Aveva solo dieci anni, nel 1994, Leonard, quando insieme alla sua famiglia lasciò l’Albania e sbarcò a sud di Bari, negli anni dei grandi esodi dal Paese balcanico. I suoi genitori avevano deciso di emigrare in Italia per dare migliori opportunità di vita a Leonard e sua sorella, e la differenza la sentirono subito, nelle piccole cose, come la corrente elettrica che qui non saltava mai. Si trasferirono in un piccolo paese del Molise, Portocannone, abitato in gran parte dai discendenti di una migrazione albanese risalente al Millecinquecento. “Lì si parlava ancora il vecchio albanese, non eri visto come un estraneo – racconta ora Leonard Berberi a Scarp de’ tenis –. Era un paesino di poche anime e l’immigrato non era visto come un pericolo. Ci trasferimmo nuovamente nel 2000: i miei genitori avevano scelto l’Italia per dare a noi figli l’opportunità di studiare e il Molise non offriva grandi possibilità; così ci spostammo a Milano per permettere a me e mia sorella di finire il liceo e frequentare l’università”. Oggi Leonard fa il giornalista al Corriere della Sera.
Dalla paura all’integrazione. Qualche anno fa si è occupato del fenomeno dell’immigrazione di ritorno, quando tanti immigrati della prima ora, o i loro figli, sono tornati in patria per ricostruirsi un’opportunità. Oggi la presenza degli albanesi in Italia non è più una novità. “La presenza albanese è stata normalizzata. La tv, che all’inizio ha contribuito in maniera massiccia a costruire la grande paura dell’albanese, poi l’ha reso parte della vita sociale. Per tutti gli anni ’90 l’albanese era il delinquente, che ti entrava in casa, rubava ed era violento. Negli anni è diventato il ballerino o l’intrattenitore. Certo – continua Berberi – un problema di criminalità albanese esisteva ed esiste tutt’ora, ma non è più percepita come diretta e vicina: oggi si muove in aree sommerse, dello spaccio, del riciclaggio di denaro. Insomma, come l’albanese onesto si è adattato al nuovo Paese e ha imparato come si vive qui, si è adattato anche l’albanese delinquente”.
Accolti in una chiesa. Ma le cose non sono andate bene a lungo. Nel 1997 a Valona – si legge ancora nel dossier della rivista di strada – il fallimento degli istituti di credito in cui la maggior parte della popolazione stava conservando i primi anni di risparmi scatenò una rivolta popolare. “Eravamo rimasti di nuovo senza niente, a quel punto i miei genitori decisero che questa volta saremmo rimasti insieme. E mia madre, con il resto della famiglia rimasta in Albania, decise di partire”. Le traversate del mare, a quell’epoca, non avvenivano sui gommoni, ma sui pescherecci. C’era sempre un parente o un conoscente che per una generosa quota a passeggero riempiva la propria barchetta e affrontava il canale di Otranto. A loro toccò farlo di marzo: Anxhela nei suoi ricordi di bambina si porta le immagini del mare mosso, della gente che stava male, la sensazione del freddo. E l’impressione della nave, immensa ai suoi piccoli occhi, della Guardia costiera che era arrivata in loro soccorso. Ricorda i primi giorni in Puglia, quando separarono le donne e i bambini in alcune strutture e gli uomini, il nonno e i suoi zii, in altre. Ricorda che li accolsero in una chiesa, dove avevano preparato per loro letti e vestiti e tutti si prodigavano nel dare aiuto. Ricorda che i profughi vennero sparpagliati in diverse strutture e che loro finirono a Rimini “dove venne a prenderci mio papà insieme al suo datore di lavoro. Tornammo insieme nella sua casa in affitto, in provincia di Pavia, e in quel paese iniziò la nuova parte della mia vita”.