Di Giuseppe Casale
Ancora nell’eco degli auspici di pace per il nuovo anno, il 2026 si è aperto infliggendo un inedito vulnus all’ordine internazionale. D’altra parte, pur con il rapimento di un capo di Stato estero, l’attacco degli Usa al Venezuela parrebbe confermare le dinamiche dei regime change invalsi negli ultimi decenni, esenti da sanzioni e contromisure a sostegno delle sovranità aggredite. Gli ingredienti includono l’assenza di una formale dichiarazione di guerra, sostituita da un’azione di polizia contro un governo nemico personificato e derubricato alla dimensione criminale: quanto basta per agire in deroga al diritto internazionale e delegittimare universalmente il bersaglio agli occhi di chi non voglia farsi assorbire nella complicità delinquenziale.
Tuttavia, l’unilateralità dell’imputazione di “narcoterrorismo” a danno degli Usa e la natura non internazionale della corte che giudicherà Maduro rafforzano il peculiare dato geopolitico dell’iniziativa, in linea con il nuovo passo strategico della Casa Bianca: deflettere da un insostenibile unipolarismo globale e raccogliere la sfida multipolare rilanciando della Dottrina Monroe, per il controllo esclusivo e diretto sulle Americhe.
Il Venezuela si presta in tal senso a inaugurare il messaggio ai governi continentali refrattari al programma. Ma con la cautela di non impantanarsi nell’occupazione terrestre in un Paese da anni afflitto dal cappio delle sanzioni di Washington e già diviso tra quanti festeggiano la caduta del governo liberticida e quanti paventano un ritorno ai record di analfabetismo e povertà endemica anteriori al bolivarismo di Chavez. La mancata reazione della contraerea e le circostanze dell’arresto di Maduro lasciano pensare a una soluzione concordata con Caracas, in vista di una transizione morbida che accontenti le aspettative di Washington. Trump già minaccia di colpire ancora se la nuova reggenza lo deluderà. Su tutto primeggia la richiesta di riaprire il Paese all’orbita economica Usa, segnatamente alle compagnie estromesse dalla nazionalizzazione del petrolio, di cui finora ha beneficiato la Cina. Al netto delle sollecitazioni dai governi confinanti, eventualmente intimiditi da ipotesi escalative e da spunti di eversione interna, molto dipenderà da quanto l’establishment politico e militare venezuelano, proclami a parte, asseconderà i diktat trumpiani.
Tuttavia perseguire l’egemonia continentale non equivale a isolazionismo: l’estromissione dalle Americhe di interessi esogeni si coniuga con un atteggiamento proattivo nei confronti dei rivali globali. Il petrolio ne è prova, se si considera che le minacciose attenzioni alla Groenlandia e all’Iran, come pure alle azioni dimostrative in Nigeria e le pressioni sulla Somalia, assieme ai flirt con le petrolmonarchie segnalano l’intento di controllare le principali produzioni mondiali del greggio, così da salvaguardare il dollaro e gestire i prezzi dell’oro nero come leva sull’export russo e l’import cinese e indiano.
La piega isolazionistica è smentita soprattutto dalla nuova piega della partita su Taiwan, viste le forniture militari appena stanziate per Taipei, l’incremento presenziale della marina Usa e il riarmo (fors’anche nucleare) incoraggiato presso il nuovo governo giapponese in deroga alla costituzione. A tutto ciò Pechino ha appena replicato con una nuova esercitazione a fuoco vero attorno a Taiwan, unitamente al messaggio di fine anno in cui Xi ha definito la riunificazione come destino inevitabile, a norma della sovranità sull’isola assegnata dal diritto internazionale.
A gravare sull’avvio dell’anno anche le minacce di attacco al Teheran espresse da Trump, nel caso venissero represse le proteste di piazza che imperversano nella Repubblica islamica contro la crisi economica, gravata dalle sanzioni Usa. Netanyahu soffia sul fuoco, chiedendo a Trump di attaccare per rovesciare il regime prima che la deterrenza del programma missilistico di Teheran, saggiato durante la Guerra dei 12 giorni, diventi un fatto irreversibile. Tuttavia la capacità militare iraniana risulta più preoccupante di quella venezuelana: in caso di conflitto, una pioggia di ipersonici su Israele potrebbe spingere quest’ultimo all’extrema ratio dell’atomica, trascinando gli Usa verso l’imponderabile. Senza contare che il blocco dello Stretto di Hormuz metterebbe in ginocchio anche i traffici delle petrolmonarchie allineate agli Usa.
A Gaza il piano di pace non prevede ancora che tra le macerie cessino le morti per stenti, le violenze in Cisgiordania si perpetuano indisturbate, con l’aggravante dell’espulsione di organizzazioni umanitarie come Medici senza Frontiere. Nel mentre, Tel Aviv, oltre a rifiatare, assume nuove iniziative per coltivare le mire egemoniche regionali, complicando il progetto Usa di stabilizzare l’area per concentrarsi altrove. Del resto, lo scorso dicembre si è concluso con dinamiche che intrecciano ulteriori rivalità ed erodono le “linee di amicizia” sotto il comune ombrello securitario statunitense. Primo al mondo, Israele ha riconosciuto l’indipendenza del Somaliland da Mogadiscio, progettando con il finanziamento degli Emirati Arabi l’installazione in loco di nuove basi militari e di intelligence: quanto basta per disturbare l’influenza della Turchia sulla Somalia, che pure fa sentire il fiato sul collo israeliano mediante il nuovo regime siriano. Inoltre dal Corno d’Africa Tel Aviv avrebbe un trampolino sulla Penisola arabica, dove Arabia Saudita e Qatar protestano contro le azioni destabilizzatrici di Netanyahu e, minacciando il no agli Accordi di Abramo, brigano per ottenere dagli Usa gli F-35 e guardano con favore al dialogo con l’Iran. Non meno significativo il rischio di una più vistosa rottura tra sauditi ed emiratini, con i secondi posti sulla scia israeliana per guadagnare nuove proiezioni commerciali in Africa e verso i porti indiani. Ryad e Abu Dhabi, oltre che nella guerra civile in Sudan, nelle ultime settimane sembrano ai ferri corti in Yemen, dove fino a ieri erano unite nel sostenere la coalizione anti-Houthi: lo certifica il bombardamento saudita di un cargo di armi emiratino destinato al Consiglio di Transizione del Sud, che ora tenta di mettere all’angolo la fazione di Aden sostenuta dall’Arabia.
Il groviglio degli antagonismi, letto in chiave sistemica alla luce delle insicurezze sui mercati energetici e della “guerra per decapitazione” su cui Washington, a giudicare dal caso venezuelano, è appena tornata a investire, di certo non depone a favore di una soluzione in Ucraina. Le incognite sulla exit strategy occidentale, l’instabilità delle cordate e i conflitti ibridi che si svolgono nei teatri di suo interesse può convincere Mosca a confidare soltanto sull’estenuazione di Kiev per il resto dell’anno, caricando la vittoria di ulteriori valenze dissuasive rispetto ad altri scenari concorrenziali.
Tra guerre sporche e unilateralismi assertivi, la guerra mondiale a pezzi sembra tenere a battesimo il 2026, denso di incertezze fors’anche maggiori di quelle riservate dall’anno appena concluso.