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Sorelle Clarisse: Perchè state a guardare il cielo?

DIOCESI – Lectio delle Sorelle Clarisse del Monastero Santa Speranza di San Benedetto del Tronto.

Celebriamo, oggi, la solennità dell’Ascensione del Signore. Ma…come si può far festa per un amico che se ne va? I discepoli si ritrovano a fissare il cielo mentre Gesù «fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi».
E’ proprio così? Il Signore lascia definitivamente i suoi?
L’autore degli Atti degli Apostoli, da cui è tratta la prima lettura, scrive quasi un resoconto di quanto Gesù ha operato e testimoniato negli anni della sua vita terrena. Leggiamo che Gesù «fece e insegnò», diede «disposizioni agli apostoli che si era scelti…», «si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio», «ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme», li istruì – «…non spetta a voi conoscere tempi o momenti…», diede loro fiducia – «…di me sarete testimoni…».
Fare, insegnare, mostrare, ordinare, parlare, spiegare, promettere, dare fiducia: tutti verbi, tutti atteggiamenti che definiscono il modo di fare, di agire di chi educa.
C’è un percorso attraverso il quale Gesù accompagna i discepoli a vivere la sua Ascensione, cioè a vivere un passaggio cruciale nella loro vita: è finito il tempo degli incontri e dei nomi, il tempo del pane e del pesce condivisi, il tempo delle strade percorse insieme e inizia il tempo della presenza del Signore in modo nuovo, del vivere la relazione con il Signore in modo più profondo, il tempo de «Io sono con voi tutti i giorni … fino alla fine del mondo». Io sono con voi, alla radice della vostra vita, nell’intimo del vostro essere e esistere.
Gesù apparentemente va lontano, scompare alla vista dei discepoli ma, in realtà, scende nel nostro profondo: non un abbandono ma il dono di quello Spirito di sapienza, di rivelazione, di consolazione per una più profonda conoscenza di Lui, per una più profonda appartenenza a Lui.
L’Ascensione del Signore diventa allora una festa che chiama in causa la nostra maturità di fede.
Da una relazione bisognosa continuamente di un volto, di un corpo da toccare, di una voce da udire, la liturgia di oggi chiede alla nostra vita di cristiani il passaggio, lo scatto ad una relazione adulta nella fede, la relazione con un Dio che ti riempie totalmente il cuore, la vita, la mente.
L’ascensione al cielo di Gesù, quindi il suo distacco da noi come uomo visibile, in carne e ossa, segna la sua entrata nella Chiesa, in cui d’ora innanzi può essere incontrato. Non parliamo certamente di un edificio fatto di mattoni o cemento…parliamo di un Gesù che è presente nella sua Parola, nei Sacramenti, nei suoi predicatori, nei suoi testimoni, nei suoi martiri, nell’amore reciproco di ognuno di noi, nel volto di ogni fratello che si fa presente nella nostra vita…
Sentiamo allora per noi le parole che i due uomini in bianche vesti rivolgono agli apostoli smarriti nel guardare il cielo in cui Gesù stava scomparendo: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».

Redazione: