Intervista al dott. Matteo Schiazza: “Spesso c’è una dura battaglia tra il bambino che comunica in un certo modo e il genitore che invece ha aspettative diverse”

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Sebbene la pandemia sembri un lontano ricordo, al contrario sono ben visibili le conseguenze che essa ha portato nelle vita delle persone, in particolare dei bambini, dei giovani e di coloro che erano già fragili ancor prima che il Covid – 19 mietesse vittime.
L’isolamento e il distanziamento sociale, lo sconvolgimento delle abitudine quotidiane la paura della malattia e soprattutto del futuro, il ricorrente sentimento di incertezza e precarietà, hanno causato non pochi effetti sulla salute mentale delle persone. Ne parliamo con il dott. Matteo Schiazza, quarant’anni, da dieci psicologo e counselor specializzato in Arte-terapia, teatro counseling e espressioni corporee, che svolge la sua professione anche presso il Centro Famiglia di San Benedetto del Tronto, oltre che presso vari enti pubblici e presso i suoi studi privati a San Benedetto del Tronto e Francavilla al Mare (PE).

Quali disagi riscontra maggiormente nei pazienti più piccoli, dai tre ai dodici anni di età?
Per quanto riguarda l’infanzia, riscontro spesso una dura battaglia tra il bambino che comunica in un certo modo e il genitore che invece ha aspettative diverse e si trova spiazzato nel seguire un linguaggio che non si aspetta e che non riesce a decodificare. La difficoltà maggiore quindi è la comunicazione emotiva. Lavoro dunque con i bambini sull’intelligenza emotiva, prima di tutto rendendoli capaci di riconoscere le proprie emozioni e dare loro un nome, in seguito insegnando loro a gestirle e a comunicarle agli adulti di riferimento, come i genitori, i nonni, gli insegnanti, i catechisti. Faccio un esempio banale: quando un bambino è preso dalla rabbia, in genere piange, urla, fa i capricci e mette in atto comportamenti aggressivi verso se stesso e verso gli altri; al contrario, un bambino che ha imparato a riconoscere questa emozione saprà mostrare un certo autocontrollo e riuscirà a comunicare con le parole il suo disappunto, la sua delusione, la sua collera. Questo lavoro ovviamente funziona solo se avviene in tandem, ovvero se c’è un impegno anche da parte dei genitori ad aumentare la loro capacità di ascoltare il messaggio. In tal senso devo dire che, mentre i bambini apprendono questa capacità con relativa facilità, spesso purtroppo i genitori mostrano maggiori difficoltà. I tempi di oggi, infatti, sono molto più incalzanti, pieni di stimoli, provenienti anche da un uso smoderato e sconsiderato dei dispositivi elettronici che riducono drasticamente la capacità di gestire i propri tempi con consapevolezza. A questo si unisce anche una certa difficoltà da parte dei genitori a voler crescere il proprio figlio a propria immagine e somiglianza, senza invece tenere conto del fatto che ogni bambino abbia le proprie capacità, attitudini e velleità.

Quali disagi riscontra invece negli adolescenti e cosa possono fare gli adulti di riferimento per contrastarli?
Gli adolescenti che si sono trovati immersi nei primi due anni di pandemia hanno vissuto una grande frustrazione, poiché questo, per natura, è il periodo dedicato all’esplorazione e alla sperimentazione ed invece questi giovani sono stati obbligati prima all’isolamento in casa e poi al distanziamento sociale. Questa costrizione li ha portati a scegliere di comunicare attraverso linguaggi diversi rispetto alla parola, quindi con il telefono, il computer, la play station, i video giochi. Ora iniziano a vedersi le conseguenze di questi anni: i ragazzi si sono abituati a manifestare le proprie emozioni non guardandosi negli occhi e proferendo parole, bensì inviandosi messaggi attraverso i cellulari con brevi testi esplicativi e numerose immagini interpretative; spesso non si vedono più al campetto, in piazza o all’oratorio per fare una partitella a calcio o a pallavolo, bensì giocano con la play-station – magari anche a calcio o a pallavolo – ma collegati on line a distanza con un dispositivo elettronico; non si incontrano più al parco per raccontarsi la giornata a scuola o l’uscita con un ragazzo o una ragazza, bensì si collegano in videochiamata, a volte anche senza guardarsi, perché magari sono intenti a fare un’altra attività, come cambiarsi d’abito, scrivere, cucinare. Potrei fare molti esempi di come la tecnologia e il suo linguaggio si siano sostituiti allo scambio e alla relazione.
Gli adulti sono quindi chiamati ad incentivare momenti di incontro e di relazione, non solo a livello sportivo, ma anche sociale e culturale. Va bene qualsiasi momento aggregativo che abbia però due caratteristiche: prima di tutto gli incontri devono essere finalizzati alla relazione, quindi in essi ci devono essere spazi di confronto; in secondo luogo queste occasioni di incontro devono essere adatte alle attitudine e agli interessi del ragazzo il quale potrà così incrementare la propria autostima. Purtroppo in molteplici contesti si mira più alla competitività che alla capacità. Al contrario, bisogna lavorare sul singolo ragazzo, facendo in modo che lavori sulla sua personale capacità, arrivando a vivere uno sport non perché vuole vincere, ma perché gli piace, perché vuole aumentare le sue capacità in quella disciplina, perché attraverso di esso può esprimere se stesso. L’obiettivo di un giovane non è e non può essere – come purtroppo avviene – quello di essere perfetto rispetto agli altri, quindi di competere fino allo sfinimento per vincere, bensì deve essere quello di sentirsi capace, soddisfatto e gratificato con se stesso nello svolgere un’attività che gli piace.

