Osservando le foglie accartocciate con i colori che virano dall’arancio al marrone, il cielo plumbeo che fa rabbrividire allo sguardo, più che mai il nostro consueto caffè ci scalda il cuore ma ci invita anche alla riflessione. La morte di cui spesso abbiamo paura, anzi sempre ( ed è fisiologico questo sentimento ) ha sempre un nonché di misterioso. Evoca persone care che da quel giorno non abbiamo visto più, perciò la nostalgia ci assale in un misto di dolore, sofferenza speranza e attesa. “Signore non adirarti fino all’estremo, non ricordarti per sempre dell’iniquità” ( Isaia, 8-11) è la nostra Speranza, di ritornare un giorno perdonati da Dio tra le sue braccia. La morte anticamente era accettata forse con maggior rassegnazione rispetto ad oggi, forse le famiglie erano così numerose che uno in più uno in meno non è che ci si faceva poi così tanto caso, forse vuoi perché c’erano tanti bambini che rallegravano il focolare e facevano da scacciapensieri. Una tradizione curiosa era quella, se in casa vi era un defunto, di “velare gli specchi”.
Quando i bambini vedevano i “grandi” stendere drappeggi e lenzuoli sugli specchi della casa, ne chiedevano il perché e veniva risposto loro con tono solenne: ” Sennò l’Aneme Sande de.. ( si nominava il defunto facendosi il Segno della Croce, nda) se spicchia e rmane mbriggionate dindu a lu specchie non po’ jiessene vì su pe la Groria” , tradotto dal vernacolo vuol dire : ( Se non vengono coperti gli specchi) L’Anima Santa del defunto si specchia e resta imprigionata, non riuscendo a salire al Cielo”.
C’è da dire che l’ Anima imprigionata equivaleva ad “anima dannata” cioè ad un’ anima vagante senza pace, che oltretutto, avrebbe potuto tormentare i vivi, in altre parole se lo specchio non fosse stato velato non avrebbe potuto fare il “trapasso” nell’Aldilà e sarebbe diventato un fantasma. Oggi alcune Pompe funebri, nel rispetto di questa tradizione, provvedono a velare con tulle viola gli specchi della camera ardente o della casa nei giorni dell’esposizione domestica per l’ultimo saluto al caro defunto. Se nei giorni subito successivi alla dipartita si vedeva in casa una falena o farfalla notturna, era sempre “l’animella del morto” che era venuto a salutare i propri cari perchè non riusciva ad allontanarsi dalla propria casa in quanto non era ancora avvenuto il “passaggio”..
Queste tradizioni della morte e dei riti ad essa connessi rimandano alle nostre origini greco-romane, infatti per i primi l’anima, o “psiche” usciva dal corpo con l’ultimo respiro del morente e prendeva forma di farfalla. La nostra usanza di lasciare l’uscio aperto durante la veglia funebre, non è solo per consentire alle persone di entrare a qualsiasi ora per l’ultimo saluto, esso va lasciato aperto o almeno socchiuso anche di notte “perché il morto si deve “liberare” e poter uscire dal corpo ( e quindi dalla sua casa) per andare in purgatorio. “A lu murte Jie va fatta la strata, porghè Jisse sta mbaurite e nne la sa. Se jisse s’ sbajie va all’inferne ” ( al morto va fatta strada perché egli è spaventato e non la conosce , quindi c’è pericolo che possa perdersi e recarsi erroneamente all’inferno ) dicevano le vecchiette, le “prefeche” ossia le prefiche, che vestite di nero, aiutavano con i loro canti e preghiere l’anima del morto a uscire dai vincoli terreni e finalmente volare in Cielo. Anche il “rinfresco”, ossia il ristoro con paste e bibite che un tempo si offriva ai visitatori durante la veglia funebre, era un mesto ricordo dell’ancestrale “Silicernium” o “pasto funebre” di picena e romana memoria, quello in cui, morto in casa presente, ci si radunava tra familiari ed amici per condividere l’ultimo pasto “insieme” a lui, come per un ultimo banchetto, l’ultima festa, proprio all’interno ( sic!) della camera ardente, intorno al defunto. Altra usanza assai macabra era collocare il corpo del morto sopra il lenzuolo usato per la propria prima notte di nozze o di una delle figlie, quasi ad incatenare la gioia, la passione, la festa con la fine.
Terminato il nostro caffè, ci risparmiano altri particolari legati “al vestimento” del morto e alle sue modalità e pensiamo che forse non era sbagliato – anche se un po’ macabro – “festeggiare” pur con le lacrime agli occhi, per l’ultimo saluto chi non si sarebbe più rivisto.
Al prossimo numero di “Pausa ceffè” con tante altre curiosità.
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