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Cardinale Zuppi: “La separazione delle carriere tra PM e giudici e l’assetto del CSM sono temi che non ci devono lasciare indifferenti”

Pubblichiamo il testo integrale dell’Introduzione del cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della CEI, ai lavori del Consiglio Episcopale Permanente (Roma, 26–28 gennaio 2026), ai quali partecipa anche il vescovo Gianpiero Palmieri, vicepresidente della CEI.

Cari confratelli,
ci ritroviamo insieme – ed è sempre una grazia e una responsabilità – quando si è appena concluso l’Anno Santo 2025. Sentiamo ancora attuali le parole che Papa Francesco ci ha indirizzato nella Bolla di indizione: «Possa il Giubileo essere per tutti occasione di rianimare la speranza. La Parola di Dio ci aiuta a trovarne le ragioni» (Spes non confundit, 1). In effetti, se l’Anno giubilare si è concluso, non si è certo esaurito il desiderio di una speranza affidabile. Il mondo lo manifesta in tanti modi ed è nostro dovere aiutare a trovare la risposta. Quante tenebre chiedono credenti capaci di essere luce! Quante notti di tristezza e angoscia attendono sentinelle che sappiano indicare l’aurora!
Poco prima della fine del Giubileo, proprio a Nicea, a 1700 anni dal Concilio che lì si è svolto, il Santo Padre Leone XIV ha posto a tutta la Chiesa la sfida fondamentale, ovvero il saper «cogliere l’essenza della fede e dell’essere cristiani» (Discorso, 28 novembre 2025), avvertendo il rischio di quell’«arianesimo di ritorno» che consiste nel guardare a Gesù con una ammirazione puramente umana, come per un grande sapiente, personaggio di grande statura etica e religiosa, ma «senza considerarlo davvero come il Dio vivo e vero presente in mezzo a noi». Il Papa ha chiesto di riscoprire «l’unità e l’essenzialità della fede cristiana attorno alla centralità di Cristo e alla tradizione della Chiesa», rilanciando le domande fondamentali: «Chi è Gesù per noi? Cosa significa, nel suo nucleo essenziale, essere cristiani?». Non sono domande buone per altri, ma decisive per tutti, adesso.
Ce ne rendiamo sempre più conto guardando all’attualità e lasciandoci interrogare da essa senza paura. Il punto focale non è la rincorsa compulsiva a ciò che avviene, ma la fatica e insieme la bellezza spirituale di scoprire nella realtà i segni dei tempi, senza i quali il Vangelo non entra nella storia e i cristiani finiscono per mettere la luce sotto il moggio. Ecco perché le domande segnalate da papa Leone sono determinanti per una testimonianza credibile nell’oggi. Il mondo è, infatti, segnato da un’incertezza profonda, che suscita un senso di instabilità. Questo è vero non solo per gli osservatori più attenti o per le persone direttamente coinvolte, ma per tutti, perché costituisce un clima percepito anche da chi è distratto o inconsapevole. È il clima di quella che Giorgio La Pira, anni fa e profeticamente, chiamava «l’età della forza». Questa non fornisce sicurezze, certezze e ordine, come si potrebbe credere, anzi! La forza, ancora di più se incredibilmente irride il diritto e i processi internazionali così faticosamente conquistati nei decenni passati, crea solo instabilità pericolosa a tutti i livelli e costringe a rinunciare alla via indispensabile del dialogo, del multilateralismo, del pensarsi insieme. «Preoccupa la debolezza del multilateralismo. A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati. La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando… Non si ricerca più la pace in quanto dono e bene desiderabile in sé…ma la si ricerca mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto, che è alla base di ogni pacifica convivenza civile» (Cfr. Discorso al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 9 gennaio 2026).
Nel mondo globale, innervato di rapide comunicazioni, il clima generale diventa quello del conflitto, con il corteo di antagonismi, polarizzazioni, odio manipolato da campagne interessate che inquinano nel profondo le relazioni e le menti. Cresce così il disprezzo della vita, dal suo inizio alla sua fine, giustificato dal materialismo pratico per il quale tutto è possibile e la regola è l’individuo. Quante “epifanie” di violenza ordinaria e imprevedibile, frutto di presunzioni, di mancanza di rispetto della vita perché ritenuta un possesso senza amarla!

