Sorelle Clarisse: Nemmeno un capello…

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DIOCESI – Lectio delle Sorelle Clarisse del Monastero Santa Speranza di San Benedetto del Tronto

C’è un tempio, leggiamo nel Vangelo, «ornato di belle pietre e di doni votivi», sicuramente maestoso e imponente, come una bellissima cattedrale, che attira lo sguardo e l’ammirazione di tutti.
Ma, ci dice Gesù, «verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
C’è poi un tempio, fatto di carne, fragile, limitato…che è l’uomo…di questo tempio, dice ancora Gesù nel Vangelo, «nemmeno un capello […] andrà perduto».
Due templi che andranno incontro alle stesse “esperienze” di vita: inganni, guerre, rivoluzioni, terremoti, carestie, pestilenze, fatti terrificanti, segni grandiosi dal cielo, persecuzioni, prigionia, tradimenti, morti, odio. Ce li elenca tutti il Vangelo di questa domenica, ma non si tratta di eventi annunciatori della fine del mondo ma la storia quotidiana fatta di fatiche, incertezze, lotte, una storia che ci chiede un continuo esercizio di discernimento sulla volontà di Dio per ciascuno di noi. E i giorni che viviamo ce lo stanno proprio testimoniando con forza.
Cosa differenzia i due templi per cui, di fronte a questo scenario di vita vissuta, uno cade e l’altro no?
Dice Gesù: «Io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere…». Il tempio di pietra è costruito per stare in piedi da solo, con le sue fondamenta, le sue colonne, i suoi architravi ma, lo abbiamo visto anche in questi ultimi giorni, basta una sola scossa per farlo vacillare, crepare, per intaccarlo. Il tempio di carne, che è l’uomo, è consapevole di una Parola e di una Sapienza che vengono da un Altro, da Cristo, ed è solo in questo affidamento il nostro stare in piedi, sempre, nonostante ogni avversità.
Scrive poi San Paolo alla comunità di Tessalonica: «…non siamo rimasti oziosi in mezzo a voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato duramente giorno e notte, per non essere di peso ad alcuno di voi…chi non vuole lavorare neppure mangi…». Il tempio di pietra è frutto del lavoro di altri; l’uomo, invece, è chiamato ad un lavoro materiale e ad un lavoro su se stesso, per una vita che non sia disordinata ma sempre orientata all’unico obiettivo, il Vangelo di Cristo Gesù.
Leggiamo nel libro del profeta Malachia: «…per voi che avete timore del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia…». Avere timore del Signore, questo ci fa stare in piedi; timore, però, non come paura del Signore, angoscia per il suo giudizio ma l’essere consapevoli della sua differenza da noi, il saper riconoscere che la sua bontà inesauribile, la sua benevolenza incondizionata, la sua gratuità senza limite sono sue e non nostre. Un timore che non ci fa crollare ma è benefico per la nostra vita perché ci fa appoggiare in Dio.
Ancora dice Gesù: «Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita». Il tempio di pietra è immobile, il tempio di carne è perseverante. Perseveranza come capacità di rimanere saldi, custodire l’interiorità mantenere la fede.
Quindi, cosa fa rimanere in piedi in mezzo alle tempeste della vita il tempio di carne, fragile e limitato che è ciascuno di noi? L’ascolto della Parola e il volersi affidare e fidare della sua Sapienza; il lavorare e il lavorarsi, per un discernimento di vita che continua sempre; il fare continuamente verità di noi stessi, senza paura, ma solo nel timore del Signore, cioè riconoscendo la sua infinita misericordia, gratuità di bene, il suo amore incondizionato; il passare in mezzo senza aggirare ogni esperienza e situazione di vita.
Il risultato? Ce lo ripete Gesù: «…nemmeno un capello di vostro capo andrà perduto…».

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