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Festa San Giacomo della Marca, Vescovo Bresciani: “Saremo veramente suoi devoti se saremo capaci di essere come lui operatori di pace”

MONTEPRADONE – Conclusi a Monteprandone i festeggiamenti in onore di San Giacomo della Marca.
Martedì 28 novembre alle ore 11.30 si è tenuta la solenne celebrazione presieduta dal Vescovo Carlo Bresciani che durante l’omelia ha affermato: “Veneriamo S. Giacomo della Marca, nostro illustre concittadino e membro dell’ordine dei frati minori che qui nel loro convento, da lui fondato nel 1449, custodiscono la sua salma. Un santo è sempre venerato per l’eroicità delle sue virtù sia teologali, che cardinali. Si potrebbero allora certamente, e senza particolare difficoltà, mettere in risalto molti aspetti eroici della vita e della fede del nostro santo, molte virtù che egli ha vissuto fedelmente a costo di grandi sacrifici e affrontando forti contrasti e opposizioni per amore di Dio.
Una delle virtù che nella sua vita mi ha colpito di più è stata la sua opera di pacificazione, rivolta a singoli, a famiglie, ma anche a paesi piccoli e grandi della nostra Italia e perfino d’Europa. Ascoli e Fermo, eterne nemiche, per opera sua stipularono una pace duratura nel 1446. Interessante che a suggello della pace stipulata ognuna delle due città accolse nel proprio stemma quello dell’altra città. Si fa veramente la pace accettando ognuno qualcosa dell’altro in un riconoscimento reciproco.
Riusciva con abilità a ricomporre litigi e conflitti e a riportare pace anche là dove il sangue versato aveva fortemente ferito, apparentemente in modo insanabile, le relazioni. Lo faceva ricorrendo alla sua abilità di giurista provetto, proprio per questo può essere invocato patrono dei giuristi e degli avvocati. Egli non negava la forza del diritto, se ne serviva con grande abilità, ma era consapevole che il diritto, per quanto correttamente applicato, da solo non bastava alla pacificazione degli animi.
Credo che il nostro S. Giacomo possa essere definito a buona ragione “uomo operatore di pace”, partecipe di quella beatitudine che nostro Signore proclamò nel discorso della Montagna. Spesso veniva chiamato a predicare per ricomporre tensioni e conflitti, per combattere errori: la sua forza era la parola del Signore per la cui predicazione si era avvalso di un maestro di altissima qualità e perizia quale fu S. Bernardino da Siena. Egli dedicò molte fatiche alla predicazione, rispondendo con prontezza alle missioni tutt’altro che facili che lo stesso papa gli affidava ponendo in lui molta fiducia.
Proprio dalla parola di Dio traeva gli argomenti più validi e convincenti per la pacificazione degli animi. Dal diritto non si può riavere ciò che è stato perso per sempre: esso, come la vendetta, non può risarcire il sangue irrimediabilmente versato. Può imporre una certa norma di condotta, far rispettare determinate leggi, ma non risana la ferita del cuore. Solo il perdono può ciò che il diritto non potrà mai. Il nostro santo predicava il perdono e attraverso esso riusciva a ricomporre liti, salvando il diritto di ciascuno.
Credo che qui si trovi una attualità da recuperare dall’esempio di san Giacomo. Vedo sempre più in giro il desiderio di vendetta, l’incapacità di perdonare che attraversa le nostre società e che penetra anche all’interno di coloro che si dicono cristiani.
Le famiglie si disgregano per l’incapacità di perdono, le comunità si dividono per lo stesso motivo e i cuori feriti sono sempre più incapaci di trovare pace. Invochiamo la legge, magari sempre più severa: può essere anche giusto in alcuni casi, ma la punizione dell’altro, del colpevole o del presunto tale, lascia le divisioni e non ricostruisce l’unità. Solo il perdono libera dal peso del passato e apre strade nuove di incontro e di pace. Ne sentiamo una necessità enorme in questa società che a volte dà l’impressione sia retta dalla logica dell’“un contro l’altro armati”. Ne sentiamo una necessità enorme dentro le nostre comunità, anche cristiane che confessano l’unico Dio, ma non sanno imitarlo in quell’amore che arriva al perdono salvando il diritto e la giustizia.
Dobbiamo imparare da san Giacomo ad essere operatori di pace dentro gli ambiti di vita che siamo chiamati ad occupare, senza limitarsi a lamentarci per quello che manca e che desidereremmo avere. Non basta invocare relazioni pacifiche se non diventiamo costruttori di relazioni pacifiche, affrontando tutta la fatica che questo comporta, fatica non sempre compresa e a volte, forse, addirittura derisa e osteggiata. San Giacomo ne fece esperienza e l’affrontò con eroica virtù.
In una società in cui sembra prevalere sempre più la forza, non necessariamente delle armi, ma certamente quella del sopruso del forte sul debole, del ricco sul povero, dell’uomo sulla donna sentiamo forte il bisogno di una riconciliazione, di un incontro che riconoscendo il diritto di ciascuno, recuperi la profonda dignità di figli di Dio che tutti possediamo, elimini ogni pretesa di superiorità morale, economica o culturale e ritrovi la forza di chiedere e di donare perdono.
È su queste basi che san Giacomo si fece predicatore di pace, indicando chiaramente e senza esitazione dove stava l’errore da cui convertirsi e la conseguente necessità di cambiare stili di vita, ma anche esortando incessantemente a donare il perdono e a trovare tra i contendenti punti di incontro che non umiliassero nessuno. Emblematica fu la pace tra Ascoli e Fermo propiziata dal nostro santo: ognuna delle due città accettò qualcosa dell’altro e lo incorporò nel proprio stemma. Significa, fuori metafora, riconoscere e accettare quello che di buono c’è in quell’altro che prima era considerato solo nemico. Ciò permette il reciproco rispetto e il superamento di ogni radicale contrapposizione.
A me pare, questo, un programma non solo profondamente evangelico, ma di assoluta attualità e necessità per la Chiesa e per il mondo. Siamo noi capaci di imitare san Giacomo della Marca su questa strada? Saremo veramente suoi devoti se saremo capaci di essere come lui operatori di pace là dove siamo chiamati a vivere: nelle nostre famiglie, nei nostri paesi, nelle nostre parrocchie, ovunque.
E che san Giacomo ci protegga, implorando dal Padre comune quelle grazie di cui abbiamo bisogno per essere sempre fedeli a questo compito, che è semplicemente il compito del cristiano in quanto tale”.