Prendiamoci cura delle ferite del prossimo
Le cronache riportano gesti tragici compiuti all’interno della famiglia, tra marito e moglie, ma anche tra adolescenti a scuola o nei luoghi di ritrovo. Si tratta di eventi che non possono essere valutati in sé, senza fare lo sforzo di coglierne le radici profonde, che riguardano tutti noi. Mi riferisco ai casi martellanti di femminicidio, fenomeno su cui dobbiamo insistere per difendere la vita stessa, la dignità e la libertà delle donne. Non dimentichiamo le violenze legate alle dipendenze e ai problemi psichiatrici in crescita esponenziale.
Siamo tutti ancora scossi da quanto avvenuto a La Spezia, dove la vita di Abu è stata spezzata in modo tragico e incomprensibile per mano di un coetaneo. Davanti a un dolore così grande, il primo sentimento che ci unisce è la preghiera per la vittima, per la sua famiglia e anche per chi ha compiuto questo gesto, perché nessuno è riducibile al proprio errore. Questo dramma ci interpella come comunità civile ed educativa. Ci ricorda quanto sia urgente accompagnare i giovani, ascoltarli davvero, non lasciarli soli nelle loro fragilità, nelle loro paure e nelle loro rabbie. L’educazione, in famiglia, a scuola e nelle comunità, è una responsabilità condivisa che non possiamo delegare né rimandare. Solo investendo nella relazione, nell’esempio e nella formazione delle coscienze possiamo costruire un futuro più umano e più giusto. Chiediamo al Signore di trasformare questo dolore in un impegno rinnovato per la vita, la convivenza e la speranza.
Nel mondo giovanile bisogna segnalare due fenomeni, tra loro non contraddittori. Il primo, assai preoccupante, riguarda il fatto che i minori segnalati per porto di armi improprie sono passati da 778 del 2019 a 1946 del 2024 e nel primo semestre del 2025 sono già 1096. D’altra parte, il tasso dei minori in contatto con il sistema giudiziario è uno dei più bassi di Europa. Desidero, a riguardo, ringraziare i tanti preti, religiosi e laici che dedicano la loro vita per offrire ai giovani alternative di senso e di educazione senza le quali ci sono solo la strada, le dipendenze, la pornografia. È il primato della indispensabile dimensione educativa sull’aspetto solamente repressivo.
La storia della Chiesa italiana è ricca di testimoni positivi, educatori prima con la vita e poi anche con la parola. Ricordo per tutti padre Pino Puglisi e con lui tantissimi padri e madri “della porta accanto”. Dobbiamo tutti fare di più e compiere scelte coraggiose, continuative, con i collaboratori indispensabili ma anche le necessarie coperture giuridica ed economica perché quanti se ne occupano (ad esempio gli educatori) e si assumono grandi responsabilità possano farlo nel giusto riconoscimento delle loro competenze e professionalità.
