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Smart Working, una medaglia a due facce

Nicola Salvagnin

Ci sono argomenti di cui si discute per anni, anche per decenni, e poi accade qualcosa che fa superare ogni distinguo e li impone. Vedi il lavoro da casa (o telelavoro, smart working, lavoro “agile” ecc.). Un virus ha costretto migliaia di aziende ad adottarlo in fretta, e centinaia di migliaia di lavoratori italiani ad imparare a lavorare dal proprio “ufficio” casalingo.
Oggidì, è stata una cosa molto positiva. Ha permesso di continuare molte attività, e noi giornalisti ne siamo pienamente consapevoli e protagonisti. Di colpo si sono bypassate tante discussioni che ne avevano frenato enormemente l’utilizzo. Perché il telelavoro è una medaglia a due facce.
Anzitutto specifichiamo che è stata la tecnologia a renderlo sempre più possibile. La banda larga di internet si sta diffondendo un po’ ovunque, i computer supportano programmi vari e “pesanti”, lo smartphone – che ormai è un computer in miniatura – fa il resto. E il futuro va nella direzione di dotarci di strumenti sempre più evoluti e “facili”.
Quindi, indietro non si torna. Ma una discussione andrà fatta, un domani. Lo smart working ha aspetti sicuramente positivi, ad iniziare dal fatto che “slega” il lavoratore dal posto fisso in azienda. Quindi niente cartellini, niente scrivania o altro, niente pendolarismo con le conseguenti perdite di tempo e denaro. Gli uffici aziendali si possono restringere sempre più (addirittura non esistere), si abbattono certi costi, si snelliscono procedure e lavorazioni. D’altro canto, il lavoratore ha davanti a sé una gestione molto più autonoma del suo tempo. Non conta infatti “quanto” lavora ma “come” lavora. Insomma si passa dal XIX al XXI secolo in un amen.
L’altra faccia della medaglia pesa però quasi tutta sulle spalle del lavoratore.

Difficile fare carriera, quando si è confinati lontano da dove si decide; lavorare a distanza alla lunga è alienante psicologicamente, ti fa mancare il rapporto con i colleghi, la socialità, l’attaccamento al luogo di lavoro (e all’azienda). Ti rende, in definitiva un ingranaggio singolo e solitario di un ampio meccanismo in cui sei marginalmente coinvolto.
Non a caso il sindacato ha sempre osteggiato queste forme lavorative. Un po’ pro domo sua (difficile sindacalizzare gli “atomizzati”), un po’ perché queste tipologie di lavoro azzerano ogni iniziativa collettiva dei lavoratori, dallo sciopero in giù. Per ora. Perché è evidente che la facilità di collegamenti non impedisce affatto di stare in contatto con gli altri “fuorusciti”.
Insomma bisognerà discuterne e normare la questione. Di tutto ciò, la vera grande questione è la produttività. Si passa dal lavoro ad orario al lavoro a risultato. Un bene per la produttività. Ma non sarà facile dare una misura al tempo pagato per ottenere determinati risultati. Perché si lavora per una retribuzione. E come la commisuri una retribuzione finora determinata dalle ore lavorate? E le ferie? E la malattia? E i permessi? E l’attività sindacale? E…

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