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Khaby Lame e l’uomo che vende se stesso

(Foto ANSA/SIR)

C’è un gesto che ha attraversato gli schermi di mezzo mondo: due mani aperte, palmi verso l’alto, un’espressione che mescola rassegnazione e sarcasmo. Era il modo di Khaby Lame di dire, senza parole, ciò che tutti pensavano: “Ma era ovvio”. Quel gesto valeva più di mille spiegazioni. Ora vale quasi un miliardo di dollari. O meglio: è stato valutato 975 milioni, ma pagato in azioni speculative di una società quotata al Nasdaq. La notizia è passata come l’ennesima storia di successo della creator economy. Un ragazzo cresciuto nelle case popolari di Chivasso, licenziato durante il lockdown, diventato l’influencer più seguito al mondo. Ma la realtà è più inquietante. Perché Khaby Lame non ha venduto una quota del proprio lavoro. Ha ceduto frammenti del proprio sé: volto, voce, modelli comportamentali, i tratti biometrici che lo rendono riconoscibile. Tutto trasferito a una holding che potrà replicarli attraverso un “gemello digitale” basato sull’intelligenza artificiale.

È la cartolarizzazione dell’identità umana: ciò che definisce una persona diventa asset trasferibile, moltiplicabile, industrializzabile. L’accordo autorizza l’uso di Face ID, Voice ID e schemi gestuali per creare un avatar capace di operare ventiquattro ore su ventiquattro, parlare qualsiasi lingua, vendere qualsiasi prodotto. L’essere umano cessa di essere condizione necessaria della propria presenza pubblica.

Il paradosso è stridente. Khaby Lame ha costruito la propria fortuna smascherando l’artificialità: i suoi video erano l’antidoto al complicato, al finto, al costruito. Ora quell’autenticità diventa materia prima per la replica seriale. Il cuore dell’operazione è il “modello Matrix”, perfezionato in Cina: migliaia di account affiliati che ripubblicano contenuti, versioni modificate, sessioni di live-commerce ininterrotte. Non più unicità, non più genuinità: è la produzione seriale dell’autenticità, una catena di montaggio dove l’immagine di un uomo diventa merce da clonare.

Ma la parte più problematica riguarda una domanda che nessun contratto può risolvere. Se l’avatar, programmato per vendere senza sosta, dovesse sbagliare? Se diffamasse qualcuno? Se ingannasse un consumatore? L’accordo separa la persona dalla sua immagine, ma l’immagine continua ad agire nel mondo. È un soggetto giuridico senza corpo, una presenza senza coscienza, un volto senza responsabilità.

La questione non riguarda solo Khaby Lame. Riguarda il confine tra la persona e il suo simulacro. L’Unione europea, con l’AI Act, impone che i contenuti generati dall’intelligenza artificiale siano etichettati. Ma un’etichetta basterà a preservare la fiducia su cui si fonda l’influencer marketing? C’è qualcosa di più profondo in gioco. La tradizione filosofica occidentale ha sempre distinto tra persona e patrimonio, tra dignità e prezzo. L’operazione Khaby Lame sfida questa distinzione alla radice. Se posso vendere il mio volto, la mia voce, il mio modo di muovermi, cosa resta che non sia monetizzabile? Dove finisce la mia identità e dove comincia il prodotto?

Non si tratta di giudicare una scelta individuale, ma di riconoscere un passaggio d’epoca. La creator economy ha promesso democratizzazione: chiunque può diventare un brand. Ma il prezzo di questa promessa potrebbe essere la dissoluzione del confine tra chi siamo e cosa possediamo. Se l’identità diventa asset, l’essere umano rischia di diventare optional.

Forse è troppo presto per comprendere tutte le implicazioni di questa transazione. Ma una cosa appare chiara: nel momento in cui un uomo può vendere se stesso, la domanda su cosa significhi essere umani non è più solo filosofica. È diventata una questione di mercato. E questo, più di ogni cifra miliardaria, dovrebbe far riflettere.

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