L’ultimo Rapporto CENSIS parla di «Italia nell’età selvaggia, del ferro e del fuoco», notando che «è diventato sempre più chiaro che nell’arena globale contano molto più che nel passato le pulsioni antropologiche profonde dei popoli e dei leader». Continua il CENSIS che quasi la metà degli italiani – ed il 55,8% dei giovani – è convinta che il futuro non sarà un progresso. Ma anche il 38,7% pensa che, in questa età selvaggia, contano forza e aggressività, anziché legge e diritto. E quindi quasi uno su tre (29,7%) pensa che, nel disordine del mondo attuale, i regimi autocratici (in cui uno o pochi comandano) siano più adatti delle democrazie a competere o sopravvivere. Nella vita quotidiana, nei contatti con le persone, cogliamo questo spaesamento che produce malessere, paura e violenza, assieme però alla volontà di uscirne, di fare e di fare bene. Pur nell’infragilirsi delle strutture di vita, quella riduzione all’io e lo smantellamento del noi, più volte segnalato e constatato, manifesta – nei modi più diversi – una volontà di ricerca e di futuro. Questa volontà è carica di domande da intercettare nell’ascolto e in una risposta che non può non essere prossima. Certo, avvertiamo, come Chiesa, la debolezza delle nostre forze come interlocutrici di questa ricerca. Lo facciamo, ad esempio, quando pensiamo al ridotto numero di sacerdoti. Ma ritroveremo forza non andando a risparmio o isolandoci, ma proprio al contrario prendendoci noi cura delle ferite del prossimo! Soprattutto di chi è povero, debole o emarginato. E su questo, purtroppo, dobbiamo notare che ancora ieri si è registrato l’ennesimo naufragio nel Mediterraneo: non possiamo rassegnarci alla logica della morte in cui la speranza prende forma della disperazione con le conseguenze tragiche che ben conosciamo e alle quali non potremo mai abituarci.
Nella nostra realtà spaesata esiste un popolo che, pur condividendo le difficoltà di tutti, ha fisso lo sguardo al Signore, speranza e consolazione. C’è un’Italia che cerca il volto di Dio e chiede di incontrare non idee o ennesimi consigli virtuali ma comunità, case di fraternità, relazioni umane disinteressate con cui vivere la speranza. L’ho già detto – ed è un’affermazione vecchia di decenni che Papi e studiosi hanno fatto – non siamo più in un clima di cristianità, che favorisce la trasmissione della fede. Questo ci interroga ma anche ci mostra come non si è assolutamente smarrito un popolo che crede. C’è un’Italia cristiana che vive con gioia e convinzione la sua vocazione. Ne abbiamo avuto la prova concreta, a livello di Chiese locali, nella celebrazione recente della chiusura del Giubileo nelle cattedrali o nelle chiese a ciò deputate. Il fervore, la partecipazione, il numero dei fedeli ha sorpreso la maggior parte di noi. In un certo senso ci ha rafforzato nella speranza, che poi era il tema del Giubileo.

Apriamo le porte dei nostri cuori e delle nostre comunità
Esiste una diffusa Italia cattolica! Non si misura con gli indicatori mondani e non si contrappone a un’Italia non cattolica o acattolica. Il cristiano combatte solo il male e crede che ogni peccatore si può salvare. Il nostro è un mondo, popolato di tante “case” diverse, in cui si prega, si fa pace, si servono i poveri, si vive la fraternità. Sono le case che ci sono state affidate dalle generazioni precedenti e che dobbiamo custodire e per questo rinnovare. Sono le nostre parrocchie, le comunità religiose, i movimenti, le nostre istituzioni, le fraternità di ogni tipo, le iniziative comuni. Questo mondo è una ricchezza – lo dico senza orgoglio – per il Paese, per i credenti e non credenti, evita lo smottamento del terreno umano e sociale, quel dissestamento spirituale di una città di tanti individui soli. E la Chiesa ha una forza invincibile, ma mite, che si trova ben espressa nella Dilexi te: «L’amore cristiano supera ogni barriera, avvicina i lontani, accomuna gli estranei, rende familiari i nemici, valica abissi umanamente insuperabili, entra nelle pieghe più nascoste della società. Per sua natura, l’amore cristiano è profetico, compie miracoli, non ha limiti: è per l’impossibile. L’amore è soprattutto un modo di concepire la vita, un modo di viverla. Ebbene, una Chiesa che non mette limiti all’amore, che non conosce nemici da combattere, ma solo uomini e donne da amare, è la Chiesa di cui oggi il mondo ha bisogno» (Dilexi te, 120).
