
M.Michela Nicolais
“Viviamo immersi nella cultura della rapidità, dell’immediatezza, della fretta, ma anche dello scarto e dell’indifferenza, che ci impedisce di avvicinarci e fermarci lungo il cammino per guardare i bisogni e le sofferenze che ci circondano”.
Lo scrive Leone XIV, nel messaggio per la Giornata mondiale del malato, che quest’anno si celebra solennemente a Chiclayo, in Perù, l’11 febbraio prossimo, sul tema: “La compassione del Samaritano: amare portando il dolore dell’altro”. Nel testo, il Papa ripropone il passo biblico del Buon Samaritano, “chiave ermeneutica dell’enciclica Fratelli tutti, del mio amato predecessore Papa Francesco, dove la compassione e la misericordia verso il bisognoso non si riducono a un mero sforzo individuale, ma si realizzano nella relazione: con il fratello bisognoso, con quanti se ne prendono cura e, alla base, con Dio che ci dona il suo amore”. “Gesù non insegna chi è il prossimo, ma come diventare prossimo, cioè come diventare noi stessi vicini”, il commento di Sant’Agostino alla parabola, che per Leone XIV insegna che
“l’amore non è passivo, va incontro all’altro; essere prossimo non dipende dalla vicinanza fisica o sociale, ma dalla decisione di amare. Per questo il cristiano si fa prossimo di chi soffre, seguendo l’esempio di Cristo, il vero Samaritano divino che si è avvicinato all’umanità ferita”.
“Non si tratta di semplici gesti di filantropia”, puntualizza il Papa: “San Francesco lo spiegava molto bene quando, parlando del suo incontro con i lebbrosi, diceva: ‘Il Signore stesso mi condusse tra loro’, perché attraverso di loro aveva scoperto la dolce gioia di amare”.
“No” alla retorica. La compassione “non è teorica né sentimentale, si traduce in gesti concreti”, l’identikit dello stile del cristiano, a partire dal riferimento alla sua esperienza pastorale di missionario e vescovo in Perù: “Ho constatato come molte persone condividono la misericordia e la compassione alla maniera del samaritano e dell’albergatore. I familiari, i vicini, gli operatori sanitari, le persone impegnate nella pastorale sanitaria e tanti altri che si fermano, si avvicinano, curano, portano, accompagnano e offrono ciò che hanno, danno alla compassione una dimensione sociale. Questa esperienza, che si realizza in un intreccio di relazioni, supera il mero impegno individuale”. In questa prospettiva, come Leone XIV ha osservato nell’esortazione apostolica Dilexi te, la cura dei malati non è solo una “parte importante” della missione della Chiesa, ma un’autentica
“azione ecclesiale” tramite la quale “possiamo verificare la salute della nostra società”.
“Il dolore che ci commuove non è un dolore estraneo, è il dolore di un membro del nostro stesso corpo del quale il nostro Capo ci comanda di prenderci cura per il bene di tutti”, scrive ancora il Pontefice: “In questo senso si identifica con il dolore di Cristo e, offerto cristianamente, affretta il compimento della preghiera del Salvatore stesso per l’unità di tutti”.
Dalla compassione all’etica individuale. “Allontanare da noi l’interesse di fondare la nostra autostima o il senso della nostra dignità su stereotipi di successo, carriera, posizione o discendenza e recuperare la nostra collocazione davanti a Dio e al fratello”, l’appello del Papa, secondo il quale “il primato dell’amore divino implica che l’azione dell’uomo sia compiuta senza interesse personale né ricompensa, bensì come manifestazione di un amore che trascende le norme rituali e si traduce in un culto autentico: servire il prossimo e amare Dio nei fatti”. Benedetto XVI diceva che “la creatura umana, in quanto di natura spirituale, si realizza nelle relazioni interpersonali”, ricorda Leone XIV: “Più le vive in modo autentico, più matura anche la propria identità personale. Non è isolandosi che l’uomo valorizza se stesso, ma ponendosi in relazione con gli altri e con Dio”.
“Il vero rimedio alle ferite dell’umanità è uno stile di vita basato sull’amore fraterno, che ha la sua radice nell’amore di Dio”,
ribadisce il Pontefice sulla scorta di Papa Francesco: “Desidero vivamente che nel nostro stile di vita cristiana non manchi mai questa dimensione fraterna, ‘samaritana’, inclusiva, coraggiosa, impegnata e solidale, che ha la sua radice più intima nella nostra unione con Dio, nella fede in Gesù Cristo. Infiammati da questo amore divino, potremo davvero donarci per il bene di tutti i sofferenti, specialmente dei nostri fratelli malati, anziani e afflitti”.




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