FOTO Festa di San Benedetto Martire, vescovo Bresciani: “Quale comunità può pretendere di rimanere viva senza capacità di misericordia reciproca?”

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Dopo dieci giorni di pellegrinaggio per le parrocchie della vicaria Padre Giovanni dello Spirito Santo, la reliquia di San Benedetto Martire è tornata nella sua “casa” per i festeggiamenti solenni che si sono tenuti ieri, 13 ottobre, alle ore 17:00, presso piazza Bice Piacentini, in onore del Santo patrono della città di San Benedetto del Tronto. La Santa Messa, presieduta dal vescovo Carlo Bresciani, è stata concelebrata da don Guido Cocciadon Gianni Capriotti, Padre Mario e Padre Ionut e servita dai diaconi Emanuele Imbrescia e Walter Gandolfi. Presenti molte autorità civili e militari.

Queste le parole del vescovo Bresciani durante l’omelia: “La celebrazione della festa del patrono, come è giusto, riunisce sempre tutta la città, autorità civili e militari – alle quali do un cordiale benvenuto- insieme alla popolazione e al clero cittadino. Insieme riconosciamo in San Benedetto aspetti della vita e virtù personali capaci di ispirare la nostra vita cristiana e civile, in altre parole, la nostra vita di cittadini cristianamente ispirata. In quanto patrono della città, la solennità ci invita a riflettere sulla città che noi abitiamo, soprattutto sul nostro modo di abitarla, assumendoci le responsabilità che competono a ciascuno di noi. Ogni città è caratterizzata da un certo spirito, che qualcuno ha chiamato lo spirito del luogo, e che in molti aspetti la distingue da tutte le altre città. Si tratta del frutto della storia vissuta e costruita dai suoi abitanti, con il loro carattere, la loro intraprendenza, ma anche del luogo geografico in cui si situa la città. Tutto ciò ha contributo a formare la personalità dei suoi abitanti, molto spesso anche con il loro modo di esprimersi del tutto particolare – il dialetto – come è il dialetto sambenedettese, per esempio. Non da ultimo ha contribuito certamente anche la fede degli abitanti, basta guardare alla nostra città e ai molti campanili che con il suono delle loro campane segnano i momenti più importanti della vita, non solo religiosa. Mi si dice che il campanile di questa chiesa di San Benedetto, nella quale stiamo celebrando questa Eucaristia, in passato facesse da faro ai nostri pescatori che rientravano in porto: vero punto di riferimento della fede, ma non solo. Lo spirito della nostra città è certamente impregnato della tradizione forte di una fede popolare che trovava in questa abbazia il punto di riferimento tanto da dare il nome stesso alla città. Ogni città ha bisogno di un’anima, non è fatta soltanto da una convivenza uno vicino all’altro. L’anima di una città è alimentata dal senso di appartenenza di ciascuno e di cui essa ha bisogno. Quando perde quest’anima, la sua vitalità e la sua proiezione al futuro si affievolisce e rischia addirittura di spegnersi. Come l’anima dà vita a tutto il corpo e lo tiene unito, così l’anima della città è la fonte della sua vitalità e della sua unità.

“Da qui nasce una domanda che oggi mi faccio e che pongo anche a voi qui presenti – ha proseguito il vescovo Carlo – quale anima ha la nostra città? E ancora: Che anima vogliamo darle? Siamo qui, autorità religiose, civili e militari, a celebrare il patrono della nostra città. Significa che tutti lo riconosciamo come fonte da cui trarre ispirazione non solo per la nostra vita personale , ma anche per la vita della nostra città. Significa che riteniamo fondanti i valori che hanno ispirato la vita di questo santo, che li riteniamo valori capaci di garantire la coesione sociale di cui ogni convivenza ha bisogno per la sua sussistenza. In questi tempi di secolarizzazione queste mie affermazioni potrebbero stupire non pochi nostri concittadini i quali non si identificano più nella fede cristiana che ha ispirato san Benedetto martire. Viviamo in una cultura caratterizzata da una forte indifferenza religiosa e da una molteplicità di riferimenti e credenze religiose. Certamente non viviamo più in una cultura che prende il cristianesimo come unico punto di riferimento. E questo vale sempre più anche per la la nostra città: le radici cristiane, pur non essendosi del essiccate, poiché molti nostri concittadini non hanno preso congedo dalla fede cristiana e dalla Chiesa, certamente sono da molti abbandonate e sostituite dai nuovi idoli che l’individualismo, il benessere e il consumismo pretendono di introdurre ritenendoli, a mio modo di vedere erroneamente, fondamento più sicuro per una vita felice. Non è qui il momento per una disamina adeguata di questi nuovi idoli, ma una domanda si impone: sono essi in grado di dare un’anima alla nostra città, capace di renderla coesa e solidale, come esige ogni convivenza umana? Oppure portano inevitabilmente a quella deleteria frammentazione individualistica che caratterizza le nostre società consumistiche, frammentazione che sta provocando chiare e indubbie difficoltà alla coesione sociale? La venerazione di San Benedetto, lungi dal portarci a qualche vaga intenzione di voler imporre una fede particolare cui ogni cittadino dovrebbe aderire (una fede senza libertà, in qualche modo imposta, non ha nulla a che vedere con il cristianesimo), trova fondamento sui valori umani, oltre che cristiani, che egli ha vissuto. Sono valori che hanno sapore di eternità, cioè che vanno al di là di un preciso tempo storico. Sono quei valori che San Benedetto martire, e noi con lui, ha riconosciuto come caratterizzanti il Dio di Gesù Cristo, valori che Gesù ha vissuto nella sua vita mostrando così dal vivo chi è Dio, a noi sempre tentati di distorcere il vero volto di Dio, per interessi non sempre chiari e non sempre facilmente confessabili. La Rivelazione biblica chiama Dio: verità, amore, giustizia, pace, fedeltà, misericordia, dono di sé… San Paolo nella lettera ai Filippesi così raccomanda ai cristiani di Filippi: ‘tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri. E il Dio della pace sarà con voi’ (Fil 4, 8-9b). Sono questi i valori per i quali il nostro San Benedetto ha dato la vita, lasciandosi guidare dal suo amore per Dio e dalla parola di Gesù.”