Nel capitolo 25 del Levitico – che è il testo fondamentale del Giubileo biblico – emerge costante una preoccupazione: quella di dar vita a una comunità di pari. L’istituzione dell’Anno giubilare serve in fondo a ricordare che, nonostante le fatiche e le disavventure della vita, non ci sono padroni e schiavi, paesani e stranieri, ma tutti figli di Dio. La fede si declina come fraternità. Tutti diversi se tutti figli e quindi fratelli. In altri termini, il popolo di Dio è fatto da una trama di relazioni che rispettano i singoli e non mortificano nessuno, soprattutto i più deboli e poveri: «Nessuno di voi opprima il suo prossimo; temi il tuo Dio, poiché io sono il Signore, vostro Dio» (Lv 25,17). Direi, anzi, che solo la relazione dà senso, dignità, sicurezza all’individuo. È vero anche il contrario: senza relazioni di amore, quindi non interessate, l’individuo non è persona e la comunità finisce per diventare un condominio anonimo che condanna alla solitudine. La persona richiede e costruisce la comunità; l’individuo un condominio che non è un noi e che finisce per cercare a ogni prezzo un amministratore che garantisca la sicurezza.
Quelle parole della Sacra Scrittura suonano ancora più profetiche e provocatorie in quella che abbiamo chiamato «età della forza», dove prevale la logica gretta e illusoria del più forte. Questa pretesa alimenta la convinzione per la quale gli interventi umanitari sono comportamenti deboli, il dialogo una perdita di tempo, l’accoglienza una pericolosa arrendevolezza, la domanda di giustizia una questione oziosa. Alle immagini delle armi, manuali o supertecnologiche che siano, che continuano a provocare morte e distruzione, si contrappongono le Porte sante, che hanno visto il passaggio di milioni di pellegrini a Roma e nel mondo. Una Porta è stata aperta anche nella Casa Circondariale di Rebibbia, simbolo delle tante soglie da attraversare, dando visibilità a quei dimenticati di cui la Chiesa vuole invece continuare a prendersi cura. Per loro non smettiamo di chiedere dignità, opportunità, speranza e itinerari che la rendano reale, uniche vie per garantire alla collettività la sicurezza auspicata; anche perché, non garantendo dignità e redenzione, chi perde è lo Stato stesso. Per questo, guardiamo con interesse alla proposta di “indulto differito” maturata da un gruppo di lavoro in seno al Giubileo dei detenuti, così come a tutte le iniziative finalizzate al reinserimento sociale delle persone che escono dal carcere. Apriamo le porte dei nostri cuori e le porte delle nostre comunità!

Riaccendiamo la passione di fare comunità
Il Giubileo ha coinvolto singole persone, famiglie, parrocchie, Diocesi, gruppi organizzati. Tanti si sono messi in cammino per attraversare la soglia della Porta santa, portando nel cuore un desiderio di speranza che affronta il male, di rinnovamento per disarmare il cuore e la mente, di volere un futuro migliore e di pensarlo insieme e personalmente. Nella diversità dei luoghi, delle provenienze, delle fasce d’età, delle situazioni, si è sentita una sincronia di ricerca e una comunione di sentimenti e di fede tra credenti. Un’inaspettata sincronia e una grande comunione! Questo fa bene, fa molto bene, in un mondo diviso e conflittuale: la Chiesa è unita, pur essendo in molti popoli, segno di “unità del genere umano”. È un grande segno, che parla al mondo che sperimenta così tanto la divisione e pensa impossibile vivere insieme. La Chiesa è segno credibile che è possibile vivere in pace. È un dono che ci fa il Signore Gesù, che è la nostra pace! Non lasciamoci dividere dal clima di questo mondo e non portiamo nella Chiesa categorie mondane che non le appartengono, anzi la offendono e la indeboliscono! Il popolo di Dio ha sete di unità, perché ha sete di fede, di autentica esperienza dello Spirito e della Chiesa. È un’esigenza che diventa coinvolgente: ne abbiamo avuto prova con la firma il 23 gennaio scorso a Bari del Patto tra Chiese cristiane in Italia. Si deve conservare e sviluppare questo clima di unità e di comunione del Giubileo nella vita delle nostre Chiese locali.
