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Catalogo buone intenzioni delle aziende Usa

M. Chiara Biagioni

Un segnale di cambiamento “interessante”. Soprattutto perché a lanciarlo sono state le più grandi multinazionali degli Stati Uniti. Imprese che per natura “vivono di futuro” e sono chiamate ad anticiparlo. Se non lo fanno, falliscono. Così, l’economista Luigino Brunicommenta al Sir gli impegni sottoscritti da 181 amministratori delegati di grandi aziende statunitensi. Emergono realtà come Blackstone, Citigroup, General Motors e Morgan Stanley. Fare impresa con l’obiettivo di “portare valore ai clienti“, “investire nei lavoratori“, “trattare in modo giusto ed etico con i fornitori“, “supportare le comunità in cui operiamo”, “proteggere l’ambiente adottando pratiche sostenibili”. Sono alcuni dei punti sostenuti dai grandi gruppi economici. La dichiarazione resa pubblica il 19 agosto e riportata con grande enfasi sui maggiori quotidiani e siti Usa, è una sorta di catalogo di buone intenzioni, un manifesto per una svolta in senso etico del capitalismo statunitense.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Prof. Bruni, cosa sta succedendo?

E’ successo che negli ultimi anni è in atto un cambiamento epocale del sistema economico legato soprattutto all’ambiente. Ci si sta rendendo conto che non si può andare avanti come prima. Le imprese e le grandi multinazionali, per natura, sono antenne molto sensibili. Hanno anche molti soldi da investire in consulenti ed esperti e sono quindi capaci di anticipare il futuro più della politica, più delle istituzioni. E’ il loro mestiere: vivono di futuro. Chi è in sostanza l’imprenditore? E’ colui che ha capacità di anticipazione perché deve capire il mondo prima degli altri, se vuole avere successo. E cosa hanno capito le imprese?

Hanno intuito prima di altri che c’è stata una accelerazione molto repentina della storia e che bisogna dare dei segnali molto forti.

Nella dichiarazione si parla di “dignità, rispetto”, di “compensi giusti” e “benefit importanti” ai dipendenti. Sembra piuttosto una grande operazione di marketing. C’è da crederci?

Come il politico, quando è in campagna elettorale, deve fare promesse che sono sempre un po’ più grandi rispetto a quello che realmente può realizzare, così nell’economia, in certi momenti, quando si fanno questi grandi manifesti, bisogna dire qualcosa che è un po’ vero e un po’no. Ma questo fa parte del gioco. Basta saperlo. In fondo, nel mercato c’è sempre una componente di esagerazione nel presentare la merce. Se però togliamo questa componente di marketing, non si può negare che in questo discorso c’è qualcosa di interessante. Anche perché

le grandi imprese oggi non possono dire troppe bugie. Sono sotto gli occhi di tutti.

Oggi basta che una persona con il telefonino fa un video in cui dimostra che una cosa dichiarata non è vera, che l’impresa rischia di perdere milioni di fatturato.

Ma da economista, cosa l’ha sorpresa di più di questa operazione?

Se uno va a leggere i punti, in realtà non c’è nulla di nuovo rispetto a quanto tutto il movimento della responsabilità sociale delle imprese dice da molto tempo. La prima reazione che ho avuto leggendo questo decalogo è stata che in fondo gli economisti più bravi lo hanno sempre detto che l’impresa non può massimizzare il profitto e basta. Tutta la teoria economia migliore ha sempre detto che l’impresa è un organismo vivente e se non si inserisce nell’ambiente, muore. Da un certo punto di vista, non è nuovo il contenuto di questi dieci punti. E’ nuovo che sia stato fatto un manifesto, firmato da importantissime multinazionali e sia stato reso pubblico. Perché

quando c’è un impegno pubblico, c’è anche una dimensione di commitment per il futuro.

Secondo lei, quale messaggio stanno lanciando queste imprese al mondo politico?

Intanto già il fatto che ne stiamo parlando, è una la dimostrazione che la Dichiarazione ha avuto una risonanza. Ma vedo anche un’altra cosa in questo decalogo, e cioè una reazione nei confronti del governo americano. Perché quando Trump non firmò gli accordi di Parigi sul clima, i primi a protestare furono proprio le grandi multinazionali che lavoravano nella energia. Mentre il governo americano mette dazi, non firma gli accordi sul clima, sembra voler tornare indietro, c’è una gran parte del business americano che continua a dire che il mondo invece è cambiato e sta cambiando velocemente. E soprattutto sta dicendo che

indietro non si può tornare.

Questo significa che i momenti più bui della storia favoriscono la nascita e lo sviluppo di idee illuminate?

L’impresa è un indicatore. E’ una cartina da tornasole. E lo è perché gli imprenditori devono capire il mondo prima degli altri, altrimenti falliscono. In questo senso, le imprese sono soggetti razionali, sanno che se non si adeguano alla direzione che sta prendendo la storia, chiudono. Qual è allora oggi il paradosso? Che il mondo del business è più razionale del mondo della politica con governi che invece vanno dietro alle propagande, alla pancia delle persone. L’economia in questo senso è molto pragmatica. Non è né altruismo né egoismo. E’ semplicemente il segnale che le cose stano cambiando molto velocemente e se non te ne accorgi esci fuori dal mercato.

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