Sorelle Clarisse: Dalla giustizia alla fraternità

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DIOCESI – Lectio delle Sorelle Clarisse del Monastero Santa Speranza di San Benedetto del Tronto.

«In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: “Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”».

Diciamoci la verità…chi non ha, almeno una volta, fatto questo conteggio: 70×7=490? E non ha provato ad iniziare un conto alla rovescia, da 490 a zero, per ogni perdono concesso?

Ma Gesù, della domanda che gli fa Pietro, non ne fa una questione di morale! Infatti, chiedendogli di perdonare fino a «settanta volte sette», è come se gli stesse dicendo e ci stesse dicendo “il perdono che sei chiamato a dare è senza limite perché illimitato, infinito, è il perdono che il Signore concede a noi ogni giorno. In altre parole, senza se e senza ma, il discepolo di Gesù perdona senza calcolare il numero delle volte. Il perdono di Dio è il motivo e la misura del perdono fraterno. Siamo chiamati a perdonare senza misura perché Dio ci fa, ogni istante e ripetutamente, dono di un perdono senza misura.

Leggiamo, secondo queste coordinate, la parabola che Gesù presenta ai suoi discepoli.

Scrive l’evangelista Marco che «fu presentato [al re] un tale che gli doveva diecimila talenti». Di fronte all’impossibilità di quest’uomo di saldare quanto dovuto e, di conseguenza, alla decisione dei re di vendere lui, tutta la sua famiglia e i suoi beni per estinguere il debito, il servo si mise ad implorarlo. «Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito».

Siamo in presenza di un re che esige l’osservanza della legge, ma che, di fronte a chi soffre perché non può ottemperare alla giustizia, fa regnare la misericordia e non più la legge.

Questo servo, però, vantando anche lui, nei confronti di un suo compagno, un credito molto ma molto più piccolo rispetto ai suoi diecimila talenti, e non avendo, questo compagno la possibilità di rimborsarlo, «andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito».

Nella prima scena il re perdona al servo, nella seconda scena il perdonato non perdona al fratello!

Il padrone, saputo del comportamento di quest’uomo, «lo diede in mano agli aguzzini finché non avesse restituito tutto il dovuto».

Il servo è condannato perché tiene il perdono per sé, e non permette che il perdono ricevuto diventi gioia e perdono per gli altri. Non si tratta di quante volte si deve dare il perdono, ma si tratta di riconoscere di essere stati perdonati e dunque di dover perdonare. Dio perdona gratuitamente, il suo amore non va mai meritato, ma occorre semplicemente accogliere il suo dono ed estenderlo agli altri.

Scrive l’autore del libro del Siracide: «Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore? Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati?».

Non si perdona dall’alto verso il basso, con la “falsa” benevolenza di quanti si sentono giusti, ma si perdona nella posizione di quelli che sanno quanto è stato loro perdonato e così, guardando la realtà alla luce di Dio, consapevoli, come scrive San Paolo, che «se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore», sanno di non essere migliori di nessuno e vedono nell’altro un fratello da non perdere.

D’altro canto, a cosa servono i pochi spiccioli dell’altro dopo che Dio ha, con un colpo solo, cancellato l’enorme cifra che noi dovevamo a Lui?

E così, alla giustizia (hai un debito, devi pagare!), preferiamo la fraternità (siamo sulla stessa barca, condono a te come a me è stato condonato), sapendo che uno solo è il Padre nei cieli e che Lui, come canta il salmista, «perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità, salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia».

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