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Carovana dei migranti in Messico e soldati Usa al confine

Maddalena Maltese

Mons. Daniel Flores è vescovo della diocesi di Brownsville, in Texas. Il suo territorio ospita i maggiori centri di accoglienza e detenzione di confine. Nelle scorse settimane si era persino rifiutato di concedere il permesso di sopralluogo su alcune proprietà della Chiesa poiché l’agenzia federale stava valutando nuovi terreni per ampliare i muri alla frontiera.

Mons. Flores, come è la situazione alla frontiera con il Messico e cosa sta vivendo la Chiesa da una parte all’altra del confine?
Continuiamo ad accogliere nei nostri centri madri, padri, bambini e famiglie. Sono tutte persone che hanno attraversato i confini e chiedono asilo politico. Il governo, in genere, prende in carico il loro caso, li processa e dopo li rilascia per riunirsi alla famiglia. Noi gli offriamo un assistenza di base: cibo, vestiti, una doccia, un passaggio fino alle vicine stazioni di bus o di treni. Questa per noi non è una situazione nuova. Da anni viviamo così e non è che stia cambiando molto.

Ora però si è aggiunta questa carovana…
Ci stiamo già preparando e c’è un dialogo aperto, sia con le autorità, che con i vescovi del Messico per coordinare l’accoglienza. La domanda è da dove entreranno. A quali accessi alla frontiera si presenteranno?

Se si presenteranno al nostro confine dovranno attraversare un ponte per chiedere asilo e sappiamo che verranno suddivisi in gruppi ed entreranno un gruppo alla volta, per cui tanti aspetteranno in Messico.

Anche da quella parte ci sono modelli di assistenza consolidati e quando attraverseranno dalla nostra parte, anche noi saremo pronti ad offrire quel tipo di assistenza umanitaria necessaria a continuare il loro viaggio. Abbiamo tanti volontari cattolici, le Caritas, gruppi internazionali, il Catholic Service Relief (agenzia dei vescovi per l’assistenza dei poveri), ma al momento non sappiamo ancora quali varchi sceglieranno e quanto tempo impiegheranno. Sappiamo da alcune voci che delle famiglie sono arrivate a Guadalajara, ma non sappiamo quante si fermeranno e quante proseguiranno il viaggio.

Non è la prima volta che una carovana attraversa il confine, come mai quest’ultima sta creando tanta paura e preoccupazione?
C’è tanta speculazione attorno a questo fenomeno. La carovana è un elemento comune a tutte le migrazioni dal Centro America: le persone cercano di viaggiare in gruppo per ragioni di sicurezza e il loro tragitto è estremamente vulnerabile soprattutto in Messico dove rischiano di essere rapite, soprattutto i bambini, o aggredite dalle bande criminali. A questo si aggiunge un’incomprensione di fondo: gli immigrati poveri non sono equiparabili a una minaccia militare per il nostro Paese, perché sono persone estremamente vulnerabili. Al di là delle ragioni che li spingono a viaggiare, del modo che scelgono per viaggiare noi

non siamo autorizzati a trattarli senza alcun criterio umanitario.

Questa è la missione di noi tutti che viviamo il Vangelo, della Chiesa ed è la convinzione forte del Papa, una convinzione che non possiamo sottovalutare. Queste famiglie in fuga vivono un forte momento di crisi e noi abbiamo la responsabilità di sostenerle.

L’esercito promesso dal presidente Trump è arrivato?
Le truppe sono arrivate e stazionano in diversi punti della mia diocesi. Sotto certi aspetti capisco che serve un supporto logistico nella gestione dei migranti, ma i soldati non sono agenti dell’agenzia per le migrazioni e per legge sono molto limitati nelle loro azioni. Onestamente penso che sia più una presenza di garanzia voluta dal governo e sinceramente non so cosa tale presenza voglia significare. Sicurezza? Forse. Certamente hanno un compito di supporto per gli agenti, che comunque ricevono già uno speciale addestramento per affrontare queste situazioni caotiche, ricevere i richiedenti asilo e seguire tutte le diverse fasi del processo di asilo. Sono incaricati per legge di occuparsi di ogni famiglia di migranti che, in maniera legittima, ha scelto di attraversare il fiume che ci separa dal confine messicano.

Avrà pensato tante volte a una soluzione alla sfida delle migrazioni. Quali sono le priorità su cui lavorare?
Bisogna pensare a una soluzione di tipo globale perché il fenomeno delle migrazioni forzate non è solo un problema Usa, è un problema per tutti e dobbiamo lavorare internazionalmente per dare un indirizzo alla situazione che ogni Paese, singolarmente, si trova ad affrontare.

Molte persone non vogliono lasciare il loro Paese, vogliono restare lì, ma sono costrette sfortunatamente a scappare per ragioni di sicurezza e di sopravvivenza, soprattutto nelle Americhe.

Inoltre per i migranti in transizione servirebbe una maggiore cooperazione tra Usa e Messico per offrire maggiori garanzie e sicurezze e proteggerli dai criminali. Infine, quando qualcuno si presenta alla soglia della nostra porta non possiamo chiedergli se ha o non ha documenti, ma se ha fame, se è stanco, se ha paura. Questo è quello che ha fatto Gesù ed è quello che dobbiamo fare tutti: riconoscere e proteggere la dignità umana.

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