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Nell’agenda economica del Governo hanno prevalso i rinvii

Paolo Zucca

Quando tutte le economie non stanno benissimo, chi sta molto male viene notato meno. Quando tutti devono fare campagna di voto alcuni comportamenti pre-elettorali si mischiano ad altri. Quando i controllori sono in scadenza il loro intervento rischia di essere interlocutorio.

Più si avvicina la consultazione europea del 26 maggio e più è forte, in chi è sotto osservazione, la tentazione di “buttare in politica” ogni critica puntuale. Il prossimo primo giugno sarà un anno dall’entrata in scena del Governo Lega-5Stelle e sul secondo semestre si stanno caricando le attese per decisioni rinviate in dodici mesi molto pre-elettorali. Tanti gli annunci e altrettanti gli auspici. Anche nel recente vertice in Cina, il Primo ministro Giuseppe Conte ha illustrato le misure che dovrebbero favorire la crescita, l’espansione, i consumi e l’occupazione. Sempre che lo scontro sui dazi Usa-Cina si concluda rapidamente, che le banche centrali mantengano disponibilità di denaro all’economia, che Brexit e petrolio non portino altre brutte sorprese.

In questo clima sospeso, le agenzie di rating non vogliono modificare i loro giudizi sulla solvibilità (capacità di restituire capitali e interessi) della debole Italia. Lo spread (differenza di rendimento fra titoli pubblici decennali italiani e tedeschi) resta alto e per detenere Btp e simili gli investitori professionali e privati chiedono un rendimento del 2,5-2,8% (poco lontano dai titoli greci, valutati come i più rischiosi in Europa).

Nessun dramma, ma anche nessun beneficio, dalla decisione di Standard&Poor’s (una delle maggiori agenzie di rating), di non peggiorare il voto sull’Italia pur con previsioni negative per la crescita molto debole e lo sforamento prevedibile degli obiettivi di conti pubblici.

I dubbi interni e internazionali non mancano; finora non si sono trasformati in fuga drammatica dai titoli di Stato o dalle azioni quotate in Borsa (addirittura in recupero del 18% sul negativo 2018). Ma le Borse hanno loro percorsi non sempre guidati dalle sole prospettive e gli equilibri di prezzo si formano e si dissolvono quando l’azione molto deprezzata viene comprata e rivenduta a valori più alti. Non necessariamente rispecchiano le migliori prospettive aziendali. Piazzaffari pesa poi molto poco fra le Borse europee e tutte in questi mesi si sono mosse scrutando nuvole o spiragli della trattativa Usa-Cina.

Quando, il 27 maggio, l’Esecutivo potrà abbandonare la tattica del “buttare la palla avanti”, di rinvio al futuro per non scontentare elettori, l’agenda sarà impegnativa e riguarderà più l’economia che la finanza. Dall’Alitalia, che tanto più diventerà pubblica tanto più costerà ai cittadini, alla Fase due di rilancio dell’Ilva, Tav, Flat Tax, le privatizzazioni di società e beni demaniali, l’abbraccio con la Cina per la Via della Seta (visto con sospetto dagli Usa) e tanto altro per alimentare un Pil (Prodotto interno lordo) molto deludente. C’è un’agenda d’emergenza anche per i conti pubblici per scongiurare la temuta imposta patrimoniale. Una tassazione straordinaria su quanto accumulato nel tempo che, pur smentita da tutti, è presa in esame dagli analisti come ipotesi estrema per dare una sterzata. Per evitare quell’aumento dell’Iva (ora al 22%) al 24,2% nel 2020, e anche peggio l’anno successivo, che renderebbe più costosi i principali consumi.

Il Governo non ne vuole sentire parlare e preannuncia misure alternative. Quali? Non sono per ora precisate e l’unica certezza è l’utilizzo di due miliardi in cassaforte, non spesi e disponibili per far fronte all’emergenza.

A giugno la Ue potrebbe rispolverare procedure d’infrazione e aggiungere all’agenda una manovra correttiva. Ma a Bruxelles ci sarà da formare un nuovo Parlamento e una nuova Commissione. Il clima di sospensione rischia di prolungarsi fino all’estate. O anche dopo.

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