Leone XIV ha auspicato una trasformazione profonda delle nostre comunità: «Ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono» (Discorso, 17 giugno 2025). Ogni parrocchia, ogni comunità, deve interrogarsi su come divenire casa di pace, ricca di tutte le dimensioni spirituali, relazionali, caritatevoli, che la pace stessa ha. E deve divenire comunità di donne e uomini, fratelli e sorelle. E casa dei poveri, perché essi non sono «un problema sociale: essi sono una “questione familiare”. Sono “dei nostri”» (Dilexi te, 104).
Mi permetterei di riprendere le parole che rivolgevo all’Assemblea Generale di Assisi: «Va riaccesa la passione di far comunità, di pensarsi insieme, che è anche difficile e faticoso, come tutte le cose impegnative, anche perché si tratta di condividere la fraternità in un mondo di persone abituate a vivere sole, a parlarsi in remoto, a fare girare tutto intorno all’io. Sostenere una comunità, la sua crescita e il suo sviluppo, è un’arte pastorale, ma è principalmente frutto della Eucarestia, della preghiera comune, del servizio ai poveri». Ed è un’arte che ha bisogno di tutti, pietre vive e tutte necessarie di questa casa. In un mondo che scarta e si basa sulla convenienza e sulla prestazione anche questo ha un grande valore.

Dare risposte alle attese del Cammino sinodale
Dobbiamo, con la fiducia nella forza dello Spirito, dare spazio a ciò che nasce e non comprimere tutto nelle strutture che già esistono. La storia della Chiesa è fatta di fioriture carismatiche, che hanno bisogno anche di tempo e di pazienza per crescere. Ci aiuta la parola del Vangelo: «Ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52). Le nostre Chiese sono sempre più complesse e pluriformi, perché vivono in un tempo complesso: per arrivare al cuore degli uomini e delle donne ci sono strade diverse, il che non vuol dire che sono Chiese divise. Qui si scopre sempre più il paziente ministero di paternità del Vescovo, costruttore di comunione, capace di ascolto e di incoraggiamento. E la paternità mette in gioco la nostra umanità e la nostra spiritualità e promuove la corresponsabilità di tutti nella comunione.
In questo quadro si colloca la necessità di dare risposte alle tante domande consegnateci dal Cammino sinodale. L’ultima Assemblea Generale della CEI ha dichiarato concluso il primo periodo di questo percorso, avviando la fase della recezione. In occasione della Terza Assemblea sinodale (Roma, 25 ottobre 2025) abbiamo avuto modo di meditare sull’episodio del cosiddetto Concilio di Gerusalemme (At 15, 22-31). Quel racconto si conclude non tanto con la consegna e la lettura pubblica della lettera che conteneva la decisione presa a Gerusalemme, quanto con l’accoglienza degli inviati e della lettera stessa da parte della Chiesa di Antiochia (v. 31). Anche noi oggi abbiamo bisogno che lo stile vissuto e le decisioni prese diventino parte del nostro patrimonio.
Abbiamo tra le mani il Documento di sintesi, che non a caso porta il titolo: Lievito di pace e di speranza. Alla luce di questo percorso è adesso tempo di guardare avanti con fiducia e applicazione. Il Documento ci consegnava un compito fondamentale: «Questo testo così non è solo un punto d’arrivo, ma un punto di partenza: spetterà ai Vescovi individuare percorsi e organismi capaci di sostenere il cammino che si apre, favorendo la crescita e la libertà nel discernimento di comunità e persone» (Documento di sintesi, 2). È tempo che anzitutto noi Vescovi, a livello di Diocesi, di regioni ecclesiastiche e di CEI, raccogliamo i frutti di quanto emerso dal 2021 ad oggi e prendiamo con determinazione le decisioni opportune.
