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RnS, la bellezza della giornata di fraternità delle famiglie a Loreto

Vincenzo Vallese e Amalia Gasparrini, Delegati Regionali per l’Ambito Evangelizzazione Famiglie, RnS Marche

MARCHE – Un cielo azzurro senza nuvole e un bellissimo sole hanno inaugurato il mattino del 28 dicembre 2025 a Loreto.

E’ stata questa la splendida cornice naturale che ha accolto le famiglie marchigiane, provenienti da diverse diocesi, giunte intorno alle nove nell’Oratorio Santa Casa per l’incontro regionale di fraternità promosso dall’Ambito Evangelizzazione Famiglie del RnS delle Marche in una domenica che possiamo definire speciale, perché la festa della Santa Famiglia è coincisa con l’evento straordinario della chiusura dell’anno giubilare.

L’accoglienza calorosa, fraterna e vera ha fatto sentire tutti attesi e amati e ci ha introdotto alla preghiera comunitaria carismatica, che è stata prolungata e potente e ci ha aperto il cuore, alleggerendolo da pesi e da preoccupazioni e preparandolo ad accogliere l’insegnamento della relatrice, Giuliva Di Berardino, incentrato sull’azione dello Spirito Santo nella Santa famiglia di Nazareth e nelle nostre famiglie.

Giuliva Di Berardino ha iniziato la sua esperienza spirituale da giovane a Roma proprio nel Rinnovamento nello Spirito Santo e ha continuato la sua formazione conseguendo il baccellierato in teologia presso la Pontificia Università Antonianum di Roma e successivamente il dottorato in teologia con specializzazione in liturgia presso l’Istituto di Liturgia Pastorale Santa Giustina di Padova. Nel 2024 è’ stata chiamata a far parte di una sessione di studio del Consiglio dei cardinali (C9), convocata e partecipata da Papa Francesco, sul ruolo della donna nella Chiesa. Da questa partecipazione è stato edito il libro “Donne e ministeri nella Chiesa sinodale – un dialogo aperto”. E’ incardinata nella diocesi di Verona e consacrata nell’Ordo Virginum.

Questa breve presentazione un po’ didascalica serve al lettore per comprendere come Giuliva ha saputo affrontare il tema gigantesco dell’azione dello Spirito Santo nella famiglia di Maria, Giuseppe e Gesù in modo profondo e carismatico allo stesso tempo, presentandola nel contesto del mondo giudaico del tempo, rendendola quindi non idealizzata.

Riportiamo un breve stralcio dell’insegnamento.

La Santa Famiglia di Nazareth vive nella normalità. Non ci sono idealismi, non c’è una gloria esteriore. Questa storia del mistero di Gesù la conoscevano solo Maria, Giuseppe, Elisabetta e suo marito. Agli occhi del villaggio, Giuseppe era il padre di Gesù, Maria la madre, e Gesù il loro figlio. E per molti anni Gesù è stato considerato semplicemente il figlio di Giuseppe.

La Sacra Famiglia è una famiglia ebrea. Gli ebrei non dicono “io prego la Bibbia” o “io leggo la Bibbia”; dicono: “io studio la Bibbia”. Lo studio è un’attività di attenzione profonda, non una semplice lettura. Ecco Maria, raffigurata in un’opera di scuola bolognese del XVII secolo che studia la Parola, mentre Giuseppe tiene in braccio Gesù, perché quella Parola diventa carne in lei.

L’ebreo ha come scopo, per la santificazione, l’osservanza della Legge. È un concetto che va compreso, perché noi cristiani veniamo da un’altra prospettiva. Con Paolo, e con la sua rivelazione, si apre una strada nello Spirito: la Legge non serve per la santificazione, ciò che serve è la fede in Gesù Cristo. Credo in Gesù Cristo, professo la fede, mi purifico dalla vita precedente attraverso il battesimo. All’epoca non era ancora un sacramento, ma una prassi rituale che segnava il passaggio a una vita nuova, liberata anche dall’osservanza della Legge. È una grande liberazione. Lo Spirito Santo libera. I cristiani hanno vissuto questa liberazione dall’osservanza della Legge: circoncisione, norme alimentari, regole concrete della vita quotidiana di una famiglia ebrea.

Maria e Giuseppe, però, non erano stati liberati da questo vincolo, perché erano, agli occhi di tutti, una normale famiglia ebrea.

Attraverso l’ascolto reale e attivo della Parola di Dio – reale e attivo significa rituale – la Parola veniva vissuta nella famiglia. Esistono rituali familiari, in casa, per mettere in atto l’ascolto della Parola di Dio, per discuterla e viverla. La prassi rituale dell’osservanza della Parola, infatti, si svolge nella casa, nella famiglia ebrea.

Lo studio della Torah è fondamentale perché è legato al ricordo. Il ricordo è uno dei cardini della vita di un ebreo normale, vissuto soprattutto in famiglia, perché si nasce ebrei all’interno di una famiglia. I due comandamenti principali sono: ascolta e osserva la Legge, ascolta e osserva la Legge di Dio.

