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Haiti brucia nell’indifferenza del mondo. Cadorin (Caritas): “Siamo chiusi in casa, situazione rischia di precipitare”

Patrizia Caiffa

La situazione di continue proteste, insicurezza e crisi ad Haiti rischia di precipitare in una guerra civile entro la fine dell’anno, nell’indifferenza del mondo. Nella repubblica caraibica, che è anche tra i Paesi più poveri del mondo, i riflettori si accendono in genere solo per catastrofi naturali come il terremoto, i cicloni o il colera. Da oltre cinque settimane, ma i segnali di insofferenza si erano già manifestati nel giugno dello scorso anno e poi a febbraio, è invece in corso una forte rivolta anti-governativa contro il presidente Jovenel Moïse, al potere dal 2017, che però non ha intenzione di dimettersi.

Le manifestazioni sono state organizzate dall’opposizione ma innescate dalla penuria di carburante, dall’aumento dei prezzi a causa dell’inflazione al 20%, dalla corruzione e dalla povertà generalizzata. Le proteste sono diventate subito molto violente, con barricate lungo le strade, pneumatici incendiati, camion rovesciati. Finora sono stati contati almeno 19 morti e 200 feriti.

A fine settembre la Conferenza episcopale di Haiti, con i suoi dieci vescovi, ha denunciato la situazione, tacciando i dirigenti di irresponsabilità. La Caritas di Haiti è andata ancora oltre, chiedendo le dimissioni del governo per l’incapacità di gestire la crisi. Intanto, durante le manifestazioni periodicamente organizzate si rimane chiusi in casa. Non possono pianificare le attività, i progetti sociali subiscono un rallentamento. Non si possono spostare per il Paese, sia per le tante gang in azione che taglieggiano gli automobilisti, sia per la scarsità di benzina. Nella capitale Port-au-Prince gli alimenti e i beni di prima necessità ancora arrivano, ma nelle province più remote cominciano a scarseggiare. “È una situazione simile alla guerra civile del 2004 – racconta al Sir dalla capitale Port-au-Prince Alessandro Cadorin, coordinatore dei progetti di Caritas italiana ad Haiti –. Al momento c’è uno stallo, ma si prevede un peggioramento da qui a dicembre. Girano armi, si sentono spari. Le merci dei camion vengono rovesciate in mezzo alla strada per bloccare la circolazione sulle principali arterie di accesso alla città. L’insicurezza è elevatissima”. L’Unione europea ha già evacuato il proprio personale, i cooperanti attendono indicazioni per sapere cosa fare. “Finora non siamo un target – precisa – ma certo c’è più delinquenza e in questa anarchia i rischi aumentano”.

La Caritas diocesana di Les Cayes dopo il saccheggio

Saccheggi e distruzione anche negli uffici Caritas. Il caos facilita la nascita di nuove gang che terrorizzano interi quartieri di Port-au-Prince e aree del Paese, ad esempio Port Sond nell’Artibonide. La stessa Caritas diocesana di Les Cayes è stata completamente saccheggiata, i generatori distrutti. “Un vero disastro”, ammette Cadorin. Anche altre Organizzazioni non governative sono state vittima di attacchi. Una équipe del Catholic relief service (la Caritas degli Stati Uniti) è stata presa di mira da sette uomini armati: hanno rubato materiali dai loro magazzini. “Le barricate cominciano a diventare un business preoccupante – prosegue –. La situazione è fuori controllo ed è difficile capire come muoversi”.

“Si vive alla giornata ma è veramente complicato. È un Paese sull’orlo del conflitto, a livello sociale è ancora peggio del dopo terremoto”.

Alessandro Cadorin e gli operatori di Caritas Haiti

Un Paese difficile. La decisione del presidente Moïse di rimanere al potere – si vocifera che alla scadenza del mandato del Parlamento, a dicembre, intenda continuare a governare per decreto – è probabilmente spalleggiata dagli Stati Uniti. Anche se Moïse ha perso il consenso di buona parte della popolazione e dei principali settori, compresi gli insegnanti, rimane una piccola élite borghese che lo sostiene. Del resto è salito al potere con i voti del 20% della popolazione e accuse di brogli. “Haiti è uno Stato in bancarotta, non ha nemmeno i soldi per pagare le navi per l’import di carburanti. Il 15% dei traffici illegali di droga verso gli Stati Uniti passano da qui”, spiega l’operatore di Caritas italiana. Da sempre a livello internazionale serpeggia l’idea di un Paese perduto, ingestibile. Un po’ per incapacità interna, un po’ perché potrebbe far comodo ad altri mantenere un territorio nel caos, per portare avanti attività illecite.

“Come cooperanti non abbiamo preso una posizione, ma denunciamo la gravità della situazione che rischia di degenerare in una catastrofe umanitaria”.

La presenza straniera. Nel caso di una evacuazione degli operatori delle Ong straniere presenti nel Paese, osserva Cadorin, “la situazione sarebbe ancora più grave perché verrebbero a mancare gli stipendi per molte famiglie locali”. Inoltre, non sarebbe nemmeno accettato un intervento umanitario dall’esterno perché le forze di pace delle Nazioni Unite (Minustah) inviate nel Paese nel 2004 se ne sono andate in questi giorni lasciando dietro di sé una immagina negativa: accusate di aver diffuso il colera, di violenze e abusi. “Sarebbe vista come l’ennesima ingerenza straniera”, conclude Cadorin. Caritas italiana è presente ad Haiti dal 2010, l’anno del terremoto che uccise oltre 200.000 persone, con conseguenze devastanti a livello sociale. Oltre 200 i progetti realizzati finora. Al momento sostiene e accompagna Caritas Haiti con un programma triennale di animazione sociale e attività generatrici di reddito. Con Caritas Haiti, Caritas ambrosiana ed Avsi è stato avviato un intervento per combattere la malnutrizione nel nord ovest del Paese. Insieme al Mlal e ad un Ong locale si cerca di favorire lo scambio democratico e la partecipazione della società civile. Organizzano, inoltre, laboratori di capoeira e musica nel carcere minorile di Port-au-Prince.

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