Durante l’Assemblea di novembre il Card. Repole ha indicato alcuni punti che ritengo siano da tenere in debito conto per la fase che stiamo per vivere. Tra questi uno riguarda la consapevolezza di un certo scollamento tra la fede e la vita. Diceva il Card. Repole: «La trasmissione della fede cristiana oggi non è più un processo normale, che si possa dare per scontato». E venivano individuate alcune priorità: la fede vissuta, testimoniata e celebrata; la comunità; l’impegno sociale e caritativo. Su di esse il gruppo di Vescovi costituito dalla Presidenza su mandato di questo Consiglio ha proseguito il lavoro di riflessione. In queste giornate condivideremo i primi frutti e alcuni percorsi concreti di realizzazione. Non siamo soli e nessuno è solo (ma anche nessuno si isoli!): il Cammino sinodale ha coinvolto centinaia di migliaia persone, molte delle quali hanno seguito il percorso dalla prima ora, impegnando tempo ed energie e acquisendo competenze preziose nelle dinamiche sinodali. Si tratta di nostri collaboratori, che non vanno persi né delusi. Convinti che, come ha ricordato Leone XIV alla fine della prima sessione del Concistoro straordinario, «la ragion d’essere è annunciare il Vangelo. E quindi questi due temi: Sinodo e sinodalità, come espressione del cercare come essere una Chiesa missionaria nel mondo di oggi, ed Evangelii Gaudium, annunciare il kerygma, il Vangelo con Cristo al centro. Questa è la nostra missione» (Parole a braccio, 7 gennaio 2026).

Considerazioni finali
Tra circa due mesi, il 22 e 23 marzo, gli italiani saranno chiamati ad esprimersi sul referendum costituzionale sulla giustizia. La separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del CSM sono temi che, come Pastori e come comunità ecclesiale, non ci devono lasciare indifferenti. C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare. Autonomia e indipendenza sono connotati essenziali per l’esercizio di un processo giusto, e tali valori devono essere perseguiti, pur nelle diverse possibili realizzazioni storiche e pluralità di opinioni e orientamenti. In un clima generale di disimpegno, che affiora ogni volta che siamo convocati alle urne, sentiamo l’esigenza di ribadire l’importanza della partecipazione. Tutti noi parteciperemo, perché corresponsabili del bene comune del nostro Paese. Invitiamo quindi tutti ad andare a votare, dopo essersi informati e aver ragionato sui temi e sulla posta in gioco per il presente e per il futuro della nostra società, senza lasciarsi irretire da logiche parziali. L’augurio è che continui, anche dopo il referendum, l’attenzione sull’esercizio concreto della giurisdizione nel nostro Paese, snodo importante per la custodia del bene comune e il perseguimento della giustizia, che soffre di molte difficoltà. Su questi temi, come su tutti gli altri che interessano la nostra convivenza, ci auguriamo che sia sempre vivo un dialogo responsabile e costruttivo tra le forze sociali e culturali e le diverse parti politiche, nella ricerca del massimo consenso possibile attorno a soluzioni di bene.
Torniamo a esprimere forte preoccupazione rispetto al dibattito sul fine vita: ripetiamo, come già fatto in diverse occasioni, che la dignità umana non si misura sulla sua efficienza né sulla sua utilità. La vita ha un valore, sempre, nonostante la malattia, la fragilità, il limite. La risposta alla sofferenza non è offrire la morte, ma garantire forme di sostegno sociale, di assistenza sanitaria e sociosanitaria domiciliare continuativa, affinché il malato non si senta solo e le famiglie possano essere sostenute e accompagnate. Normative che legittimino il suicidio assistito e l’eutanasia rischiano invece di depotenziare l’impegno pubblico verso i più fragili e vulnerabili, spesso invisibili, che potrebbero convincersi di essere divenuti ormai un peso per i propri familiari e per l’intera società, decidendo di farsi anzitempo da parte, di togliere il disturbo. Ribadiamo, pertanto, che nell’attuale assetto giuridico-normativo si scelgano e si rafforzino, a livello nazionale, interventi che tutelino nel miglior modo possibile la vita, favoriscano l’accompagnamento e la cura nella malattia, sostengano le famiglie nelle situazioni di sofferenza. Sentiamo altresì forte il dovere di ricordare a tutti che scegliere una morte anticipata, anche perché si pensa di non avere alternative, non è un atto individuale, ma incide profondamente sul tessuto di relazioni che costituisce la comunità, minando la coesione e la solidarietà su cui si fonda la convivenza civile. È proprio quando la persona diventa debole che ha bisogno di una rete che la supporti, che la aiuti a vivere al meglio la fase finale dell’esistenza. La presenza o l’assenza di questa presa in carico può essere lo spartiacque tra la scelta di vita e la richiesta di morte. In tale prospettiva, le cure palliative – che devono essere garantite a tutti, senza distinzioni sociali e geografiche, mentre ancora non sono applicate come stabilito – rappresentano un vero antidoto alle logiche che contemplano il suicidio assistito o l’eutanasia come opzioni percorribili. Logiche di morte che possono essere sovvertite anche con un impegno forte delle comunità cristiane, chiamate a farsi prossime a quanti si stanno accostando all’ultima fase della vita con responsabilità, carità e stile evangelico.
