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San Ferdinando, Caritas: “Un ghetto che non è degno di un Paese civile”

Fabio Mandato

“Un ghetto e un inferno, non degno di un Paese civile come l’Italia”. Così Vincenzo Alampi, direttore della Caritas diocesana di Oppido Mamertina-Palmi, definisce la “vecchia tendopoli” di San Ferdinando, che nella notte di Capodanno ha registrato l’ennesimo fatto incendiario. Le baracche ridotte a cumuli di macerie e mucchi di cenere sono la cifra del pericolo che, nell’area, è sempre dietro l’angolo. Il 2 dicembre scorso un giovane diciottenne, Surawa Jaithe, in un rogo aveva perso la vita. Qui sembra non volerci davvero niente perché una miccia si accenda e le fiamme si propaghino. La Caritas locale è da sempre impegnata nell’assistenza ai migranti che vivono nella zona tra stenti e difficoltà, in condizioni che – come dicono le immagini – sono degradate e degradanti. Per i prossimi tre mesi l’organismo diocesano locale ha in mano la cura delle attività della “vecchia” e della “nuova tendopoli”.

“Abbiamo voluto fortemente questo segno di carità che non ha ferie né vacanze. I volontari Caritas hanno passato con i migranti Natale e Capodanno, perché qui siamo tra i più poveri tra i poveri. La missione è pensare alle persone”, spiega Alampi.

Quando arriviamo, il gruppo di volontari sta organizzando il lavoro. Che grazie anche al fattivo interesse del vescovo diocesano, mons. Francesco Milito, negli anni è stato già prezioso, con la Caritas in prima linea nella donazione di generi alimentari, coperte e di quanto necessario ai migranti.

Prima il meglio. Percorrendo la strada che conduce alla “nuova tendopoli”, di migranti se ne incontrano tanti. Rigorosamente in bicicletta, ritornano a “casa”. “Qui abbiamo ospitato i 40 migranti che hanno subito l’ultimo incendio”, spiega Alampi. Dentro le tende, di colore blu, sei o dieci letti a castello. La gestione degli spazi richiede un lavoro di attenzione anche da parte dei migranti, ed è per questo che nel vialone della tendopoli si vedono industriarsi con secchi e stracci per rendere il meglio vivibile il loro dormitorio: “Moltissimi andranno via perché finisce la raccolta in agricoltura, prosegue il direttore della Caritas diocesana. Sono migranti in cerca di lavoro, provengono da Saluzzo, Latina, Formia, dalla Sicilia, dalla Puglia. Il problema è che non c’è lavoro per tutti”.

Poi il peggio. A confermarlo è un giovane migrante, arrivato da pochi giorni e che ha trovato riparo in una baracca della “vecchia tendopoli”. “Vengo da Cuneo, dove è cessato un contratto di lavoro stagionale e ora sono qui in cerca di nuovo lavoro, magari come badante”. La vecchia baraccopoli di San Ferdinando, che nel 2010, dopo la rivolta dei migranti di Rosarno, voleva essere una città del sole, di un riscatto, ora è davvero malridotta. Una cittadella lo è davvero, se si fa un giro dentro le viuzze su cui insistono le tende, passando tra le pozzanghere che, nei mesi invernali, sono inevitabili, e rendono comunque a rischio l’igiene di abitazioni evidentemente improvvisate. Seppur in autogestione, e con mezzi di fortuna, i migranti che l’abitano – circa duemila – hanno realizzato chioschetti, empori, mercatini all’aperto. Un tentativo di rispondere alla difficoltà dell’accoglienza, come spiega Celeste Logiacco, segretario generale Cgil Piana di Gioia Tauro:

“Tutti questi giovani vengono qui a lavorare in agricoltura e in questo momento lavorare sotto caporale significa farlo per 25 euro a giornata quando va bene oppure essere pagati a cottimo. Un euro nel caso in cui si tratti una cassetta di mandarini e 50 centesimi nel caso in cui si tratti una cassetta di arance”.

Per Logiacco, “le questioni dell’accoglienza sono strettamente legate a quelle lavorative perché non garantire un’accoglienza dignitosa a questi lavoratori significa consegnarli agli sfruttatori e alla criminalità”, per questo “il nostro impegno è costante, non solamente durante gli eventi degli incendi e delle tragedie, ma anche rispetto alle questioni lavorative legate all’accoglienza”. Fra gli spazi comuni, anche una moschea. Gassam è l’imam della tendopoli. Ogni venerdì, il ritrovo per la preghiera. “Qualche giorno fa sia io, in qualità di diacono della diocesi, che lui, abbiamo vissuto alcuni momenti di preghiera comunitari, esortando alla pace e alla fraternità”, chiosa Alampi.

L’educazione alla formazione. Hospitality School è un’esperienza di educazione alla formazione portata avanti da alcuni volontari. “Un progetto spinto da un collettivo di Bolzano che facendo monitoraggio delle zone dove vivono i lavoratori stagionali, ha maturato l’esigenza di garantire loro una formazione”, spiega Nadia Lucisano, membro del comitato che se ne occupa e docente.

“Facciamo un lavoro di alfabetizzazione primaria perché molti dei ragazzi che sono qui non hanno mai studiato nel Paese di origine. Essendo una scuola di volontari, non siamo in grado di fornire delle documentazioni valide che riconoscano un livello di lingua, ma grazie alla scuola, attiva da ottobre 2017, abbiamo raccolto dei risultati e alcuni seguono dei corsi serali a Palmi per conseguire la licenza media. In piccolo è un passo”.

Una struttura lanciata con un crowdfunding, un “hub che insieme ai corsi di alfabetizzazione accoglie anche un’assistenza legale”.

Prospettive e difficoltà. “Dopo il decreto Salvini c’è grande incertezza – confida Alampi -. Qui dentro si è creato un caos, sono arrivati tantissimi migranti i quali, piuttosto che farsi allontanare dagli Spraar, hanno scelto di trovare posto nella tendopoli vecchia”, andando a ingrossare le fila già piene dell’area. Dopo il fatto incendiario della notte di Capodanno, c’è stata una riunione della Prefettura di Reggio Calabria sulle questioni di ordine e sicurezza pubblica con le forze di polizia sul territorio. “La gestione della tendopoli è del Comune con la Caritas, la Prefettura supervisiona e compie il lavoro di coordinamento”, afferma Maria Laganà, funzionaria della Prefettura reggina, che sta seguendo da vicino le vicende della tendopoli. Fra le prospettive, anche il ricollocamento dei migranti presso gli Spraar. Laganà mostra una lista di nomi di migranti per i quali c’è la possibilità di un trasferimento. “La lista è stata notificata a tutti, ma uno solo sta partendo per gli Spraar, gli altri non vogliono andare via. Vogliono rimanere qui. Ma loro hanno un permesso sussidiario o di soggiorno valido anche con la legge Salvini, quindi hanno tutto il permesso ad andare in uno Spraar”. Laganà ricorda che “da qui devono uscire così da fare posto alle persone che hanno un permesso valido e non hanno un posto negli Spraar”.
“A San Ferdinando bisogna creare un nuovo modo di vivere – auspica Cecè Alampi – che va al di là della tendopoli”. “Proponiamo – prosegue – l’accoglienza diffusa nei Comuni. Abbiamo l’esperienza di Drosi, dove siamo arrivati ad usufruire di 25 abitazioni private per l’accoglienza. Pensiamo se si ciò facesse anche per i paesi più grandi. Se ogni paese potesse accogliere almeno cinquanta persone, la situazione si risolverebbe”.

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