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Venezuela: le lacrime di Yamile, “libertà per mio figlio Lorent”

Gianni Borsa

“Non sono un politico. Sono solo una mamma che chiede per suo figlio una vita normale: finire l’università, trovare un lavoro, farsi una famiglia. E vivere in libertà”. Yamile Saleh è una “donna coraggio”, madre del prigioniero politico venezuelano Lorent Saleh. Da quattro anni gira il mondo per invocare la liberazione del suo ragazzo, che oggi ha 29 anni, carcerato e sottoposto a torture sotto il regime di Nicolas Maduro. “Lorent ha cominciato a battersi per i diritti umani e la democrazia nel 2007, quando era tra i banchi dell’università e al potere c’era ancora Hugo Chavez”. In seguito all’arresto da parte del Servicio Bolivariano de Inteligencia Nacional (Sebin) ha subito ogni forma di sopruso e tuttora è dietro le sbarre senza aver subito un vero processo. “50 udienze preliminari e altrettanti rinvii, niente di più”, denuncia la mamma.

Il Paese è alla fame. Lorent è fondatore della ong “Operazione libertà”; ha promosso manifestazioni e sit-in contro gli abusi perpetrati dal regime venezuelano. Con uno sciopero della fame ha ottenuto la libertà per alcuni detenuti. Poi ha subito arresti, botte. Ha vissuto in altri Paesi latinoamericani per raccontare i mali imposti al suo popolo da un potere sordo e barricato in se stesso. Il Venezuela è un Paese con risorse immense, che vanno ben al di là delle dotazioni petrolifere. “Eppure la nostra gente muore di fame, non abbiamo cure per la salute, siamo isolati dal resto del mondo”, confida Yamile. La incontriamo a Milano, al termine di un nuovo pellegrinare in Europa: Parigi, Madrid, Lisbona, Roma. Nel capoluogo lombardo fa tappa nel locale ufficio del Parlamento europeo. L’istituzione Ue ha conferito nel dicembre 2017 all’opposizione venezuelana, di cui Lorent è uno dei volti più giovani e conosciuti, il Premio Sacharov per la libertà di pensiero.

La cella sotto terra. Lorent Saleh è stato detenuto per 26 mesi ne “la tumba”, la tomba, un ex caveau di banca a Caracas, che ospita sette celle di due metri per tre a quindici metri sotto terra. “Le pareti sono bianche. Gli oggetti contenuti sono o bianchi o grigi o neri. La tuta dei prigionieri è bianca. Nessun colore. Non c’è nessun colore in quella gabbia. Vogliono piegare la volontà dei carcerati. Isolarli dal mondo. Subiscono torture psicologiche oltre che fisiche”. Quaranta minuti d’aria alla settimana, pasti razionati e passati attraverso una feritoia, senza alcun contatto con le guardie. “Se Lorent voleva andare al bagno doveva aspettare anche ore prima di essere autorizzato. Ora fatica a urinare e ha forti dolori”. A parenti e amici non erano permesse le visite. Si avevano solo poche notizie da chi, dopo lunghe prigionie, otteneva di uscire dalla “tomba”. Ora il giovane attivista è detenuto in un altro carcere, l’Elicoide.

Un’angoscia profonda. Negli occhi di Yamile compaiono le lacrime, che asciuga con un gesto fiero e delicato al contempo. Parla con la voce del cuore. Parla senza mai fermarsi. A volte invoca Dio. Lei stessa è stata fermata dalla polizia. Ci sono angoscia e profonda tristezza nel racconto. La biografia di Lorent è nota, ne hanno scritto i giornali e i siti di mezzo mondo. Ma questo non basta per la sua liberazione. La mamma riprende: “Mio figlio è ormai un simbolo della lotta per la libertà. Nessuna pietà per lui. Solo violenza… La violenza e la povertà imposte da un sistema che non conosce regole né democrazia”. Si ferma, abbassa gli occhi. “Se avessi saputo tutto questo dieci anni fa, se avessi immaginato quanto ha dovuto subire mio figlio, forse lo avrei dissuaso”. E torna a elencare gli arresti, gli scioperi della fame, le proteste in ogni angolo del Paese e in quelli confinanti. “Da noi nessuno può avere un’idea, un pensiero differente da quello del regime. Chi parla è minacciato, le minacce arrivano alla famiglia, agli amici. Succede anche a noi”. Piange ancora Yamile. “Gli hanno rubato quattro anni di vita. Lo hanno strappato alla famiglia. Anche io – aggiunge piano – sono sfinita. Non c’è Natale, non c’è compleanno… Ma non smetterò di far sentire la mia voce finché non riavrò mio figlio”.

“Dio gli è accanto”. “Dio mi sostiene e sostiene mio figlio”, dice Yamile. “Una forza che viene dall’alto rappresenta l’unica possibilità di andare avanti”. Suo figlio è credente? – le chiediamo, con quel rispetto imposto dinanzi a tanta sofferenza, di fronte a un’ingiustizia che non ha ragioni. “Lorent è un giovane che crede in Dio. La fede lo ha mantenuto in vita finora. Dio gli è accanto, lo so”. Perché è in Europa? “Perché il Premio Sacharov all’opposizione democratica ci ha restituito un po’ di fiducia”. Ha fatto in modo che i riflettori internazionali tornassero su un Venezuela sempre più isolato, dove le mediazioni della Santa Sede proseguono con discrezione. “Al Papa – afferma – chiedo di invocare la libertà per Lorent e per tutti i prigionieri politici in venezuela”. “Al Parlamento europeo – aggiunge Yamile Saleh – chiedo di sostenerci ancora per un Venezuela libero. E agli italiani dico di considerare la libertà come il bene più prezioso, da non dare mai per scontato. Noi venezuelani, quando riacquisteremo la nostra libertà e democrazia non ce le faremo più togliere”.

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