Presso il Centro Famiglia di San Benedetto del Tronto incontra numerose coppie di genitori. Qual è, secondo lei, la condizione delle giovani famiglie?
Le famiglie oggi viaggiano su una barca un po’ instabile, in una società ricca di stimoli continui, in cui diversi genitori sono impreparati e non ancora pronti al ruolo che spetta loro, un ruolo difficile che ha bisogno di una messa in discussione con sé stessi costante e continua. Sembra che resti più semplice dare la responsabilità ai figli rispetto ad eventuali comportamenti sbagliati piuttosto che fermarsi, alzarsi le maniche e prendersi la propria responsabilità nella rotta data loro e quindi lavorare per modificarla. Spesso si pensa che i figli sono sbagliati, ma non è assolutamente così, proprio perché loro sono lo specchio di una mamma e di un papà, di una famiglia che forse non sta impegnandosi al meglio ad imparare e comprendere il proprio ruolo genitoriale. Ogni genitore fa il meglio che può, ma oggi questo non basta: si deve e si può migliorare per offrire ai figli un cammino nel mondo integrato, funzionale ed efficace.

In cosa consiste l’Arte-terapia e, nello specifico, il teatro counseling in cui è specializzato?
Quando parliamo di Arte-terapia, parliamo di un’attività creativa, un’espressione mirata a far raggiungere una maggiore consapevolezza di se stessi attraverso l’utilizzo di strumenti quali il disegno, la musica, il teatro. Quando se ne parla, a volte si fa confusione, perché si pensa che fare un laboratorio d’arte, in cui il ragazzo fa un disegno, già sia Arte-terapia. In realtà non è così! Vivere un’esperienza di Arte-terapia significa mettere al centro la persona, la sua vita, in relazione a capacità e difficoltà personali. In altre parole, più che sul prodotto, ovvero il disegno in sé, si pone l’attenzione sul processo che la persona mette in campo. In base all’espressione che esperisce, la persona riesce a comprendere aspetti di sé, utili ad incrementare sia l’autostima sia la consapevolezza delle proprie caratteristiche emotive, relazionali e fisiche, come il proprio corpo, la propria voce, il proprio mondo interiore. Nello specifico, il teatro counseling, attraverso il teatro, fornisce impulsi creativi motori, vocali, sensoriali e cognitivi, e mira ad una crescita personale, emotiva e relazionale, poiché ognuno di noi è in grado di attuare piccoli processi di cambiamento che conducono ad un maggiore benessere personale. Alla fine di ogni percorso, infatti, si rileva una migliore competenza creativa, collaborativa ed emotiva che favorisce notevoli miglioramenti relazionali, espressivi e di comportamento. In tal senso il mio è un lavoro che non fa terapia, bensì rende terapeutico per la persona il percorso che si fa insieme.

Nella sua professione ha spesso a che fare con persone fragili o con disabilità. Qual è la sua esperienza in merito, soprattutto nel periodo post-pandemico?
Rispetto alla disabilità, c’è ancora molto da lavorare, non tanto sui ragazzi, quanto sulla società. La disabilità, infatti, porta avanti due difficoltà: quella di ragazzi e quella delle famiglie che si trovano spesso sole, messe all’angolo, estraniate. Non solo la persona con disabilità viene frequentemente isolata – basti pensare alle uscite in pizzeria, alle giornate al mare, alle feste di compleanno o alle vacanze a cui non vengono sistematicamente invitati –, ma anche le famiglie subiscono lo stesso trattamento: magari vengono invitate alle cene di classe una volta all’anno, ma non certamente alla passeggiata domenicale o all’uscita settimanale. Perché? Perché si va di fretta, mentre la persona con disabilità rallenta. Perché si preferisce vivere esperienze estreme, mentre la persona con disabilità non può farlo. Perché molto spesso la persona con disabilità viene scambiata per incapace o non autosufficiente, quindi da escludere. Al contrario, se imparassimo ad osservarla e viverla come una persona con un bagaglio interiore variegato ed eccezionale, troveremmo un pozzo infinito di conoscenze, sensibilità e capacità da cui attingere ed apprendere tanto.
Ecco allora che per combattere l’ignoranza occorrono una informazione e una sensibilizzazione al tema che siano continuative e presenti in diversi ambiti: a scuola, in parrocchia, in diocesi, in tutti i luoghi di aggregazione.

Dunque è questo il messaggio che vuole dare ai lettori?
Sì. Informare e sensibilizzare: due verbi che indicano due azioni davvero importanti.
Oltre a questo, vorrei anche aggiungere che tutti siamo molto proiettati sul concetto del fare. Io, al contrario, porrei l’accento non tanto sul fare, bensì sull’imparare a relazionarsi. Questo dovrebbe essere una priorità per ciascuno di noi: imparare a stare in contatto con gli altri, imparare a comprendersi e a comprendere l’altro, con empatia, ascolto e pazienza.

 

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