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Albania: guardare al futuro di tutti e fermare la fuga di tanti giovani

Gjiergj Meta

Dialogo e bene comune. Ha usato proprio questi due termini l’arcivescovo di Tirana-Durazzo e presidente della Conferenza episcopale albanese, mons. George Frendo, per commentare l’attuale crisi politica in Albania. Sono due termini fondamentali per capire la situazione politico-sociale del Paese. Infatti dialogo e bene comune sono i grandi assenti dell’agire degli attori politici in Albania. Ma ciò denota più in profondità una cultura che esclude – oppure ne fa una caricatura – i concetti di dialogo e bene comune. Le radici sono molto lontane: eredità dell’impero turco e anche, in particolare, del regime comunista.

Una insufficiente cultura del bene comune ha portato a usare le risorse naturali e le opere pubbliche, patrimonio di tutti gli albanesi, per affari corruttivi e clientelari. Il bene comune viene visto non come qualcosa da salvaguardare e promuovere per la convivenza sociale, ma come una cosa a disposizione dell’appetito individuale o di clan. Ecco perché, ad esempio, molte opere pubbliche sono state assegnate attraverso appalti corruttivi. Molte risorse naturali come miniere, fiumi, acque termiche, autostrade assegnate mediante concessioni dubbie. Con facilità si scambiano beni comuni con favori politici ed economici.

La cosiddetta riforma della giustizia si spera che metterà mano anche alla questione della corruzione, che rimane ai livelli più alti nei Balcani e in Europa.

Serve perciò, e in questo ci impegniamo anche come comunità ecclesiale, uno sforzo collettivo per valorizzare il bene comune, ed educare ad esso, mettendo al centro, sempre e comunque, la persona umana. Purtroppo la politica non è attenta a questa dimensione.

Legata strettamente a questo elemento, è la mancanza di dialogo tra forze politiche. Una società come quella albanese abituata per 50 anni al monologo dell’unico partito comunista, fa fatica a trovare la via del dialogo. Prima di essere una virtù della politica, il dialogo è una virtù antropologica e appartiene al tessuto sociale. Mancando nel tessuto sociale per diversi motivi, manca anche nell’azione di coloro che sono stati eletti a rappresentare il popolo.

La conflittualità, insita in una storia molto più lunga di questi anni di transizione, è come un muro o un virus che impedisce al dialogo di crescere. Il dialogo non si offre e non si accetta. Ci si appresta a dialogare o con convinzioni e decisioni già prese o perché si vuole “commerciare”, ma non per trovare soluzioni che guardino verso un futuro più stabile.

Ecco perché l’Albania spesso entra in questi circoli viziosi, in vie senza uscita, creando nodi difficili da sciogliere.

Penso che l’apporto della Chiesa e delle religioni in generale potrebbe essere quello di offrire un modello, ma anche di lavorare all’interno delle comunità con individui o piccoli gruppi per educare al bene comune e al dialogo.

Siamo di fronte a sfide importanti per il futuro: 28 anni dalla caduta del comunismo non sono molti, ma neanche pochi per rafforzare un cammino irreversibile verso l’Europa e la creazione di una società democratica in cui lo stato di diritto, il rispetto per il bene comune e il dialogo tra partiti e attori politici e sociali in Albania, siano sviluppati e cercati da tutti noi.

Si uscirà da questo momento così delicato solo con una volontà dialogante e che guarda verso il futuro di tutti e soprattutto fermando la fuga di tante energie giovani per una vita migliore fuori dall’Albania.

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