Al termine della Santa Messa il Padre Guardiano del Santuario, Silvio Capriotti, ha affermato: “Prima di lasciare ogni paese in cui andava a predicare, San Giacomo era solito andare dai governanti della città e proporre delle leggi per il bene della cittadinanza. Ancora oggi negli archivi di circa 50 città italiane sono conservate le riforme di legge accolte dalle varie città dietro suggerimento di San Giacomo.
Otto cose sono necessarie per conservare la giustizia e la pace sociale: Anzitutto la prudenza, massimo bene dell’umana natura, per secondo occorre la saggezza, che porta a star lontano dai cattivi consigli e dalle lingue malvagie, che fa capire chi è che parla, per quale motivo parla, se parla mosso da passione, odio, amore o interesse.
Per terzo occorre buoni consiglieri, per quarto ci vuole una grande passione per la pace e fuggire ad ogni costo le guerre. Per quinto non gravare troppo i sudditi col porre tasse con la scusa di difendere la patria. Per sesto non orpprimere i poveri e non rimandare a lungo di tutelare i loro diritti dicendo: domani, domani!
Per settimo non bisogna accettare doni prima di emettere un giudizio per non essere condizionati. Per ultimo bisogna costruire buoni amministratori, dal momento che quelli cattivi distruggono le città e gli stati”.

I sindaci e i delegati presenti delle 50 città toccate da San Giacomo della Marca hanno affidato il loro comune alla protezione del Santo, chiedendogli che dal cielo continui a prendersi cura dei loro cittadini come già fece durante la vita.

La cerimonia si è conclusa con l’offerta dell’olio da parte del Sindaco di Monteprandone Stefano Stracci a nome dell’intera comunità.

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