Maria riceve l’annuncio dell’angelo Gabriele.

Secondo l’insegnamento di Paolo, la Legge non salva più: ciò che viene prima non è sufficiente, perché è Gesù che introduce nella vita di grazia. E allora Luca, autore di indirizzo paolino, nel suo vangelo mette in scena prima l’apparizione a un sacerdote nel tempio, nel luogo sacro per eccellenza. E proprio lì, mentre amministra il culto, Zaccaria non crede all’annuncio dell’angelo. Subito dopo, lo stesso angelo Gabriele viene mandato lontano da Gerusalemme, in Galilea, una regione considerata marginale, detta “Galilea delle genti”, dove c’era di tutto: mescolanze di culti, influenze pagane, poca affidabilità religiosa. E lì, non a un sacerdote, ma a una vergine, a una ragazza giovanissima – quindici anni, forse – promessa sposa di un uomo di nome Giuseppe. Socialmente, una persona che non contava nulla.

Ed è proprio lei a ricevere l’annuncio. Luca è geniale nel mostrarci questo ribaltamento totale.

Ci dice che Maria fu molto turbata. Nel turbamento, nella confusione, quando non si capisce più nulla e si dice: “Signore, che cosa stai facendo nella mia vita?”, proprio lì arriva la luce. Non quando va tutto bene, ma nella notte, nel disorientamento. È lì che arriva l’annuncio.

Maria diventa madre. E qui dobbiamo fare un affondo sulla famiglia ebrea e sul ruolo della donna al suo interno. Nella famiglia ebrea la donna ha un ruolo educativo fondamentale: la madre sta accanto al bambino almeno fino ai tre anni e, come dicono i rabbini, attraverso il latte materno trasmette già la Sapienza ebraica, tutta l’eredità della Torah. Da zero a tre anni è la madre che comunica al bambino la Sapienza di Dio. Ma la donna, per tutta la sua vita, in quanto madre, ha anche un ruolo liturgico. Nella liturgia ebraica dello Shabbat e delle grandi feste, tutto comincia in casa. Le feste vengono celebrate in famiglia attraverso un vero e proprio rito, fatto di segni, parole e gesti. Non è semplicemente una cena: è liturgia.

Il primo gesto rituale nella casa ebrea spetta alla donna: è lei che accende le luci dello Shabbat, introducendo la grazia del riposo di Dio. Perché proprio la luce? Perché la luce non è una creatura come le altre: è la prima realtà che esce direttamente dalla parola di Dio. In Genesi Dio dice: “Sia la luce”, prima ancora di ogni altra opera della creazione.

La donna è colei che porta la luce, colei che introduce l’umanità alla presenza di Dio, al Dio della vita. È colei che dà la vita e per questo ha l’onore di aprire ogni festività, ogni Shabbat, ogni culto reso a Dio, con l’accensione delle luci.

Giuseppe, innamorato, supera la giustizia degli scribi e dei farisei. Decide di ripudiarla, sì, ma in segreto: non vuole esporla al giudizio pubblico, non vuole distruggerle la vita. Qui già si intravede quella giustizia di cui parlerà Gesù, una giustizia che supera la Legge.

È in questa situazione complicata, dolorosa, “ingarbugliata”, che interviene lo Spirito Santo. L’angelo appare a Giuseppe di notte. La notte, nella Scrittura, è sempre simbolica: è il momento in cui non si sta bene, in cui si è nel buio. Proprio lì arriva la luce.  L’angelo gli dice: “Prendi con te Maria”. Giuseppe comprende che ciò che è avvenuto è opera dello Spirito Santo e accoglie Maria come sua sposa. Da quel momento in poi Maria è realmente la moglie di Giuseppe e Gesù è, nella vita quotidiana, il figlio di Giuseppe.

Giuseppe riceve l’annuncio in sogno. Quell’incubo notturno diventa per lui un’ancora di salvezza. Ed è un grande insegnamento anche per noi: molte volte ciò che ci sembra oscuro, confuso o addirittura negativo può diventare luogo dell’azione di Dio.

Quando tutto è confuso, quando non si capisce più nulla, Giuseppe dorme. “Dormirci sopra” non è un modo di dire: nella Bibbia il sonno ha un significato profondo.

Veniamo ora a Gesù adolescente. Gesù non era un adolescente “perfetto”. Era un adolescente come tutti. Chi ha avuto figli adolescenti lo sa. Anche Gesù, pur essendo Figlio di Dio, ha vissuto pienamente questa fase.

Luca ci racconta l’episodio di Gesù dodicenne nel tempio di Gerusalemme. I genitori lo perdono di vista durante il viaggio di ritorno, convinti che fosse nella carovana. Era una cultura diversa: ci si fidava, si viaggiava in gruppo, come una grande famiglia.

Dopo un giorno si mettono a cercarlo e tornano a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovano nel tempio. Maria prende la parola – ed è significativo, perché siamo nel Vangelo di Luca – e dice: “Figlio, perché ci hai fatto questo? Tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”. Gesù risponde: “Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?”.

