiesa cattolica. In momenti come questi sento necessario stare vicini ai sacerdoti, evitando giudizi e offrendo invece vicinanza e sostegno, da parte di tutti. Situazioni come quella descritta non dovrebbero diventare occasione di contrapposizione o di condanna, ma piuttosto un richiamo a camminare più vicini, con maggiore responsabilità, umanità e misericordia. Una lettrice

  • Marco
    02/02/2026 alle 15:08

    Condivido questo articolo, il problema non è chi lascia il sacerdozio ma chi giudica. Penso che se un sacerdote lascia il proprio servizio alla Chiesa e che sicuramente la servirà in un altro modo rende più poveri tutti. Personalmente credo che se un membro della Chiesa soffre, noi solidalmente siamo chiamati a curare e fasciare queste ferite con la preghiera, il digiuno e l'ascolto dello Spirito Santo, se non lo facciamo saremo chiamati a rispondere anche noi davanti a Dio di questa omissione.

  • Graziano
    02/02/2026 alle 15:13

    i social sono tremendamente accaniti e non hanno alcuna attenzione verso le persone che possono commettere degli errori e cadere soprattutto in questi casi dove la fragilità umana può sopravvento. Abbiamo sempre il dito puntato, la critica facile nel condannare, siamo come nel sinedrio pronti a giudicare e a condannare. La misericordia e il silenzio dovrebbero dominare la nostra lingua e il nostro cuore. Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all'esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all'esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d'ipocrisia e d'iniquità. il silenzio e la preghiera anziché condannare e puntare il dito. Noi non siamo certo dei santi!!!

  • Franca Ciappina
    02/02/2026 alle 15:45

    Conosco personalmente Don Alberto e vi assicuro che lontano dai social ha operato il suo ministero in maniera completa. Umano , grande capacità di ascolto e una passione nel comunicare specialmente ai ragazzi la Parola di Dio senza essere pesante e lontano dalla vita di tutti i giorni. Infatti.,durante le sue messe ,alle h.18 la chiesa era sempre piena. Adesso è il tempo del rispetto, silenzio e preghiera.

  • Anna Rita Tracanna
    02/02/2026 alle 15:53

    Io credo che non sia il silenzio la scelta migliore ma la riflessione. L'esposizione mediatica sui social e' un pericolo per tutti, figuriamoci per un sacerdote! La Chiesa istituzionale credo che dovrebbe mettere dei limiti ai i suoi ministri. Internet e' un mezzo potente nel bene e nel male. Bisogna essere ben attrezzati per non rimanerne fagocitati. il demonio lavora instancabilmente

  • POTITO ASPROMONTE
    02/02/2026 alle 17:16

    La chiesa dovrebbe affrontare il problema, sarebbe opportuno valutare la necessità per i preti di sposarsi.

  • Giuseppe Puglia
    02/02/2026 alle 19:39

    Nessuno può sapere quale sofferenza interiore un uomo può vivere in particolari momenti della vita. L'atteggiamento giusto è quello del rispetto, del silenzio e della preghiera. Il Signore, comunque, gli rimarrà sempre vicino.

  • Mario
    02/02/2026 alle 23:03

    Lc 9,62

  • Giorgio Valentini
    02/02/2026 alle 23:14

    forse sbagliamo anche noi a commentare l'articolo: ci vuole silenzio e misericordia.

  • annalisa sanguineti
    03/02/2026 alle 06:38

    Speriamo che capisca,che preghi e rientri nei ranghi...

  • Angelo
    03/02/2026 alle 07:32

    Speriamo che le sue motivazioni diano un bello scossone ad una Chiesa che sembra aver scelto il medioevo e non il Concilio Vaticano II.

  • Fiorenzo De Moli
    03/02/2026 alle 07:41

    la scelta è personale, ovvio. Ma sei il protagonista addirittura convoca a distanza di pochissimi giorni un evento pubblico per parlare di "scelta" presentando un suo libro , non significa forse che proprio lui desidera che se ne parli?

  • D. Natale Trevisan
    03/02/2026 alle 09:44

    "Durante le sue messe la chiesa era sempre piena" si legge in un commento. Tutto qui il pericolo, lo sbaglio. Crediamo nel Signore o nel 'don' che occasionalmente ci attrae? Sbaglio dei fedeli, pericolo per il prete. Seguiamo con semplicità e umiltà le norme liturgiche. E i Vescovi stiano vicino ai propri preti...

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