DIOCESI – Si è svolta ieri, domenica 11 Febbraio, alle ore 16:15, la celebrazione della “Giornata Mondiale del Malato” presso la Cattedrale Santa Maria della Marina in San Benedetto del Tronto. La Santa Messa, presieduta dal Vescovo Carlo Bresciani, ha visto la partecipazione dei membri dell’Unitalsi Diocesana e delle altre associazioni che si occupano dei malati del nostro territorio e si prendono cura di loro o per professione o per missione: medici, infermieri, volontari, ministri straordinari dell’Eucaristia.

Dopo la preghiera del Santo Rosario, Mariemma Bettoni, presidente della sottosezione dell’Unitalsi, ha introdotto la celebrazione sottolineando l’importanza della giornata.

Il Vescovo Carlo Bresciani durante l’omelia ha affermato: “Nel Vangelo di oggi si racconta che Gesù incontra un lebbroso e ‘ne ebbe compassione’, cioè Gesù sente in sé la sofferenza dell’altro – perché questa è compassione -, quindi sente in sé ciò che l’altro sta vivendo e, in qualche modo, in questa maniera la condivide. Questo dice la non insensibilità di Gesù! Da qui, appunto, viene il fatto che Gesù incontra in un certo modo gli ammalati, li incontra non soltanto come presenza fisica, ma li incontra dentro se stessi, perché sente la sofferenza dell’altro.
Mi sembra che questo sia il primo passo indispensabile per superare l’indifferenza che è la peggiore delle cose. Perché l’indifferenza ferisce la persona, aggiunge dolore al dolore. Perché l’indifferenza è quella del ricco Epulone che, nella sua ricchezza, nel suo stare bene, non è capace di avvertire minimamente il bisogno dell’altro. È l’indifferenza del bisogno dell’altro.

Poi il Vangelo ci dice anche altre cose. Gesù si avvicina al lebbroso. “Avvicinarsi” è un gesto significativo: avvicinandosi, Gesù toglie la distanza tra lui e il lebbroso. Una distanza che non è soltanto fisica. Gesù, con la sua compassione, toglie anche e soprattutto la distanza verso l’anima.

Infine Gesù volge lo sguardo”, cioè si gira verso il lebbroso e lo guarda negli occhi, quindi non uno sguardo fugace, ma intenso, sentito.

Mi sembrano tre momenti importanti: sentire la sofferenza dell’altro, avvicinarsi e volgere lo sguardo. Facendo questo, Gesù compie un gesto straordinario, perché le tre azioni che abbiamo detto – sentire, avvicinarsi e guardare negli occhi – superano una proibizione sociale: il lebbroso, infatti, non poteva essere avvicinato. Gesù, invece, rompe quello schema che allontanava il lebbroso, allontanava il malato.

Quando Gesù fa questo, viene subito allontanato, perché nel Vangelo si dice: “Gesù non poteva entrare più pubblicamente in una città”, non poteva più entrare, tanto è ciò che imponeva! La distanza, l’allontanamento, il mandare lontano. Se fosse per motivi sanitari, questo sarebbe anche incomprensibile, ma non era solo per motivi sanitari: Gesù viene rifiutato per questo suo comportamento. Comprendiamo così che quello che Gesù sta facendo, da una parte ci dice che Dio si sta avvicinando ad un malato, ma dall’altro ci sta anche dicendo che non dobbiamo farci condizionare da quegli schemi sociali che non sanno accogliere colui che ha bisogno. Se comprendiamo questo, riusciamo a capire che Gesù ci sta insegnando qualcosa di fondamentalmente importante anche per noi, perché questi schemi sociali purtroppo continuano ad essere ancora presenti con gli ammalati nel corpo e con i bisognosi di varia natura. Gesù venne allontanato, anche se non aveva fatto nulla di male. Cosa aveva fatto di male? Niente, anzi! Gesù è andato contro al – come diremmo oggi –  politicamente corretto e per questo ne ha pagato le conseguenze. Gesù, con il suo gesto, cura due malati. Il primo è quello che comprendiamo immediatamente: al lebbroso la lebbra sparisce. C’era una mentalità sbagliata che tendeva ad allontanare il malato per motivi sanitari. Ogni malato ha bisogno dell’ospedale, ma nel caso che ci viene raccontato nel Vangelo, l’allontanamento è anche per altri motivi oltre a quelli sanitari. Non ci sono più le guarigioni dello spirito, sono rimaste importanti solo le guarigioni del corpo. Con il contatto umano, invece, con la luce della fede, si può guarire lo spirito. Ci sono molti che, sani nel corpo, pensano di essere anche sani nello spirito, ma non è sempre così. Papa Francesco ci ricorda, nel suo messaggio per questa Giornata del Malato, che la solitudine non è necessariamente una malattia del corpo, ma è una malattia, è una sofferenza. È scritto nel suo messaggio: “Non è bene che l’uomo sia solo” e invece ci sono tante soluzioni che noi provochiamo. La solitudine è quando non c’è il sentire l’altro, quando non c’è la vicinanza dell’altro, non c’è il coraggio dello sguardo. Gesù tocca il lebbroso, guarda il lebbroso. C’è una solitudine sociale che è provocata dalla nostra società e noi siamo chiamati a rispondere con una prossimità che imita quella di Gesù. C’è molta strada da fare in questo senso per la nostra società: la nostra è infatti una società che non si accorge di chi manca del necessario per il corpo e per lo spirito.

Il Papa ci dice come fare. Cosa siamo chiamati a fare? A curare le relazioni, perché anche là, dove si va a curare il corpo, spesso si deve curare anche la parte interiore. Dalle relazioni non curate bene vengono i mali peggiori. Il malato ha bisogno anche delle relazioni, della vicinanza. Siamo chiamati come i volontari, come le Misericordie e altro. Siamo chiamati come cristiani, come persone umane. Imitando Gesù, possiamo fare molto.

Maria che cosa fa? Maria ci è vicina per consolare, confortare, indicare un modo diverso di vivere dentro le relazioni che la vita ci propone. Anche Maria ci invita a curare le relazioni. Mentre chiediamo l’intercessione di Maria con la preghiera, sentiamo, carissimi amici, di ringraziare tutti coloro che si fanno vicini a chi è nel bisogno, come ad esempio le associazioni di volontariato e le nostre Misericordie, che fanno attività di volontariato.
Noi continuiamo a dire che i mezzi sono pochi, ma anche con pochi mezzi possiamo fare cose grandi, se c’è “prossimità”, se ci sono vicinanza, volontà di costruire relazioni, desiderio di non lasciare solo nessuno. Maria ci invita a fare questo. E questo è anche quello che Gesù ha fatto nella sua vita e che ci ha insegnato a fare. Dobbiamo costruire un’umanità fatta di relazioni buone. Possiamo davvero riconoscerci gli uni gli altri come fratelli che si sostengono a vicenda nelle relazioni. Quando avremo imparato a fare questo, avremo imparato a fare una cosa grande! Avremo imparato veramente ad essere fratelli che camminano verso l’incontro con il Signore”.

Dopo le preghiere dei fedeli realizzate da alcuni volontari dell’Unitalsi e delle altre associazioni presenti, la celebrazione è proseguita, dopo la Comunione, con il canto dell’Ave Maria di Lourdes e la processione “Aux Flambeaux” all’interno della Cattedrale Madonna della Marina.
La celebrazione è terminata con la solenne benedizione del Vescovo Carlo Bresciani.

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