Di Paride Petrocchi
DIOCESI – Si è tenuto ieri sera, giovedì 8 gennaio, nel salone del monastero di Santa Speranza, l’incontro di approfondimento sul tema dell’Incarnazione promosso dal Servizio per l’Apostolato Biblico nell’ambito del percorso formativo avviato in diocesi “La Bibbia cresce con chi la legge“.
È stato pensato, come ormai avviene da alcuni anni, in collaborazione con la Scuola di Formazione Teologica e gli insegnanti di religione. L’appuntamento, dal titolo «La Parola si è fatta uomo, popolo, relazioni, terra», ha raccolto numerosi partecipanti desiderosi di approfondire il cuore del mistero cristiano negli ultimi giorni del tempo di Natale.
Al centro della serata vi è stata la riflessione sul segno che è Gesù, vero Dio e vero uomo: sceglie di incarnarsi dentro una storia concreta, appartenere a un popolo, intrecciando relazioni e condividendo la complessità della vita quotidiana. Un’Incarnazione che invita a rileggere la Scrittura come luogo privilegiato per riconoscere e incontrare un Dio che si fa vicino, accompagna e si prende cura dell’umanità lungo tutte le sue vicende.
A guidare l’incontro è stato il biblista don Sebastiano Pinto, docente di esegesi presso la Facoltà Teologica Pugliese, parroco della parrocchia di San Marco Evangelista a Locorotondo e recentemente nominato segretario della Commissione Regionale Pugliese per la Dottrina della Fede, l’Annuncio e la Catechesi. Con uno stile capace di coniugare teologia e attenzione ai contesti sociali, don Pinto ha accompagnato i presenti in un percorso intenso e coinvolgente.
Nel suo intervento, il biblista ha innanzitutto espresso gratitudine ai partecipanti e agli organizzatori, sottolineando come nulla, nella vita di fede, sia scontato e come dietro ogni iniziativa vi sia il servizio silenzioso e generoso di persone che investono tempo ed energie per condividere la Parola. Da qui ha preso avvio una riflessione profonda sul significato dell’Incarnazione come processo di “traduzione” della Parola di Dio nella vita concreta degli uomini.
Richiamandosi al prologo del libro del Siracide, don Pinto ha ricordato l’episodio del nipote di Bensira che traduce in greco l’opera del nonno, scritta in ebraico, per renderla accessibile a un popolo che non comprendeva più quella lingua. Un esempio che diventa chiave di lettura per comprendere come la Parola, per essere viva, abbia sempre bisogno di essere tradotta, non solo da una lingua all’altra, ma da un tempo a un altro, da una cultura a un’altra, fino alla vita quotidiana di ciascuno.
Tradurre, ha spiegato, non significa fare un semplice “copia e incolla” del testo biblico nel presente, ma compiere un’opera di discernimento, fatica e mediazione.
Significa cogliere il senso profondo della Parola e trovare il modo di “vestirla” perché sia comprensibile e significativa per le persone di oggi. Anche l’esempio della famiglia di Nazareth, ha sottolineato, non va replicato in modo letterale, ma interpretato nel suo significato più autentico, affinché possa risuonare nelle famiglie contemporanee.
In questo processo, il rischio di tradire il testo originale è inevitabile, ma necessario: senza il coraggio della traduzione non c’è comunicazione né annuncio. La Parola di Dio, ha ribadito don Pinto, chiede di essere abitata, incarnata, adattata come un abito su misura per bambini, giovani, adulti, credenti esperti o semplici fedeli. Da qui l’importanza del ruolo dei “mediatori” – catechisti, insegnanti, operatori pastorali – chiamati a leggere i contesti, scegliere linguaggi adeguati e ascoltare le domande reali delle persone.
La riflessione si è conclusa con un richiamo forte alla dimensione relazionale dell’annuncio: la Parola non passa solo attraverso le parole, ma anche tramite gesti, azioni, arte, musica e vita vissuta. Accolta e incarnata, essa diventa relazione, comunità, terra condivisa. Un invito, per ogni credente, a rendere viva la Scrittura trovando ogni giorno l’“abito giusto” perché la Parola di Dio possa continuare a farsi carne nella storia.
A chiusura dell’incontro abbiamo raccolto una risonanza di una persona: “Grazie per l’incontro di ieri sera, davvero interessante e stimolante. Mi ha suscitato una riflessione: Gesù parlava a ciascuno secondo ciò che ognuno poteva accogliere, partendo dalla persona e dal suo “contesto” di vita, e così riusciva a raggiungerla nel profondo, suscitando sempre una messa in movimento, talvolta anche in senso negativo, verso di lui.
Oggi, come Chiesa, ci confrontiamo spesso con una grande indifferenza nell’accoglienza della Parola. Forse, come annunciatori, accanto allo studio e alla ricerca, necessari, dobbiamo anche crescere umanamente nell’empatia verso le persone a cui ci rivolgiamo, nella conoscenza del loro contesto di vita, come ha ricordato don Pinto. Solo così possiamo offrire la Parola avvicinandola a chi la riceve, in modo che ciascuno possa ritrovarsi in essa”.