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Il Vescovo Tonucci ricorda il fratello don Paolo

Di Domenico Luciani

LORETO Il 9 Ottobre del 1994, trent’anni fa, ci lasciava il sacerdote fanese don Paolo Maria Tonucci. Lo vogliamo ricordare in questa breve intervista che ci rilascia il fratello, arcivescovo emerito della prelatura territoriale di Loreto, mons. Giovanni Tonucci, in occasione dell’anniversario della nascita al cielo di don Paolo.

Con queste parole lo desideriamo ricordare, per essersi contraddistinto tra i sacerdoti che hanno offerto la propria vita per la missione. Ha vissuto la sua vita a servizio della Chiesa dapprima a Fano, fino al 1965, e poi in missione in Brasile, nell’arcidiocesi di Salvador, nello stato brasiliano di Bahia, dal 1965 fino al 1994, anno della sua morte. Il sacerdozio nella sua vita ha rappresentato per don Paolo la piena realizzazione di un desiderio, nato sin dall’infanzia, quando già il Signore aveva messo nel suo cuore il desiderio di seguirLo nel ministero ordinato.

Eccellenza, innanzitutto la ringraziamo per averci concesso questa intervista. Ci parli brevemente di ciò che lei ricorda della vocazione di suo fratello don Paolo.
La risposta a questa domanda è facile. Paolo è nato due anni prima di me, ma da quando l’ho conosciuto, evidentemente mentre crescevamo insieme con gli altri due fratelli, ho sempre saputo che volesse diventare prete. Non saprei spiegarne la ragione, ma devo pensare che Paolo, appena ha avuto coscienza di se stesso, ha deciso che si sarebbe dedicato al Signore come sacerdote. Quello che poi ha fatto, seguendo gli studi in seminario, lavorando in parrocchia a Fano e quindi in missione in Brasile, ha dimostrato che non si trattava di una illusione infantile, ma era già un solido progetto di vita.

Com’è nata la missione in Brasile di don Paolo?
Considerando la situazione della Chiesa, con le gravi disparità tra nazioni e continenti, Paolo ha pensato che nella Chiesa si dovesse applicare il principio dei vasi comunicanti: chi ha più sacerdoti, li mandi dove ne mancano. Per questo pensiero, che ha abbracciato con piena convinzione, ha sottoposto al suo Vescovo il desiderio di partire per l’America Latina e, prima ancora di avere il suo consenso, ha cominciato a studiare la lingua spagnola. Questo studio, che è continuato per alcuni mesi, è stato poi reso inutile dal fatto che, all’ultimo momento, la destinazione è stata il Brasile, dove non si parla lo spagnolo, ma il portoghese.

Quali ricordi ha della missione di don Paolo, nella realtà dove ha vissuto questa importante esperienza?
Per restare vicino a mio fratello, sono stato più volte in Brasile e, in qualche modo, ho condiviso per brevi periodi la sua missione. Ha lavorato in parrocchie immense, in cui tutto doveva essere iniziato quasi dal nulla. Ha scoperto forme di povertà estrema, sia materiale sia morale, ma ha anche capito la naturale bontà e la grande generosità dei poveri. Fin dall’inizio, si è convinto che quella buona gente, battezzata ma non evangelizzata, avesse bisogno di conoscere il Vangelo e dovesse essere aiutata ad affermare la propria dignità nella società. Le condizioni del Brasile, dal 1964 sottoposto a una dura dittatura militare, erano drammatiche ed ogni tentativo di educare la gente era guardato con sospetto, come se si trattasse di una volontà di sovversione comunista.

Sono sempre stato impressionato dalla capacità che Paolo ha avuto per presentare la nostra fede in Cristo senza fratture, una fede quindi vissuta nella celebrazione della Messa e nell’Adorazione Eucaristica, e, con la stessa coerenza, nella protesta contro le ingiustizie e le violenze dei prepotenti.

Quali sono i doni nati da questa esperienza missionaria, in particolare cosa sono l’associazione “Apito” e il progetto “Agata Smeralda”?
“Apito” (in brasiliano significa “fischietto” ed è un acronimo per Associazione Paolo Tonucci) è nato alcuni anni dopo la morte di Paolo, ma è stato ispirato dai suoi ideali ed è una associazione che si occupa di educare i più piccoli, con un tipo di scuola che non si limiti ad un insegnamento soltanto accademico, bensì contribuisca a far crescere i bambini come persone coscienti e mature. Apito ha la sua base operativa a Camaçarì, la parrocchia dove Paolo ha lavorato dal 1981 fino alla sua morte, nel 1994, ed è guidato da Delia Boninsegna, laica missionaria originaria di Merano, in Brasile dal 1971. L’associazione può contare ormai su un bel gruppo di collaboratori e collaboratrici locali, adeguatamente formati. Dall’Italia, gruppi di sostenitori mantengono il collegamento di alunni delle nostre scuole con quanto viene svolto in Brasile.

Il progetto “Agata Smeralda”, nata più di trenta anni fa, invece, ha la missione di promuovere l’adozione a distanza, svolta con attenti criteri, che possano garantire che le persone bisognose siano aiutate in maniera corretta, senza che ci siano dispersioni di fondi o ambiguità amministrative. Il progetto è stato iniziato dal prof. Mauro Barsi di Firenze, che ha conosciuto don Paolo poco prima della morte di questi, e da lui ha ricevuto alcune linee ideali affinché la missione dell’adozione a distanza fosse svolta come risposta ad una vocazione puramente evangelica.

Sia “Apito” sia “Agata Smeralda” sono dei punti di riferimento sicuri per chi, volendo aiutare il prossimo, vuole essere rassicurato su come sia possibile farlo, per non correre il rischio che il denaro offerto possa essere amministrato in maniera impropria.

I nostri lettori troveranno altre notizie sulla figura di don Paolo attraverso il sito internet www.donpaolotonucci.it, che mette a disposizione materiale sulla sua vita e la sua missione, oltre a farci conoscere le pubblicazioni cartacee che sono state realizzate negli anni.

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