Esistono nella carriera di un artista dei momenti rari e decisivi in cui la percezione delle cose cambia, si fa più sottile e non perché il mondo esterno si trasformi, bensì in quanto muta il modo di attraversarlo. Stars and Tears la mostra di Mario Vespasiani che si inaugura sabato 17 gennaio al Museo delle Genti d’Abruzzo di Pescara, si colloca esattamente su questo punto nodale: raccoglie le opere realizzate dall’artista negli ultimi tre mesi, dopo l’improvvisa scomparsa del padre. I dipinti sono il risultato di questo attraversamento, non raccontano una fine, quanto il passaggio, non insistono sull’assenza, bensì su una continuità che si manifesta in potenti forme simboliche e visionarie. Vespasiani come irradiato dall’incoraggiamento paterno – il primo a scoprire il talento artistico del figlio da adolescente – nel ricordo che ha reso lucidi i suoi occhi durante questo ciclo di dipinti ha “sentito” orientare il suo modo di vedere e di creare dentro altri scenari che parlano di infinito, che contengono il dono della meraviglia e della gratitudine.
Tali opere, dall’evidente carica espressiva, lo hanno condotto in una dimensione ulteriore, in cui la perdita si è trasfigurata in viva riconoscenza e la memoria in una fortezza interiore, dove le stelle e le costellazioni che abitano le tele non appaiono come elementi cosmici quanto mappe dell’invisibile, segni di un ordine che eccede l’umano e che tuttavia lo accoglie. Fin dall’antichità, il cielo stellato è stato il luogo in cui l’uomo ha proiettato domande ultime: il destino, l’eternità, la giustizia, il senso. Da Platone fino a Kant, lo sguardo rivolto al firmamento è sempre stato un esercizio filosofico e spirituale, in Stars and Tears quel cielo sembra rispondere con immagini cariche di fiducia e contemplazione, come se l’artista vi cercasse — e trovasse — una forma di dialogo. Accanto alle stelle compaiono figure enigmatiche: tigri senza pupille, come se lo sguardo non appartenesse più al mondo sensibile ma a una dimensione altra; velieri che solcano l’alto mare, archetipi del viaggio dell’anima; cori angelici che evocano una presenza ordinatrice, una musica cosmica che tiene insieme ciò che appare frammentato. Ogni elemento è una metafora del passaggio tra due dimensioni: quella fisica, concreta e quella immateriale, spirituale. Non c’è opposizione tra le due, ma continuità, come nella tradizione teologica — da Agostino a Tommaso d’Aquino — il visibile non è negato, bensì assunto come segno di ciò che lo trascende.
Le tigri, in particolare, colpiscono per la loro forza simbolica, private delle pupille, sembrano non guardare più il mondo così come lo conosciamo, ma attraversarlo. Sono creature liminari, potenti e vulnerabili insieme, incarnazioni di un’energia che non si esaurisce con la morte ma cambia stato. In esse si può leggere una riflessione profonda sulla condizione umana: la vita come tensione continua tra istinto e spirito, tra presenza corporea e destino invisibile. Il titolo Stars and Tears racchiude con grande precisione il nucleo emotivo e concettuale della mostra: le lacrime non sono qui segno malinconico, ma di una commozione consapevole, che nascono dall’intensità dell’amore, dalla riconoscenza per ciò che è stato e che continua, in altra forma, a operare. In questo senso, la creazione artistica diventa atto di testimonianza: Vespasiani dipinge con una forza in più, che non gli appartiene soltanto, ma che gli è stata consegnata. C’è in queste opere una lettura del termine della vita come trasformazione, non come annientamento. Un’idea profondamente radicata tanto nella filosofia quanto nella teologia cristiana di un’energia che muta, che attraversa, che continua a produrre il bene. Come nel pensiero neoplatonico, l’anima non si spegne ma ritorna a una fonte; come nella tradizione cristiana, la fine terrena non è che un varco verso una pienezza diversa e Vespasiani vive pittoricamente queste dottrine lasciando che siano i colori, le figure e gli spazi a parlare. Stars and Tears è un ciclo pittorico che invita a contemplare il limite senza paura, a riconoscere che l’esistenza è fragile, sì, ma inscritta in un ordine più grande, divino e certamente misterioso. È un percorso che non chiede consolazione facile, ma offre uno sguardo rinnovato: quello di chi ha attraversato la prova e ne è uscito equipaggiato di altri strumenti. In questo senso, l’opera di Mario Vespasiani si fa gesto di fiducia: nella continuità dell’amore, nella forza creativa dello spirito, nella bellezza che non smette di nascere, anche — e forse soprattutto — là dove pensavamo che tutto finisse.
La mostra, dunque, propone una concezione della vita come processo continuo di trasformazione energetica e simbolica. In questo senso, la fine viene ricollocata all’interno di un ordine più ampio, che può essere letto come cosmico, spirituale o divino. Le stelle, distanti e silenziose, diventano testimoni di questa continuità: esistono da prima di noi e continueranno dopo di noi, eppure parlano intimamente alla nostra condizione. È proprio in tale capacità di tenere insieme opposti apparenti — scienza e fede, materia e spirito, finitudine e infinito — che Stars and Tears trova la sua efficacia filosofica. L’arte di Vespasiani apre uno spazio di contemplazione in cui il pensiero può sostare senza urgenza di risolvere. La mostra che si tiene proprio nel Museo delle Genti d’Abruzzo di Pescara è significativa in quanto è stato l’ultimo luogo dove il padre la scorsa estate ha visto le opere di Mario inserite nella mostra collettiva L’arte italiana tra figurazione e astrazione, fatto che invita a proseguire con lo stesso entusiasmo e a considerare che neanche tale soglia può interrompere la generazione della bellezza. In ultima istanza, Stars and Tears riafferma una caratteristica dell’arte di Mario Vespasiani: la sua qualità risiede nella capacità di trasformare un fatto profondamente personale in un’esperienza universale, che non appartiene più soltanto a chi l’ha creata, ma diventa luogo di riflessione per tutti. È in questo passaggio — dall’intimo al cosmico, dal singolare all’universale — che l’arte si fa davvero necessaria, così come ogni vita ben spesa continua ad illuminare.