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FOTO Vescovo Bresciani: “La nostra speranza è in uomini e donne che sanno imitare Gesù nel non tirarsi indietro”


DIOCESI
– Processione all’interno della chiesa e rametti di ulivo portati da casa dai fedeli. Sono queste le cose che hanno caratterizzato dal punto di vista esteriore questa seconda Domenica delle Palme dell’era covid. Ed è già tanto se con la memoria si va a quello che è accaduto l’anno scorso, quando in pieno lockdown per tutta la Settimana Santa la chiesa ha visto la presenza solo dei membri del clero con i fedeli collegati da casa attraverso VeraTv e diretta streaming. E così almeno quest’anno i fedeli hanno potuto commemorare in presenza il solenne ingresso di Gesù a Gerusalemme, preludio della sua Morte e Resurrezione. 

Il Vescovo Carlo, i sacerdoti della cattedrale e i diaconi hanno fatto il loro ingresso in cattedrale vestiti con i paramenti di colore rosso e si sono portati all’ingresso dell’edificio sacro dove è avvenuta la benedizione delle palme e una prima proclamazione della Parola di Dio. La liturgia è proseguita nel massimo rispetto delle norme anticovid. Riportiamo di seguito l’omelia del Vescovo Carlo, tutta incentrata sull’umanità di Gesù.

«Iniziamo oggi con la celebrazione del mistero cristiano il periodo liturgico centrale nella nostra vita di fede: la settimana santa, chiamata così proprio perché mette al centro della celebrazione il mistero di morte e di resurrezione di Gesù, senza del quale sarebbe priva di senso tutta la nostra fede in lui.

Abbiamo iniziato con il ricordo del suo ingresso in Gerusalemme, ma poi subito abbiamo letto il racconto della sua passione. L’ingresso in Gerusalemme è stato pieno di acclamazioni di gioia e di apprezzamento nei confronti di Gesù, ma poi si è tramutato presto non in grida di acclamazioni e di esultanza, ma di condanna, e di condanna a morte. Ciò dice immediatamente che non ci si deve mai lasciar guidare dagli ondeggiamenti della folla che muta da un giorno all’altro.

Gesù che entra in Gerusalemme sa che si tratta dell’ultima settimana della sua vita e sa con certezza quello che lo aspetta. L’ha già preannunciato ai suoi apostoli e lo ripeterà nell’ultima cena del giovedì santo. Non si lascia, quindi, illudere da quelle acclamazioni della folla. Ciò che più colpisce è il fatto, che pur sapendo quello che lo aspetta, non si tira indietro. Non è atteggiamento di sfida quello che lo conduce, né una sottovalutazione della situazione di pericolo, né uno sciocco voler tenere accanitamente il punto, ma una fedeltà a ciò a cui da uomini non si può rinunciare, neppure al prezzo della vita.

Vedete, ci sono valori nella vita di ciascuno di noi a cui non si può rinunciare per nessun motivo, se non a prezzo della perdita di senso e di dignità della vita stessa. La nostra vita vale per i valori sui quali si fonda e per i quali viene spesa. Qui non si tratta di sciocco orgoglio, ma di esigenza di un minimo di dignità, sia con se stessi, sia di fronte alla nostra coscienza e in fondo di fronte a Dio stesso. L’oscillare secondo gli ondeggiamenti della folla alla fine conduce a non sapere neppure più chi si è, non permette più di rispondere di fronte alla nostra coscienza e a Dio alla domanda: “Ma io chi sono?”. Per dirla con il poeta Dante, la nostra umanità non può essere vissuta sulla logica di quelle che lui chiama “pecore matte che dove l’una va e l’altre vanno”, introducendo in tal modo contraddizioni che di fatto distruggono la vita, il suo senso e la sua dignità umana.

Oggi, celebrando Gesù che entra in Gerusalemme, ci viene presentato un Gesù che non si tira indietro. In lui ammiriamo da una parte Dio che non si tira indietro quando si tratta di indicare a noi la strada della salvezza, ma ammiriamo anche l’uomo Gesù (non dimentichiamo che era vero uomo e, quindi, con tutta la sensibilità di uomo di fronte al dramma che lo stava aspettando e che lucidamente vedeva davanti a sé), ammiriamo l’uomo Gesù che non si tira indietro e sa essere e rimanere fedele. Potrebbe girare l’asino che sta cavalcando e tornarsene in Galilea: certamente eviterebbe la condanna a morte che, ripeto, sa che altrimenti sarà la sua sorte. Non è un codardo e un pusillanime e tuttavia guarda con occhio benevolo quella folla che lo sta osannando, ma, penso, anche con un po’ di tristezza per la miseria e la debolezza umana che essa manifesta. Qui Gesù si manifesta vero uomo, mite e umile di cuore, ma non debole e senza carattere. Uomo che possiede in pienezza tutte e quattro le virtù cardine di una vita vera: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. Virtù che, come i cardini di una porta, tengono in piedi e danno spessore alla vita umana.

Ammiro e  amo quest’uomo Gesù, non perché non veda in lui la divinità, ma perché questa sua umanità mi fa amare ancor di più la sua divinità incarnata, me la fa sentire più vicina anche se molto superiore, ma con maggior desiderio di poterla imitare. Quanto ha bisogno il mondo di uomini che non si tirino vilmente o solo debolmente indietro quando c’è da pagare di persona. Quanta ingiustizia in meno, se ci fossero meno uomini e donne che ingrossano la folla che un giorno osanna e il giorno dopo condanna!

La nostra speranza è in uomini e donne che sanno imitare Gesù nel non tirarsi indietro; nel non lavarsene le mani, come ha fatto Pilato; nel saper rimanere fedeli anche quando costa e bisogna rischiare e pagare di persona. Ci può essere un amore che non abbia queste virtù? Sull’amore ballerino di un uomo o di una donna non solo non ci si può contare, ma tale amore non costruisce neppure alcuna vita che abbia una qualche consistenza per colui che lo vive: promette solo ciò che non potrà mai garantire e neppure dare!

Amo questo Gesù della settimana santa per questo suo amore molto umano e tutt’altro che ballerino, carico di sofferenza, ma non domato dall’insensibilità, dalla superficialità e dalla crudeltà che lo circonda. Lo amo, perché si mostra essere uomo a tutto tondo, allo stesso tempo forte e dolce, deciso e mite, condannato ingiustamente a morte e capace di una parola di perdono.

Gesù si manifesta in questa settimana santa vero uomo, uomo in pienezza di umanità, così come è e dovrebbe essere l’uomo in piena unione con Dio. Quanto abbiamo ancora e sempre da imparare da un uomo così! Quanto dobbiamo pregare, perché Dio ci doni uomini e donne così!

Vedete, carissimi fedeli, chi predica che il cristianesimo è superato, dice semplicemente che è superato imitare Gesù in questa sua umanità unita a Dio, che non più tempo di avere uomini e donne così, che di essi il mondo non ha più bisogno. A me pare una follia pensare così, perché sarebbe davvero il fallimento dell’umanità, la sua caduta nella piena oscurità, foriera solo di tempi bui e drammatici per tutti. Poiché credo fortemente questo, amo questo Gesù della settimana santa come luce nelle tenebre e speranza di vita nuova per tutti. È la luce di Dio che illumina il mondo!».

Nicola Rosetti: