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Tragedia del motopeschereccio Rita Evelin, Antonella Roncarolo: “Spero che questo romanzo agisca come un catalizzatore per ulteriori indagini”

Antonella Roncarolo

SAN BENEDETTO DEL TRONTO“Quel silenzio in fondo al mare. Il naufragio nel mare Adriatico del motopeschereccio Rita Evelin” è il titolo del recente libro scritto da Antonella Roncarolo per Infinito Edizioni.

In queste pagine ripercorre la tragedia del motopeschereccio Rita Evelin affondato nelle acque dell’Adriatico: era il 26 ottobre del 2006. Nonostante siano trascorsi tanti anni ancora molte verità non sono emerse.
La tragedia del motopeschereccio Rita Evelin rappresenta una ferita aperta nel tessuto sociale e culturale della nostra comunità perché questo tipo di eventi ha un impatto che va oltre la cronaca, e penetra profondamente nell’immaginario collettivo. Il romanzo, in questo contesto, funge da mezzo per esplorare e, forse, elaborare il trauma in un modo che il giornalismo o la storia ufficiale non possono sempre fare, utilizzando la finzione letteraria come una lente attraverso cui esaminare le complesse dinamiche umane che circondano tali tragedie. La mia speranza è che questo romanzo agisca come un catalizzatore per ulteriori indagini o discussioni su eventi come l’affondamento del Rita Evelin, sottolineando l’importanza della letteratura nel dar voce alle storie non raccontate e alle verità sommerse.

Lei ripercorre, come in un diario, i giorni che seguirono il recupero dei corpi dei tre membri dell’equipaggio. Attraverso le parole di Giovanna Scolastici, cugina di Francesco Annibali tra i marinai deceduti, il lettore può rivivere l’attesa, l’angoscia e anche la rabbia per il trascorrere dei giorni prima che i corpi venissero recuperati.
L’approccio diaristico pone al centro l’esperienza umana e emotiva di coloro che sono stati coinvolti, rendendo la storia più accessibile e tangibile per i lettori, fungendo da specchio per la comunità e riflettendo le preoccupazioni, le speranze e i dubbi che emergono in tempi di crisi. In questo modo, il romanzo non è solo una cronaca di eventi passati, ma un appello all’empatia, all’azione e, forse, a una rinnovata comprensione dell’umanità. Attraverso le parole della protagonista, il romanzo vuole essere un punto di partenza per discussioni più ampie su temi come la sofferenza, la perdita, e la ricerca di giustizia o di comprensione nel mezzo della tragedia. Il ritardo nel recupero dei corpi, ad esempio, solleva domande etiche e morali su come le istituzioni e le comunità dovrebbero agire in modo compassionevole e giusto.

Il Rita Evelin è ancora oggi inabissato ad ottanta metri di profondità. Ma lei ha deciso che questo pezzo di storia della marineria non doveva restare nel silenzio, perché?
Il destino del motopeschereccio Rita Evelin e del suo equipaggio rappresenta una sorta di epitaffio silenzioso che grava non solo sul mare, ma anche sulla coscienza della comunità e della nazione. L’acqua potrebbe aver inghiottito fisicamente la nave e i suoi membri, ma il silenzio che ne deriva rischia di inghiottire anche la memoria collettiva, i dettagli, le lezioni apprese e, soprattutto, le vite di coloro che sono stati coinvolti. Portare alla luce questa storia è un tentativo di resistere all’oblio. È un modo per onorare le vite perse e fornire un grado di comprensione a coloro che sono stati lasciati indietro. È anche un mezzo per sollevare questioni importanti su sicurezza, responsabilità e giustizia che vanno al di là dell’evento stesso e che hanno rilevanza in molti altri contesti.

Un libro frutto di un lavoro di ricerca, oltre a consultare le fonti giornalistiche di quel periodo, ha incontrato e parlato con tante persone che, anche indirettamente, hanno vissuto questa tragedia. Cosa le è rimasto?
Nel raccontare la fine del Rita Evelin, ciò che mi è rimasto è la comprensione profondamente umana della tragedia.  C’è stato da parte mia un impegno per onorare la memoria dei defunti e un desiderio di portare alla luce le sfumature della sofferenza umana e dell’ingiustizia che spesso rimangono inosservate. Non è stato solo un lavoro di ricerca, ma un viaggio emotivo che mi ha portato a connettermi profondamente con le persone coinvolte e le loro sofferenze. Ogni intervista e ogni momento passato a cercare di comprendere meglio cosa è successo sono diventati parti di me. E questa comprensione, acquisita attraverso la ricerca e le interviste, intrecciata nel tessuto emotivo e intellettuale, ha reso il mio lavoro un commento più ampio sulla condizione umana. Tutti i pezzi della storia, soprattutto quelli sommersi da acque oscure e silenziose, hanno il potenziale di illuminare aspetti della condizione umana che sono difficili da affrontare ma impossibili da ignorare. Affrontare queste storie difficili è un modo per avvicinare la verità, per incoraggiare la discussione e, in ultima analisi, per cercare un tipo di redenzione che renda giustizia alla memoria e alle vite dei morti.

Luigina Pezzoli: