(Foto ANSA/SIR)

“È positivo che aumenti il numero degli occupati ma spesso si tratta di un lavoro di bassa qualità. Dobbiamo infatti tenere presente che il lavoro non è più automaticamente sinonimo di stabilità economica”.

Così Stefano Tassinari, vicepresidente nazionale delle Acli con delega al Lavoro e al Terzo settore, commenta i dati su Occupati e disoccupati diffusi oggi dall’Istat.
A novembre 2023 – ha rilevato l’Istituto nazionale di statistica – il tasso di occupazione è rimasto invariato al 61,8%, quello di disoccupazione è sceso al 7,5%, mentre il tasso di inattività cresce al 33,1%. In un anno, poi, tra il novembre 2022 e il novembre 2023 il numero di occupati è cresciuto di 520mila unità (+2,2%).
“Bisognerebbe che l’Istat fornisse anche il numero delle ore lavorate, perché, ormai da parecchi anni, per l’occupazione viene conteggiata anche solo un’ora di lavoro alla settimana”, rileva Tassinari, spiegando che “spesso la crescita si registra nei servizi laddove si tende a creare part-time soprattutto per le donne”. Avere questa informazione, commenta, servirebbe a capire “quanto sia un lavorare meno per lavorare tutti”, situazione “progettata dal mercato e non creata da una logica solidale”. Nella sua riflessione il vicepresidente delle Acli cita diversi dati diffusi ultimamente, come quello della Banca d’Italia sulla ricchezza degli italiani: “Praticamente metà della popolazione italiana vive in una famiglia che ha una ricchezza netta di 150.000 euro”; questo significa che “tendenzialmente il lavoro è cresciuto come numeri, ma si è ridotta la possibilità di stabilizzare la propria famiglia sostanzialmente dal punto di vista economico”. E se da un lato “il tema della quantità di occupazione comincia ad essere meno problematico”, Tassinari osserva che siamo in presenza “di differenze territoriali” e di “una difficoltà per le donne che, in un caso su due, sono fuori dal mercato del lavoro se diventano mamme”.

“Complessivamente – aggiunge – possiamo dire che aumenta l’occupazione ma è più instabile sul piano della capacità di dare stabilità economica”. “Visto che oggi le aziende non si fanno problemi ad assumere, anzi in alcuni casi fanno fatica a trovare lavoratori, che senso ha concentrare tutto sull’aumento della flessibilità o su strumenti come i voucher?”, domanda il vicepresidente delle Acli, secondo cui “è molto meglio invece concentrarsi di più su come rendere qualitativamente migliore il lavoro” investendo, per esempio, su “formazione permanente, salario minimo”: “Si tratta di mettere in campo soluzioni che rafforzino la permanenza nel mondo del lavoro, facciano crescere la professionalità delle persone, consentano alle persone con scarse competenze di essere preparate e quindi anche di ridurre un po’ il miss-matching”.

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