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Direttore Pompei: “Facciamo attenzione all’aumento dei prezzi”

Direttore Pietro Pompei

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Nella storia dell’umanità l’aumento dei prezzi sui prodotti di consumo culinario è stato sempre propedeutico a crisi violente. Noi che consumavamo “i Promessi Sposi” di Manzoni in anni di studio conoscevamo  bene l’assalto al forno e sacchi di farina portati via a mo’ di Pollicino per indicare dove ci si poteva fornire gratuitamente. Adesso che il pane è passato in second’ordine, siamo rimasti indifferenti alla notizia dell’aumento della farina, messa lì tra una colorita esposizione  di prodotti agricoli. 

Mi ritrovo ragazzo, al mattino, a fare la fila per avere la pagnottina della tessera, pro capite, che doveva servirci per tutto il giorno e che gelosamente nascondevamo nelle famiglie numerose, per evitare che i fratelli maggiori, dopo aver consumato la loro, si mettessero alla ricerca dei nostri nascondigli. Erano gli anni in cui quando cadeva per terra “il pane  si baciava” e dopo una soffiatina si mangiava tranquillamente.  

Alcuni decenni fa fu senza dubbio lodevole l’iniziativa di aver posto tra le tante manifestazioni celebrative del Santo Patrono Benedetto, quella  del Pane con il titolo “Pane di Oggi…sapore di una volta”. E se qualcuno va a cercare nella storia del nostro Castello un legame in tutto ciò, troverà che proprio nella festa del Patrono il fornaio pro-tempore faceva dono di cento pagnotte ai componenti il Consiglio della città. Anche in questo siamo tornati un po’ indietro nella storia oltre ad aver ripristinato l’antica festa che negli anni passati si svolgeva il sabato precedente l’ultima domenica di maggio. 

Abbiamo risentito l’antico profumo, quello delle notti insonni delle nostre madri che nel preparare l’impasto seguivano più che un lavoro, un rito trasmesso di generazione in generazione. Il progresso se da un lato ci ha liberato da pesanti lavori, dall’altro ci ha tolto una parte di umanità nel sentirci coinvolti e partecipi dei sacrifici di alcuni componenti la famiglia e specialmente delle mamme. Oggi tutto si risolve comprando e pertanto il pane perde tanta parte del suo valore. Sarà romantica nostalgia, ma quella massa posta a lievitare nella pancia della madia, la sera precedente, aveva il rispetto e la trepidazione di tutti i familiari che sapevano essere fondamentale per la propria vita il buon esito di quella fermentazione. L’invocazione alla Provvidenza era usuale e quando la pasta era pronta e divisa sulla tavola del fornaio, la si incideva con il segno della Croce. Allora non apparirà ridicolo il gesto del bacio al pezzo di pane che viene raccolto dopo essere caduto. Era un segno di rispetto a cui tutti noi di alcune generazioni indietro, siamo stati educati. 

Il Pane di oggi perde significato nella sua uniformità e venalità ed ha perso anche la sua dignità di cibo fondamentale dell’essere umano.  In alcune immagini della guerra in Ucraina, abbiamo capito quanto fosse importante il grano nei paesi dove è predominante la povertà. 

Nella frenesia di volere sempre di più, abbiamo educato il nostro palato a continui cambiamenti di gusto, nella ricerca di una soddisfazione che manca continuamente. L’età della Nutella che ha caratterizzato un’intera generazione è passata; questa che stiamo vivendo, è l’età che mi permetto di chiamare del “rigetto”, tutto ci nausea, siamo sempre satolli e spesso  un cibo lo si condivide con il secchio della spazzatura. In certi pranzi si trova una tragica fotografia. 

Oggi si è in grado di fare 200 tipi di pane, nessuno, tuttavia, ha il profumo e il sapore di quelle sgraziate pagnotte che venivano poste in grandi ceste e che assumevano maggior gusto quando più erano rafferme. 

Perché tanta differenza? Abbiamo messo a lavorare a pieno ritmo i discepoli di Freud per darci una risposta, ma dalle notizie che riceviamo ogni giorno non sembra che abbiano trovato una risposta. Il nostro è il mondo dell’inquietudine derivante dal fatto che più progrediamo e più vogliamo; l’orizzonte che ci si allarga di fronte invece di farci gioire e di gustarlo ci esaspera, perché non siamo in grado di porci un limite. Ecco il male della nostra società, vogliamo sempre di più, perché non siamo capaci di accontentarci. Non ci accorgiamo, in questa smania, che spesso costruiamo sulla “sabbia”, come ci ricordava il Papa e pertanto quando franiamo perdiamo completamente la testa. Sant’Agostino che senza studiare psicologia, conosceva l’animo umano, aveva capito che il cuore umano sarà sempre inquieto finché non capirà che competere con Dio si è sempre dalla parte perdente e che potrà trovare la serenità solo riposando in Dio stesso.

Redazione: