X

A tu per tu Con Don Pio Costanzo: “Nella Diocesi sono stato uno dei sacerdoti più contestati, dall’ordine e dalla gente”

PORTO D’ASCOLI – A poche ore dalla partenza, don Pio ci accoglie in una sala parrocchiale per un’accorata conversazione sui temi che più lo interessano e che l’hanno accompagnato in tanti anni di sacerdozio.

Domenica 26 agosto ha celebrato l’ultima Messa da parroco della comunità di Cristo Re. Un’omelia toccante, nella quale ha ripercorso i suoi 54 anni da sacerdote, la nomina di vice di don Marino Ciarrocchi e l’assegnazione perpetua della parrocchia.

“Il 29 giugno 1964 sono stato consacrato sacerdote ed il mio primo incarico è stata la nomina di vice parroco di don Marino Catasta nella Chiesa di San Giovanni Battista di Grottammare. A quei tempi era la più grande parrocchia della diocesi, comprendente l’attuale parrocchia di San Martino, Gran Madre di Dio ed una parte della parrocchia di San Filippo Neri. Avevo 27 anni. Sono nato a Grottammare nella parrocchia di san Pio V. Sono stato il primo sacerdote della parrocchia, consacrata nel 1904. A 60 anni dalla fondazione, la parrocchia di san Pio V ha avuto la gioia di veder ordinato il suo primo sacerdote.  Successivamente sono venuto a Porto d’Ascoli l’8 dicembre 1966 come vice parroco di Don Marino Ciarrocchi. Don Marino è morto il 18 novembre 1983 ed il il giorno successivo sono stato nominato parroco. Sono nella comunità di Cristo Re da 35 anni. Attualmente è una delle parrocchie più grandi ed attrezzate della regione Marche.”

Com’è nata la tua vocazione?
“Non lo so. Dio quando ti chiama non grida dall’alto. Parti e vai. Lentamente ti crea dentro il piacere di diventare sacerdote e metterti al servizio degli altri. Un percorso molto lento, contrastato dalla mia famiglia. Quando ho deciso, mio padre viveva negli Stati Uniti d’America, non voleva diventassi prete, nemmeno mia madre desiderava questo per me. Erano cristiani ma non “bizzocchi”. Non è stata una vocazione sofferta per me. La sofferenza è venuta dopo, quando mi sono accorto, nella realtà quotidiana, del significato di quella scelta. La Chiesa presenta un ideale bello, sfolgorante, quando entri nel vivo, ti puoi accorgere di entrare in un presbiterio non molto accogliente. Lì ti rendi conto che la tua, è la scelta del sacrificio. E’ Cristo che chiama a quella missione. Alcuni se ne vanno, altri restano. Io sono restato.

Sei un parroco e un sacerdote molto amato…
“Come tutti i sacerdoti: siamo amati e non amati. Nella Diocesi sono stato uno dei più contestati, dall’ordine e dalla gente. La Chiesa istituzionale mi ha rivolto accuse gravi che erano false. Con la gente ho vissuto il dibattito, il dialogo, come avviene nelle famiglie. Qualcuno mi rimprovera di essere poco prudente. Per me non esiste la prudenza, nemmeno il silenzio. Il silenzio lo mantengo quando prego, per altro parlo. E’ logico che pesto i piedi. Non perché ho sempre ragione, quello dico è quello in cui credo, anche se potrebbe non essere giusto. La differenza la fa il modo in cui mi esprimo, poco vellutato ed a volte aggressivo. Questo suscita scalpore.”

Hai sempre sostenuto che è necessaria una rivoluzione culturale…
“Si, lo sostengo da molti anni ormai. Cristo è il vero rivoluzionario che ha contestato il potere religioso, che conviveva col potere politico del tempo. Non c’era la distinzione come adesso tra Chiesa e Stato, libera Chiesa in libero Stato. Il potere era ierocratico, quindi i sommi sacerdoti avevano il potere civile. Gesù ha pagato per quello che ha detto. Ecco il vero rivoluzionario cristiano: contesti il male, se ti vogliono uccidere, non ti ribelli e ti lasci uccidere. Parlo di rivoluzione perché dobbiamo pensare in modo diverso, come se stessimo nei panni dei poveri. Il mio non è un discorso sociale: non mi interessa l’organizzazione dello Stato o magari della Chiesa. Io mi metto nei panni di un povero che lavora, è sfruttato e che non arriva alla fine del mese, che è ignorato da tutti ed amato da nessuno, che è isolato, emarginato, che è violentato, come tante donne. Mi metto nelle loro vesti. La rivoluzione consiste nel pensare come pensano loro, non nel continuare a pensare come chi sfrutta questa povera gente, per tenerla sotto egemonia.”

Non a caso, le tue idee, le tue parole nel corso del tempo, hanno dato seguito ai fatti: nel 2004 hai fortemente voluto la Casa dell’Accoglienza…
“Si, per questo abbiamo costruito la Casa dell’Accoglienza: per aiutare la gente. Ma quello è il minimo. Adesso voglio portare avanti un’altra iniziativa. Io sono convinto che il modo di fare la carità sia molto superato. I tempi sono cambiati. Dare i pacchi, dare il pranzo, pagare le bollette (se abbiamo i soldi), far dormire, non è il modo migliore per aiutare i poveri. Questa è una fase intermedia. Dobbiamo arrivare ad entrare nelle famiglie dei poveri, partecipare ai loro problemi. Ci sono persone che non hanno lavoro o voglia di lavorare, hanno cultura diversa o non hanno cultura, non sono inseriti nel tessuto sociale. Il proposito è aiutarli ad inserirsi nella società.
Prima di tutto devono essere onesti, poi che si mantengano in salute, che abbiano voglia di studiare per inserirsi nel tessuto economico e sociale. Vorrei che ogni famiglia (o più famiglie) adottasse una famiglia che ha bisogno. Il compito della Caritas secondo me è conoscere le famiglie che hanno bisogno ed eventualmente presentarle alle varie famiglie. Ho imparato ad essere presente in una famiglia (non di Porto d’Ascoli) che sostengo da 14 anni e reputo che questa esperienza possa essere condivisa con le famiglie che possano prendersi a cuore una famiglia disagiata e la seguano da vicino. Sono queste le persone che dobbiamo aiutare, quelle che non riescono a gestirsi per arrivare a fine mese. Gesù perdona i peccatori, non i Santi. Dobbiamo integrare il modo di fare carità: non solo il modo che tutti conosciamo, ma anche prendendoci a cuore le famiglie. Non chiediamoci come: Dio ci ha aiutato fono ad ora, continuerà a farlo.”

Qual è l’eredita che ti lascia la comunità di Porto d’Ascoli?
“A me Porto d’Ascoli lascia la vita. Io vivo perchè sono stato qui. Tutto quello che ho, tutto ciò che ho imparato lo devo alla gente, al contatto con loro. Potrei anche non andarmene, perchè sono stato nominato in perpetuo, ma me ne vado perchè mi sono accorto che non ho più la possibilità di stare tra le persone. La sera sono stanco. La vita oggi si è spostata verso le ore serali, ed io non riesco. Non posso andare a trovare le famiglie perchè non posso fare le scale, mi affatico.

Qual è l’eredita che tu lasci a Porto d’Ascoli?
Quello che ho lasciato non lo so, saranno i parrocchiani ad averlo nel cuore. Sono molto addolorato a lasciare. Dio però ha creato le virgole ed anche i punti. Quando è ora, bisogna andarsene per il bene personale e degli altri. L’autorità deve essere all’altezza del compito, quando uno si accorge che non può più sostenere il suo ruolo, è giusto che si metta da parte.”

Che invito ti senti di mandare ai giovani parroci?
“A volte noi preti badiamo più alle leggi dall’alto che ai desideri delle persone. Per questo il mio invito ai giovani parroci è di stare con la gente, non guardando i superiori, ma chi vive accanto e in condizioni peggiori.”.

Don Pio ha arricchito la chiesa di opere d’arte di autori di fama internazionale, lascia nelle mani del suo successore una chiesa con il bilancio sano, dopo aver sistemato la canonica ed in attesa dell’agibilità della Sala Don Marino.

“Consegnerò a don Gian Luca i soldi per pagare le utenze e l’Imu, poi gli darò un euro e gli dirò di conservarlo perché gli ricordi di avere fiducia nella provvidenza di Dio”.

Sabato 1° settembre alle ore 17 il vescovo Carlo Bresciani presiederà la cerimonia d’insediamento di don Gian Luca Rosati senza don Pio, che ha scelto di trascorrere quindici giorni in Croazia, sua seconda Patria.

 

Michela Galieni:

View Comments (1)