La recente legge di bilancio 2026 riserva una giusta attenzione alle scuole paritarie. Da tempo abbiamo espresso quanto il valore delle scuole cattoliche sia legato alla rete di persone che vi operano e alla proposta educativa di cui sono portatrici. Salutiamo, quindi, con favore la scelta di incrementare i fondi ordinari e di introdurre un “buono scuola” in favore degli studenti che frequentano la scuola paritaria secondaria di primo o di secondo grado, limitatamente al biennio. In questi giorni in cui si effettuano le iscrizioni al nuovo anno scolastico è bene sottolineare l’importanza della scelta delle scuole cattoliche, veri presìdi educativi sul territorio, spazi di formazione aperti a tutti, comunità educanti in cui sono presenti insegnanti che vivono il proprio lavoro come vocazione, spazi in cui anche le fragilità e i talenti di ciascun alunno e alunna ricevono particolare attenzione.
Al contempo, in relazione all’educazione scolastica, desidero riprendere quanto la CEI ha espresso nella recente Nota pastorale sull’Insegnamento della religione cattolica: «Nella scuola di oggi, l’insegnamento della religione cattolica va inteso come un laboratorio di confronto, di convivenza e integrazione, in cui le differenze possono dialogare e crescere insieme, alimentando una cultura della pace e della fraternità» (L’insegnamento della religione cattolica: laboratorio di cultura e dialogo, 45).
Ci preoccupa lo sviluppo di fenomeni di antisemitismo che non ha giustificazione per i pur drammatici problemi della inaccettabile violenza a Gaza e in Cisgiordania. Alla vigilia della Giornata della Memoria, la Chiesa italiana condanna profondamente la recrudescenza di fatti ignobili, mentre ribadisce la propria vicinanza a tutte le Comunità ebraiche del Paese e rinnova il proprio contributo per contrastare tali fenomeni.

In conclusione
Il Sussidio per la celebrazione della Domenica della Parola di Dio (25 gennaio 2026), che aveva come tema il cuore, proponeva tra l’altro il Salmo 27 (26) per la meditazione e la preghiera. Qui si legge: «Il Signore è mia luce e mia salvezza: / di chi avrò timore? / Il Signore è difesa della mia vita: / di chi avrò paura? […] Spera nel Signore, sii forte, / si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore» (vv. 2.14). Come il Salmista, anche noi possiamo sempre presentare al Signore le nostre paure, per noi stessi, per le persone a noi affidate, per le generazioni a venire. Alcune di queste paure sono irrazionali o frutto del nostro orgoglio, altre legittime. La Parola di Dio ci insegna che il vero nemico dell’amore è proprio la paura: di sbagliare, di esporsi, di deludere, di risultare sgraditi, di pensare diversamente dal “si è sempre fatto così”. Sono sentimenti che non ci fanno correre il rischio dell’amore cristiano. Un cuore che spera nel Signore è invece coraggioso, saldo, libero, lieto. È questo l’augurio che facciamo oggi, all’inizio del 2026 a noi stessi e alle persone di buona volontà: di non aver paura di sperare, di avere il coraggio che viene dall’amore per affrontare i problemi e di realizzare questa speranza amando con audacia. Questo nostro desiderio affidiamo al Signore, insieme al lavoro di queste giornate.

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