Alberto Campoleoni

C’era una volta la collaborazione scuola-famiglia. O almeno c’era l’idea che scuola e famiglia, insegnanti e genitori, personale scolastico, dirigenti compresi e ambiente parentale dovessero/potessero collaborare all’educazione delle giovani generazioni.

Nella logica della sussidiarietà, se il diritto-dovere di educare i figli è riconosciuto dalla nostra Costituzione ai genitori, la scuola e gli istituti di istruzione si affiancano proprio alle famiglie per rendere effettivo quel diritto-dovere, per svolgere efficacemente il compito. Ne viene la logica della collaborazione: agiamo insieme, contribuiamo, condividiamo.

E’ indubbio che la nostra scuola sia impostata su questo binario, nonostante tutte le possibili carenze che le vengono attribuite (talvolta in modo strumentale e senza fondamento). Tuttavia è altrettanto indubbio che proprio la scuola ha perso da tempo, agli occhi di tante famiglie, il proprio prestigio, al punto di essere considerata talvolta addirittura un ambiente ostile, contro cui i genitori si scagliano lancia in resta ogniqualvolta ritengono che i loro figli siano oggetto di qualche sopruso. Un brutto voto? Un rimprovero? Una sospensione addirittura? Una bocciatura?

Negli anni la collaborazione scuola-famiglia ha attraversato periodi di alti e bassi, è stata normata con regole più o meno felici – chi pensa oggi agli organi collegiali? – magari incapaci di stare al passo coi tempi, ma destinate a sottolineare il principio enunciato sopra: è utile collaborare. Oggi siamo spesso a rilevare episodi al limite della contrapposizione, anche violenta, tra famiglie e scuola.

Un caso eclatante che viene dalla cronaca è accaduto settimana scorsa in un istituto comprensivo di Taranto (e pochi giorni dopo un altro simile nel Foggiano) dove il dirigente scolastico è stato picchiato con calci e pugni ed è dovuto andare all’ospedale in seguito all’aggressione di una coppia di genitori. Era intervenuto per calmarli mentre discutevano animatamente con una insegnante che aveva chiamato la mamma della bimba di tre anni per cambiarle la biancheria.

Lo stesso preside, intervistato sulla vicenda, ha commentato amareggiato: queste cose succedono “perché i genitori non fanno più i genitori, non educano. Ovviamente è un discorso generale. Prendono sempre le loro difese. Accade nella scuola come nella sanità: dovrebbero essere i servizi più importanti della società, ma sono trascurati”.

In effetti, sempre la cronaca riferisce di casi allarmanti proprio nella sanità, con aggressioni a medici e infermieri. E dunque è legittimo anche allargare l’orizzonte a quelle che sono le cosiddette “istituzioni di cura”, il cui compito è quello di migliorare la società. Ammettendo che il concetto di società – e qui varrebbe la pena di riflettere di più – sia ancora condiviso. Esiste una “società” intesa come comunità di persone che hanno scopi – almeno generali – in comune? O piuttosto siamo arrivati alla concezione di agglomerato sociale inteso come somma di individui e interessi particolari?

Ed ecco che torna in ballo la scuola, luogo “principe” per favorire una concezione della società intesa come comunità. Oggi ancora più necessaria viste le evidenti difficoltà delle famiglie a uscire dal proprio guscio.

Dalle cronache viene un ennesimo campanello d’allarme. Difendere la scuola e gli insegnanti vuol dire difendere un modo di essere comunità civile, un modo di costruire l’ambiente nel quale viviamo e vivranno i nostri figli.

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