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Sorelle Clarisse: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”

DIOCESI – Lectio delle Sorelle Clarisse del monastero Santa Speranza di San Benedetto del Tronto.

Un banchetto di nozze, gli sposi, gli invitati tra cui Maria, Gesù e i suoi discepoli…ma viene a mancare il vino! Una cosa di non poco conto dato che il vino, da sempre, nella cultura mediterranea è il segno della festa.
Riportiamo a noi questa immagine: viene a mancare la gioia, l’amore che è ciò che rende una vita degna di essere vissuta, gli ideali si dissolvono e tutto diventa grigio, monotono, solito. Ci si sente svuotati, non si attende più nulla.
Proprio a questo punto, proprio in questa situazione ci raggiunge una voce: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Sono le parole che Maria rivolge ai servitori presenti al banchetto. Sono le uniche parole che Maria pronuncia nel Vangelo di Giovanni, parole che nascono dalla sua esperienza di donna che, nella vita, si è posta in ascolto, ha aperto l’orecchio e si è fidata di una Parola, ha affidato la sua esistenza a quel Dio che le ha promesso di rendere feconda la sua vita! Promessa che è stata realizzata.
Lo dice ai servi Maria, ma lo dice anche a ciascuno di noi: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Ovvero, in qualunque modo vi parla la Parola, ascoltatela, apritele l’orecchio e il cuore!
«Gesù disse: “Riempite d’acqua le anfore”». Si trattava di sei anfore di pietra che i Giudei usavano per la purificazione rituale, anfore contenenti ciascuna dagli ottanta ai centoventi litri.
«Riempite d’acqua le anfore»: tutto chiaro per quei servitori anche se poteva sembrar loro strana cosa supplire alla mancanza di vino con dell’acqua. Ma per noi? Cosa significa l’invito di Gesù?
Significa riempire la nostra esistenza della cosa più semplice e banale: acqua, ovvero quotidianità di vita, una vita fatta di cose semplici e talvolta di una banalità impressionante…come banale è l’acqua…ma preziosissima allo stesso tempo.
Riempire la nostra esistenza di quotidiano, quotidianità di azioni, di relazioni…e presentare tutto al Signore affinché la trasformi in vino, cioè in qualcosa di vivo, di grande, di ricco, di unico.
A Cana si incontrano la nostra storia ferita e il suo amore misericordioso, la nostra povertà e la sua ricchezza infinita, la nostra piccolezza e il suo abbraccio vivificante. E da tutto ciò scaturisce il vino che dà gioia, che fa festa, che ci ridà dignità, ogni giorno.
Ascoltiamo le bellissime parole del profeta Isaia nella prima lettura, parole che descrivono appassionatamente questo incontro: «Sarai una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio. Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata Mia Gioia e la tua terra Sposata, perché il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo».
Dall’acqua al vino: Dio parte dall’acqua che è la nostra vita, dall’acqua che è la nostra umanità, umanità che spesso mal tolleriamo e accettiamo, per trasformarla in vino, in vita aperta alla salvezza, alla pienezza, all’amore.
«Annunciate a tutti i popoli le meraviglie del Signore», canta il salmista.
Facciamo nostro questo invito per raccontare al mondo di un Dio che gode della gioia degli uomini e se ne prende cura.

Redazione: