Il cuore della sapienza

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DIOCESI – Lectio delle Sorelle Clarisse del monastero Santa Speranza di San Benedetto del Tronto

«Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio»: canta così il salmista nella liturgia di questa domenica.

Qual è il segreto, il cuore della sapienza, della saggezza? E’ contare i giorni: accogliere, cioè, la consapevolezza del proprio limite, riconoscersi mortali, differenti da Dio, bisognosi di perdono, coscienti della nostra finitezza.

Contare i giorni: avere la consapevolezza che i nostri giorni non sono infiniti ma nemmeno uniformi. Imparare, quindi, ad apprezzarne la diversa qualità, i diversi colori, il dono particolare di ogni giornata.

Tenerli insieme, non disperderli, scoprirli come una tessitura che si elabora pazientemente aiutandoci a superare il rischio del non senso. Talvolta occorre tornare indietro, riprendere qualche filo che si era spezzato.

Contare i giorni: riconoscere su cosa e chi poter contare nel fluire dei giorni, a cosa e chi dare peso e cosa invece evapora, per chi e cosa vale la pena, per cosa non vale la pena.

Contare i giorni: tenerli insieme raccordandoli e raccontandoli come dono di Dio perché, con questa sapienza che viene da Lui, noi scopriamo che la nostra finitezza è buona e non può essere svalutata.

L’uomo che sa contare i giorni si scopre destinatario della bontà del Signore e, pur nella convinzione che l’opera delle nostre mani è destinata a finire, conclude la sua preghiera chiedendo a Dio «rendi salda per noi l’opera delle nostre mani».

L’uomo che sa contare i giorni, ci dice Gesù nel Vangelo, è colui che, volendo costruire una torre, siede prima a calcolarne la spesa per vedere se ha i mezzi per portarla a termine. O è quel re che, partendo in guerra contro un altro re, si ferma prima ad esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila o se mandare dei messaggeri per chiedere la pace.

Tutto con la consapevolezza di cui ci parla la prima lettura, tratta dal libro della Sapienza: «Chi avrebbe conosciuto il tuo volere, se tu non gli avessi dato la sapienza, e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito? Così vennero raddrizzati i sentieri di chi è sulla terra; gli uomini furono istruiti in ciò che ti è gradito e furono salvati per mezzo della Sapienza».

«L’opera delle nostre mani rendi salda»: è una invocazione che ci conferma nella necessità, fin da oggi, di imparare a lasciare la presa, rinnovando un atto di fiducia in chi, come scrive San Paolo, ha iniziato «ha iniziato l’opera buona in noi [e] la porterà a compimento».

In questi termini, riusciamo a capire la richiesta di Gesù alla gran folla che lo segue: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo»: Gesù non ci chiede di annullare noi stessi, le nostre relazioni, i nostri affetti, tutto ciò che abbiamo costruito, ma di porre al cuore del nostro cuore la relazione personale con Lui. Il discepolo è colui che, sulla luce dei suoi amori, stende una Luce più grande. E il risultato che ottiene non è una limitazione, un impoverimento, una mancanza ma un di più in tutto.

Facciamo, allora, nostro questo invito e ci affidiamo al Signore con le parole del Salmo: «Saziaci al mattino con il tuo amore: esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni».

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