“Tutto ciò significa – ha concluso Bresciani – che, dove mancano questi valori che sono profondamente cristiani, e quindi profondamente umani, manca Dio e la fede si riduce a vuote e inconcludenti parole. Ma, dove vengono meno questi valori e si pretende fondare la città su altro, per dirla con le parole di Gesù, si pretende di fondarla sulla sabbia. Quale comunità, civile o religiosa che sia, può pretendere di rimanere viva e solidamente fondata senza verità, senza giustizia, senza fedeltà alla parola data, senza capacità di misericordia reciproca, senza capacità di andare oltre interessi particolari, cioè senza capacità di dono di sé? Sono questi valori che devono ispirare ogni nostro ambito di vita (religiosa, civile, economica…). Sono i valori che hanno fatto grande la nostra città e fanno grande ogni città degli uomini. Questi valori, ci dice oggi San Benedetto, devono stare a fondamento anche della nostra città. Sono valori che danno luce e prospettive sicure al nostro futuro e anche al benessere di cui, grazie a Dio, continuiamo a godere. Senza di essi, possiamo essere anche una città opulenta (ma solo per qualcuno), possiamo vantarci della libertà di cui godiamo (ma pensando e perseguendo solo interessi egoistici); saremo certamente società stanca e priva di anima, albero in debito di linfa vitale, albero dalle fragili radici. Ammiriamo nel nostro patrono questi valori di lealtà, di fedeltà, di giustizia, di amore; valori per salvare i quali non ha esitato a sacrificare la propria vita. Valori per i quali i nostri antenati lo hanno scelto a patrono, valori che hanno un sapore genuino di eternità e che dobbiamo trasmettere a chi verrà dopo di noi, se vogliamo fare un vero servizio alla loro vita e a quella della nostra città. Si tratta di valori di cui anche il nostro mondo ha molto bisogno e, solo se vissuti, la pace non sarà solo un pio e irrealizzabile desiderio. Chiediamo al nostro patrono che ci aiuti a viverli innanzitutto noi, lì dove ciascuno di noi è chiamato a trascorrere la propria vita. Non aspettiamo che siano prima gli altri a viverli. Impariamo dal nostro patrono. Non facciamo dipendere la nostra vita da quello che fanno o non fanno gli altri. Chi si lascia guidare dagli altri, e non dalla propria coscienza davanti a Dio, non va lontano nella vita e non è di alcun aiuto agli altri e alla sua città. Che San Benedetto continui a benedire la nostra città e sia suo protettore presso Dio.”

Dopo i riti di comunione, ha preso la parola il parroco don Guido Coccia: “Ringrazio di cuore tutte le autorità presenti per essere intervenute: la vostra presenza non è scontata. Poi, Eccellenza, voglio rivelarle con sincerità i miei pensieri alla vigilia della sua visita pastorale nella nostra parrocchia: quando ho saputo il periodo in cui sarebbe stato con noi, non l’avevo presa bene; poi, quando ho avuto la certezza che la data sarebbe stata in concomitanza con la festa patronale, molte titubanze si sono fatte sentire, soprattutto per via della pandemia. Devo dire, invece, che in questi giorni, accompagnandola in giro per la città, dal Sindaco alla Polizia, fino alle Scuole, ho sentito che è il momento di riprendere noi il cammino verso la città: non è più il tempo di attendere, bensì di andare. Lo dico a titolo personale, ma spero che il mio pensiero sia condiviso anche dagli altri sacerdoti della vicaria. Ci impegneremo a recuperare il senso di comunione e a riprendere le relazioni che sono venute a mancare in questi anni. Non so se ce la faremo, ma posso assicurarle che l’entusiasmo e l’impegno di questi giorni mi hanno dato lo stimolo per essere più forte e coraggioso. Dopo due anni di silenzio e di pandemia, in cui abbiamo vissuto solo i festeggiamenti religiosi, tutti vogliamo tornare a vivere e a far vivere questa città”

A seguire il vescovo Bresciani ha consegnato le chiavi della città al Sindaco Spazzafumo il quale, a sua volta, le ha affidate idealmente al santo patrono. Terminata la celebrazione, tutte le autorità ed i fedeli si sono recati in processione verso la piazza dell’orologio per fare, come di consueto, la tradizionale benedizione della città.

 

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