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Liceo Classico Leopardi, Fiammetta Borsellino: “Quando si vede qualcosa di storto bisogna denunciare pubblicamente”

Simone Amabili 5D

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – “Una giornata che vi porterete dentro tutta la vita”. Questa è stata la frase con cui il professor Fabio Giallombardo, docente del Liceo Classico Leopardi di San Benedetto del Tronto, ha concluso l’incontro con la dottoressa Fiammetta Borsellino.
Tale incontro si è inserito nell’ambito del progetto “Giù la maschera” ideato dallo stesso professor Giallombardo a cui, come ha anche ricordato il dirigente scolastico Maurilio Piergallini, “hanno partecipato 37 ragazzi che hanno iniziato un percorso di cittadinanza attiva, di educazione al sano e al buon comportamento, un progetto che è diventato un vero e proprio pilastro per l’educazione alla legalità”.
Una frase, quella del professore, che sintetizza l’incontro che si è tenuto nella mattinata di martedì 16 aprile al teatro Concordia con la figlia del giudice assassinato dalla mafia il 19 luglio 1992.
Preziosa è stata la testimonianza di una donna vera, che, dopo la morte del padre, ha vissuto una vita da ragazza normale e non da figlia di un giudice, che ha affrontato la vita mossa da quell’amore e da quella serenità che hanno portato lei e la sua famiglia a fare delle domande, ad affrontare con tutti i mezzi possibili il depistaggio, arrivando addirittura ad avere un colloquio con i fratelli Graviano, due dei mandanti. La Borsellino, infatti, non ha vissuto la sua esistenza con rabbia e non è mai stata mossa da quell’odio reiterato che altri parenti di vittime continuano a provare, perché indignarsi è qualcosa che dura un attimo, invece la ricerca della verità è qualcosa che ti anima per tutta la vita. “Quello che sto facendo è un mio dovere di figlia e di cittadina” inizia così a parlare ai ragazzi, ai docenti, alle vere persone da premiare che lavorano in silenzio e spesso senza mezzi così come ha fatto suo padre, alle forze dell’ordine presenti e a tutti coloro che erano lì a tratteggiare attraverso le parole di una figlia, l’immagine di un padre diverso da quello dei libri, delle fiction o dei giornali; un padre la cui morte è ancora un puzzle irrisolto ma la cui vita è ricordata da tutti con grande ammirazione.
“Mio padre giocava a calcio con i figli dei mafiosi ma ha deciso di cambiare strada. Palermo non gli piaceva e per questo ha deciso di amarla perché il vero amore è amare le cose che non ci piacciono e cambiarle. Mio padre era quello che ogni sera si guardava allo specchio e si chiedeva se quel giorno avesse meritato lo stipendio”. Di certo era l’ultima persona che se lo sarebbe dovuto chiedere. Una persona che insieme a Giovanni Falcone ha cambiato il metodo di contrasto alla criminalità, che ha trasformato il suo lavoro in una missione, guidata da umiltà e semplicità, priva di ogni burocratismo ma ricca di umanità perché “qualsiasi lavoro assume una qualità diversa quando si va oltre un rapporto formale”. Quelle di Fiammetta Borsellino e di Fabio Giallombardo sono due testimonianze di figlia e di storico, ma soprattutto di due di quei tanti palermitani e siciliani che, dopo quell’evento, hanno preso coscienza di quello che era successo e della volontà di cambiare perché, se i siciliani hanno permesso che si diffondesse la malattia, hanno anche provveduto a diffondere l’antidoto con una strenua lotta all’organizzazione mafiosa. Tale lotta oggi continua con il tentativo di comprendere la spirale di meccanismi che muovono il “Depistaggio”, seguito alla strage, che ha trovato un punto di svolta nella sentenza del “Borsellino Quater”. Ai tanti perché, ai tanti dubbi, la dottoressa Borsellino risponde con la serenità che la caratterizza: “Il percorso di verità è stato disatteso. È avvenuto tutto questo per indifferenza, perché molti si sono girati dall’altra parte per non avere problemi, per paura di opporsi al sistema, per ansia di carriera, per trovare subito una risposta usando anche la scorciatoia più breve. Noi possiamo soltanto chiedere che si faccia chiarezza”. Se un giudice muore non è soltanto colpa della criminalità organizzata, ma muore anche perché è rimasto solo, perché esiste una parte malata dello Stato che scende a patti con la criminalità, perché ci sono persone che potevano e dovevano fare qualcosa ma non l’hanno fatto, forse per incapacità, forse per disattenzione. “Quando si vede qualcosa di storto bisogna denunciare pubblicamente” ha ripetuto più volte la dottoressa Borsellino sottolineando che l’antimafia non deve essere delegata alla magistratura ma deve essere portata avanti dalla collettività perché, come dicevano sempre soddisfatti Falcone e Borsellino, “La gente fa il tifo per noi”.

Questo è stato uno dei messaggi dell’incontro: fare sempre il tifo per loro, per quella sana magistratura, per quello stato sano a cui Paolo Borsellino è rimasto fedele e anche Fiammetta, nonostante tutto, rimane fedele. La mitezza e la pace di una donna che ha vissuto momenti indescrivibili hanno stupito tutto l’uditorio: “Così come mio padre ci ha insegnato ad affrontare la paura col sorriso, io faccio la stessa cosa. Parlo di lui alle mie figlie. Parlo di mio padre come se fosse una persona ancora viva perché i veri morti sono altri, chiusi nel loro mutismo, chiusi nella loro fedeltà alla mafia”. Parole di speranza, parole che svegliano la propria coscienza, il tribunale più rigido al cui esame tutti dovranno sottoporsi. Parole che spingono la cittadinanza e la scuola a non perdere la memoria, a non ricordare soltanto il 23 maggio o il 19 giugno; ma sono parole che spingono tutti a pretendere risposte sempre mossi da quei valori per i quali uomini come Paolo Borsellino hanno dato la propria vita. Smettiamo di avere paura perché, come diceva Giovanni Falcone, “chi ha paura muore ogni giorno e chi non ha paura muore una volta sola”.

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