Maria e Giuseppe non comprendono subito queste parole. Eppure Gesù torna con loro a Nazareth e sta loro sottomesso. È dentro questa normalità, dentro l’obbedienza e la quotidianità, che lo Spirito Santo continua ad agire. Gesù sa di essere il Figlio di Dio, eppure loro lo cercavano. I tre giorni nel racconto sono simbolici: per gli esegeti rappresentano un ricalco della passione di Gesù, perché dopo tre giorni risorge. Tutto il racconto anticipa, in piccolo, gli eventi della passione. Per quanto riguarda il ruolo della Santa Famiglia, dobbiamo uscire dagli idealismi: Gesù è un adolescente normale, come tutti, ma è sempre un adolescente ebreo che si sottomette alla Legge di Dio. Lo vediamo tra i dottori del Tempio, dove parla e discute, assumendo già un ruolo di maestro. Questo era normale nel mondo ebraico: il ragazzo, entrando nell’età della maggiore età (12 anni all’epoca, oggi 13 per i ragazzi), doveva dimostrare preparazione e capacità di interpretare la Torah.

Ogni anno i ragazzi ebrei si recavano al Tempio per studiare e prepararsi. A quell’età, Gesù legge brani della Torah e dei Profeti e offre spiegazioni. Non si tratta di un evento eccezionale: era la prassi per tutti i ragazzi israeliti. Il Bar Mitzvah, cioè “figlio dei precetti”, segna l’ingresso ufficiale del ragazzo nella legge e nella comunità. A quel momento Gesù diventa anche figlio di Giuseppe in senso pubblico, perché il padre introduce il figlio alla Legge e lo responsabilizza nella comunità.

Nella fede ebraica l’obbedienza non è mera disciplina, ma obbedienza alla Parola di Dio e all’azione dello Spirito: chi obbedisce in questo modo agisce profeticamente, illumina le menti e i cuori degli altri e partecipa alla gloria del Regno di Dio. Lo Spirito Santo chiama le famiglie a vivere un’unità che non significa uniformità, ma armonia nella diversità. Questa armonia è dono dello Spirito Santo: la famiglia di Nazareth ne è il modello. Differenze e caratteri diversi si uniscono per volontà di Dio, non per imposizione di regole umane.

Un rabbino mi disse una volta che il miracolo più grande di Dio non è la creazione in sé, ma che due persone, completamente diverse, riescano a stare insieme. Solo lo Spirito Santo può compiere questo miracolo. Papa Francesco ci ricorda che la famiglia di Nazareth rappresenta una risposta corale alla volontà del Padre, un esempio per tutte le famiglie. La Chiesa stessa deve essere vissuta come famiglia, non come istituzione separata.”

Come da consuetudine, abbiamo condiviso in piccoli gruppi le nostre esperienze di vita sul tema dell’ascolto dello Spirito Santo che parla in situazioni complicate, dolorose o di confusione e ci sollecita a uscire dai confini blindati del nostro quotidiano, ci invita ad avere un atteggiamento di apertura sulla vita reale.

Dopo il pranzo al sacco nell’Oratorio, nel primo pomeriggio ci siamo trasferiti nella meravigliosa Sala del Tesoro, meglio conosciuta come Sala del Pomarancio nell’interno del Santuario. Qui il frate cappuccino padre Giuseppe Maria ci ha spiegato in modo approfondito la storia della Santa Casa, le cui mura rappresentano le reliquie più preziose presenti nella nostra regione, e ci ha raccontato le grazie ricevute da pellegrini illustri venuti a Loreto e la storia del pittore Pomarancio, che risultò perdente nella gara di appalto per la Cappella Sistina e a cui fu affidata l’opera pittorica presso la Cappella attigua al Santuario, che oggi viene definita la Cappella Sistina delle Marche.

A conclusione della giornata, abbiamo partecipato alla Santa Messa solenne in Basilica per la chiusura dell’anno giubilare presieduta dall’Arcivescovo Fabio Dal Cin. L’arcivescovo ci ha offerto un’omelia davvero molto toccante e profonda, con molti spunti per le famiglie presenti. Ricordiamo tra tutte l’esortazione: “Chi perdona, apre una porta santa”, che ci è rimasta impressa nel cuore di tanti fratelli.

Dopo la benedizione finale, l’Arcivescovo ha invitato i presenti a mettere la mano sulle pagine del Vangelo posto davanti all’altare, in segno di impegno missionario e di totale affidamento alla voce dello Spirito Santo.

E’ stato davvero un gesto profetico che abbiamo molto apprezzato.

Il simbolo che abbiamo distribuito a tutti i partecipanti alla giornata è stata una conchiglia, simbolo di vita nuova e di pellegrinaggio, per significare che il nostro pellegrinaggio e il nostro impegno sulle strade del mondo non termina con la conclusione dell’anno giubilare, ma prosegue!

Un ringraziamento all’Arcivescovo Fabio Dal Cin che ci ospita sempre molto volentieri, a Luigi Mattioli, Coordinatore Regionale, e nella sua persona a tutti coloro del Consiglio Regionale che hanno collaborato a questa fraternità.

Redazione: