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In Europa i luoghi di culto sono ancora in lockdown

M. Chiara Biagioni

Francia, Regno Unito, Irlanda, Belgio, Svizzera. Se le porte delle parrocchie italiane oggi si sono riaperte ai fedeli dopo oltre due mesi di lockdown, in Europa i governi sono più cauti ed hanno chiesto non solo alle Conferenze episcopali ma anche ai rappresentanti delle diverse religioni di attendere la fine del mese se non addirittura i mesi estivi, prima di consentire l’accesso pubblico ai culti. Le Chiese cattoliche europee però si dicono pronte ed hanno presentato ai responsabili di governo dettagliati piani di rientro, prevedendo tutta una serie di misure di protezione e sicurezza per non abbassare la guardia contro il Coronavirus. Ma sono ancora in atto trattative ed incontri. La speranza, almeno dal punto di vista cattolico, è di poter celebrare la Pentecoste con i fedeli in chiesa.

In Francia, la “battaglia” per la riapertura delle Chiese al culto è forse stata la più tesa in Europa. A suscitare le polemiche era stato l’intervento il 28 aprile scorso del premier francese, Edouard Philippe, all’Assemblea Nazionale dove per la prima volta aveva annunciato lo spostamento della data per la ripresa dei culti religiosi, dall’11 maggio al 2 giugno. Il giorno dopo, in una nota, il Consiglio permanente della Conferenza episcopale di Francia, prendeva atto “con rammarico” della decisione “imposta ai cattolici e a tutte le religioni del nostro Paese”. “La libertà di culto è un elemento fondamentale della vita democratica”. Sono seguiti videoconferenze tra i rappresentanti dei diversi culti ed un incontro del presidente dei vescovi francesi con il ministro dell’Interno Christophe Castaner. A cavalcare le richieste dei culti, sono scesi in campo anche 67 parlamentari che hanno firmato e presentato un documento. Interpellato diverse associazioni e singoli richiedenti, lunedì 18 maggio il Consiglio di Stato, il più alto tribunale amministrativo in Francia, è intervenuto ed ha ordinato al governo di revocare il divieto “generale e assoluto” di riunirsi nei luoghi di culto, istituito nell’ambito dell’emergenza sanitaria, a causa della sua “natura sproporzionata”.Questo divieto – si legge nel provvedimento – “viola in modo grave e manifestamente illegale” la libertà di religione. I giudici chiedono pertanto di revocarlo “entro otto giorni”.

Nota positiva in Francia è stato l’annuncio della  riapertura seppur “parziale” del Santuario mariano di Lourdes, a partire dal 16 maggio per i singoli pellegrini provenienti dalla regione, per una distanza massima di 100 km. Una decisione che è stata salutata dal rettore del santuario, mons.  Olivier Ribadeau Dumas come “un grande segno di speranza”.

Cautela anche nel Regno Unito dove Boris Johnson ha presentato un piano che rimanda la riapertura delle Chiese addirittura al 4 luglio. In un comunicato la conferenza episcopale inglese ha immediatamente espresso delusione per la decisione presa e in una intervista  alla BBC Radio “4’s Today programme” andata in onda il 14 maggio, il cardinale Vincent Nichols, arcivescovo di Westminster e presidente della Conferenza episcopale cattolica di Inghilterra e Galles, ha spiegato: “Quello che vogliamo dire ai ministri, è che la spinta a praticare la fede è profonda e vorremmo un po’ più di sensibilità da parte del governo”.“Vorremmo anche ricordare che la Chiesa cattolica ha presentato protocolli dettagliati, concordati con la Public Health England che prevedono misure e modalità su come possiamo avviare il processo, passo dopo passo, per rendere le chiese di nuovo disponibili alle persone”.

Nulla di fatto anche in Irlanda: apertura, forse, in estate. Il 14 maggio scorso i responsabili della della Chiesa cattolica, l’arcivescovo Eamon Martin, l’arcivescovo Diarmuid Martin e l’arcivescovo Kieran O’Reilly (presidente, vicepresidente e segretario della Conferenza episcopale irlandese) hanno incontrato il Taoiseach (il capo del governo della Repubblica d’Irlanda) Leo Eric Varadkar per condividere “idee sulla riapertura dei luoghi di culto nel corso dell’estate”. I tre vescovi hanno informato il governo sul lavoro svolto a tutti i livelli per sviluppare un piano nazionale assicurando di voler dare tutta la loro parte per applicare e garantire le misure di protezione della salute pubblica.

Pressing anche dei vescovi Svizzeri dove a scendere in campo è stato il presidente della Conferenza episcopale svizzera, l’arcivescovo di Basilea, mons. Felix Gmür. In una lettere inviata il 12 maggio scorso, l’arcivescovo ha “suggerito” al Consiglio federale, di aprire i servizi religiosi pubblici a partire dalla solennità dell’Ascensione (21 maggio) o, al più tardi, a Pentecoste (31 maggio), assicurando che la Conferenza episcopale elvetica ha pubblicato un “piano quadro” che garantisce tutte le misure di sicurezza. Ma anche qui i toni sono duri: “Mentre molte attività sono riprese dall’11 maggio – sottolinea il presidente dei vescovi -, i servizi religiosi sono ancora vietati. Questo non è più tollerabile”, ha affermato l’arcivescovo. “Per centinaia di migliaia di fedeli, i servizi settimanali sono una necessità esistenziale. Hanno bisogno di una prospettiva”.

In Belgio, la “battaglia” ha unito i capi delle religioni che hanno chiesto ed ottenuto il 5 maggio scorso un incontro con il ministro della Giustizia, Koen Geens, per parlare della graduale ripresa dei culti pubblici. A rappresentare la Chiesa cattolica, c’erano mons. Guy Harpigny, vescovo di Tournai, e mons. Johan Bonny, vescovo di Anversa. Il ministro della Giustizia ha espresso la sua gratitudine ai rappresentanti per il modo in cui sono state applicate le norme stabilite dal Consiglio di sicurezza nazionale del governo federale ed ha assicurato che la graduale ripresa del culto pubblico è in fase di esame nel Consiglio di sicurezza nazionale e prevede tutte le norme di sicurezza sanitaria.

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