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Futuro d’Europa: serve una rinnovata “energia vitale”

Bruno Marasà

In un mondo globalizzato, di fronte a sfide senza precedenti che accentuano concorrenza e spirito di contrapposizione e sollecitano l’urgenza di comportamenti inediti e innovativi, l’imperativo del rafforzamento dell’Unione europea rimane una scelta ineludibile. Questa, e non meno di questa, è la posta in gioco dell’Europa se vuole affrontare le emergenze del cambiamento climatico, delle migrazioni, dei conflitti aperti e latenti in aree vicine. E ancora, della rivoluzione digitale e degli squilibri sociali, sempre più grandi anche all’interno di aree considerate sviluppate e ricche.
C’è un giudizio pressoché unanime sui limiti con cui le istituzioni europee hanno reagito agli sviluppi convulsi degli ultimi due decenni.Il riconoscimento delle cose buone fatte, dei successi raggiunti in alcuni campi, è appannato da un elevato grado di sfiducia verso il progetto europeo.Non sempre è stato così. Nel 2001, con la Dichiarazione di Laeken, i 15 Stati membri di allora aprirono la strada della Convenzione che, nel giro di soli due anni, portò all’adozione del progetto di Costituzione europea (che fu solennemente sottoscritto a Roma nel 2004 da quelli che erano diventati 25 Stati membri). Quel progetto, è vero, fu bloccato dall’esito negativo dei referendum di Francia e Olanda, ma il successivo Trattato di Lisbona (approvato nel 2007) ne riprese quasi integralmente le previsioni.
C’è un’energia vitale, nel complesso meccanismo delle istituzioni europee, che ha consentito nel passato, seppur attraverso percorsi tortuosi e di scarsa leggibilità da parte delle opinioni pubbliche, di rimettere in moto il processo d’integrazione.
Si può guardare con questo spirito alla prossima Conferenza sul futuro dell’Europa, che sarà lanciata alla fine del mese con una dichiarazione congiunta di Parlamento europeo, Consiglio e Commissione? Alcuni osservatori pensano che rianimare questi sforzi, muovendosi lungo linee tradizionali di negoziato, potrebbe non bastare. S’invocano perciò percorsi più radicali, che consentano di passare dall’aggiornamento di regole e competenze esistenti a riforme più profonde. In realtà, considerati gli attuali orientamenti di numerosi governi e le ondate, seppur mitigate dai risultati delle ultime elezioni europee, di correnti populiste e sovraniste, non è facile immaginare maggioranze capaci di varare progetti ambiziosi.
Entra in gioco così la sfida che, consapevolmente, affida l’avvio di un percorso di riforma non solo al negoziato istituzionale di tipo intergovernativo, ma a un modello bottom up, un processo che parta dal basso, coinvolgendo i cittadini, i portatori d’interesse, le autorità locali e regionali e così via.È una proposta convincente. Tanto più che i tempi di questo percorso dovrebbero essere sufficienti per favorire l’emersione di un vero dibattito pubblico europeo, transnazionale.I meccanismi individuati per la Conferenza, secondo proposte convergenti del Parlamento europeo e della Commissione europea, prevedono, infatti, una prima fase di ascolto strutturata, attraverso lo svolgimento di numerose Agorà cittadine aperte a rappresentanti della società civile provenienti da tutti i Paesi europei, abbastanza partecipate da permettere confronti ampi e approfonditi. Sono previste anche Agorà dei giovani dai 16 ai 25 anni. E anche questa sarebbe una bella novità, in sintonia con il dato positivo delle ultime elezioni europee che hanno visto un incremento generale dei partecipanti al voto in tutta l’Unione europea (dopo quarant’anni!) e, soprattutto, un aumento ancora più significativo nella fascia giovanile.
Questa fase dovrebbe avvalersi, e come non farlo ormai, delle piattaforme digitali online. Niente di misterioso per capirci. Il Parlamento europeo aveva creato, sempre in preparazione della campagna per il voto del 26 maggio scorso, una piattaforma, #stavoltavoto.eu, che ha avuto un grande successo (e specialmente in Italia) e che ora è diventata #insiemeper.eu.
La canalizzazione di questi dibattiti pubblici, accessibili attraverso tutti i canali disponibili, dovrebbe essere assicurata da organismi ad hoc interistituzionali (Parlamento, Consiglio, Commissione) sia a livello di plenaria (dove confluirebbero pure le rappresentanze dei Parlamenti nazionali, del Comitato delle Regioni e di quello Economico e sociale e altre istanze rappresentative) sia di organismi direttivi permanenti.
Rimane essenziale l’agenda della consultazione. I temi sul tappeto sono quelli, ricorrenti ma non eludibili, dei valori europei, del funzionamento democratico delle istituzioni europee, della sfida ambientale, della giustizia sociale e dell’eguaglianza, dell’economia e della questione fiscale, della trasformazione digitale, della sicurezza e del ruolo dell’Unione nel mondo.
La varietà e la vastità dei temi rimandano a un altro aspetto. Ci si chiede se questa raccolta di opinioni e la formulazione di proposte debba influire sull’attuale agenda europea (quella tracciata dalla nuova Commissione presieduta da Ursula von der Leyen) o acquistare, piuttosto, il respiro più ampio di un progetto a medio e lungo termine. Forse sarà più utile una combinazione dei due piani.
È quello che si sta cercando di fare, in un campo decisivo come quello del contrasto al cambiamento climatico, con il Green Deal, il “Patto verde”,che per avere probabilità di successo deve riuscire a innescare da subito un piano d’investimenti e di azioni concrete guardando al 2030 e anche al 2050.
La Conferenza sul futuro dell’Europa dovrebbe avere il suo battesimo il prossimo 9 maggio, a 70 anni della Dichiarazione di Robert Schuman che aprì la strada al progetto europeo e a 75 anni dalla fine della seconda guerra mondiale. È possibile che il lancio avvenga a Dubrovnik in coincidenza della Presidenza croata dell’Ue. Sarebbe un’occasione straordinariamente simbolica se si pensa che solo a metà degli anni ’90 nei Balcani occidentali si è consumato l’ultimo grande conflitto europeo con centinaia di migliaia di vittime.
I lavori della Conferenza dovrebbero essere incardinati, e non a caso, nel secondo semestre di quest’anno, dalla Presidenza tedesca dell’Unione europea e, avviarsi alla conclusione nel 2022, potendo contare nel primo semestre di quell’anno della Presidenza francese dell’Ue.
Un forte investimento politico, come si vede, da parte di due leader, Angela Merkel ed Emmanuel Macron che, nonostante ritardi e contraddizioni nell’azione dei loro stessi Paesi, fa ancora sperare nell’esercizio di leadership sinceramente europeiste.

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