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Da oggi il “Reliquiario di Sisto V” in mostra agli Uffizi di Firenze

DIOCESI – La mostra organizzata presso gli Uffizi di FirenzeFacciamo presto! Marche 2016 – 2017: tesori salvati, tesori da salvare” presenta una selezione di capolavori provenienti dai paesi e dalle cittadine delle Marche, in particolare dalle province di Ascoli Piceno, Fermo, Camerino e Macerata colpite dal terribile terremoto che ha semidistrutto o reso inagibili molte chiese, i palazzi e i musei dove erano custoditi, spesso fin dalla loro origine.
I proventi verranno utilizzati per la ricostruzione dei monumenti colpiti dal sisma.
Occasione quindi eccezionale per far conoscere i tesori di questi territori dell’entroterra marchigiano meridionale, l’iniziativa intende costituire un omaggio alle Marche da parte delle Gallerie degli Uffizi, che, grazie all’eredità di Vittoria della Rovere, mantengono un forte legame storico con le collezioni artistiche marchigiane e in particolare urbinati.
La scelta delle opere esposte, curata da Gabriele Beccaria, si prefigge anche l’intento di ripercorrere sinteticamente un ideale percorso nella storia dell’arte di questi territori a partire dal Medioevo e fino al XVIII secolo.
Parteciperanno all’inaugurazione di martedì 28 marzo alle ore 11.00 presso gli Uffizi, i Vescovi delle diocesi Marchigiane colpite dal sisma compreso il Vescovo Carlo Bresciani.
Paola Di Girolami direttrice dei “Musei Sistini del Piceno”  della diocesi di San Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto commenta: “Il reliquiario di Montalto è il capolavoro assoluto di questa mostra. L’opera che si trova solitamente a Montalto delle Marche da dopo il sisma, è stato messa in via precauzionale in una cassa di sicurezza. Portarlo ad un pubblico internazionale come quello di Firenze sarà sicuramente un’occasione preziosa di valorizzazione della rete dei Musei Sistini e dell’intere Marche”

Benedetta Montevecchi: “Il cosiddetto ‘Reliquiario di Montalto‘ è un cimelio straordinario il cui valore artistico e la cui entità storica sono stati adeguatamente indagati fin dalla metà del secolo scorso: dal fondamentale studio di Theodor Muller e Erich Steingraber (1954) ai più recenti contributi di Filippo Trevisani (1987 e 2003) e di Anna Rosa Calderoni Masetti (1997 e 2003). Le vicissitudini storiche e i passaggi di proprietà del prezioso manufatto, che qui si riassumono, ne hanno determinato le complesse variazioni morfologiche e stilistiche che, nel tempo, lo hanno condotto allo stato attuale.
Secondo lo studio più recente (Calderoni Masetti, 2000a), il Reliquiario è identificabile in un oggetto elencato nell’Inventario di Carlo V (1379-1380) tra le preziose opere conservate nell’Oratorio della Cappellina del re al Louvre; lo si riscontra ancora nelle ricognizioni del Tesoro dell’erede, Carlo VI, negli anni 1391, 1400-1405, 1413. Il Reliquiario ricompare poi nell’elenco inventariale dell’eredità di Federico IV di Tirolo, morto nel 1439 (Eikelmann, 1995). Nel 1450 è nelle mani di un mercante tedesco, Iachomo de Goldemont, dal quale il 2 aprile Leonello d’Este lo acquista per le sue collezioni: l’opera è bene identificabile nella precisa annotazione dell’Inventario ducale (Franceschini, 1993). La parte anteriore vi è descritta quale oggi la vediamo: una tavola d’argento dorato con al centro un grande angelo ad ali spiegate che sorregge il Cristo morto; ai lati due angeli inginocchiati presentano la lancia e la colonna. Il gruppo è realizzato in smalto en ronde bosse (smalto coprente o traslucido applicato su rilievo in oro), in preziose varietà cromatiche comprendenti due tonalità di bianco, il blu, l’azzurro, il rosso, il verde smeraldo e un delicato grigio.
Con la stessa tecnica sono espresse la Crocifissione e la Flagellazione, inserite in due oculi lungo la cornice sopra i quali due angeli in volo presentano il flagello, i chiodi, la corona di spine; in alto, entro un timpano quadrangolare, compare Dio Padre, circondato da angeli: anche queste figure sono in smalto en ronde bosse, come pure la piccola, drammatica Deposizione che conclude, in basso, il ciclo iconografico della Passione, affiancata da due vani quadrangolari contenenti le reliquie. In argento dorato, ma con viso e mani dipinti, sono i due angeli inginocchiati ai lati del timpano, che mostrano cartigli su cui è incisa la scritta “Passus sub Pontio” “Pilatus crucifixus”, dunque un frammento del “Credo”. Le eleganti lettere gotiche sono rese con un’incisione puntiforme, la preziosa tecnica pointillée diffusa nell’oreficeria d’Oltralpe, che decora minutamente anche le ali degli angeli e le parti originali della tavola d’argento dorato, in particolare la piatta incorniciatura quadrangolare lungo la quale si svolge una decorazione vegetale in cui sono state riconosciute alcune piante (la calendula, il biancospino, la viola, il garofano, la rosa selvatica, il lino), alcune simbolicamente riferibili alla Vergine Maria, altre alla Passione, per il loro carattere funerario.

Col medesimo lavoro pointillé era raffigurata, sul retro d’argento dorato, l’Orazione nell’orto, descritta nell’Inventario estense, ma che verrà in seguito eliminata assieme all’anello e alle catenelle con cui il Reliquiario veniva sospeso. Tornando alla parte anteriore, va sottolineata la profusione di gemme (zaffiri e spinelli, erroneamente definiti ‘rubini balasci’) e di perle distribuite sulla grande croce che si erge dietro il Cristo sorretto dall’angelo, intorno all’immagine del Padre Eterno e lungo la cornice. I colori delle gemme e delle perle esaltano armoniosamente il valore timbrico degli smalti, soprattutto le luminose gradazioni del bianco, l’intenso bleu de roi, il brillante rouge-clair il quale, lasciando trasparire l’oro sottostante, assume una straordinaria tonalità rubino che Benvenuto Cellini definiva “il più bello di tutti gli altri” (1568, ed. 2002, pp.33-34).
Non si conosce la sorte del Reliquiario dopo l’improvvisa morte di Leonello d’Este, il primo ottobre di quello stesso 1450; ma è presumibile che fatti di carattere politico ne abbiano motivato l’alienazione in seguito alla quale, nel 1457, l’oggetto ricompare nell’Inventario del cardinale veneziano Pietro Barbo, papa dal 1464 al 1471 col nome di Paolo II (Muntz, 1879). Raffinato collezionista, il cardinale aveva raccolto nel suo palazzo romano di San Marco un notevole tesoro comprendente anche importanti oreficerie. Confrontando la descrizione dei due inventari, si vengono a conoscere le sostanziali modifiche compiute sul Reliquiario dal nuovo proprietario che, oltre ad apporvi per ben quattro volte il proprio stemma cardinalizio (d’azzurro al leone rampante, attraversato da una banda), inserisce la sola parte anteriore, con gli smalti e le gemme, in una nuova montatura in argento dorato. E’ questa una slanciata struttura quadrangolare, sostenuta da un’ampia base a profilo mistilineo, con ornati floreali e vegetali; lungo lo spessore corre un fregio a fogliami che si diparte da due ampie foglie d’acanto, mentre il retro con l’Orazione nell’orto viene eliminato e sostituito con una specchiatura aniconica in cui una candelabra e ampi girali vegetali emergono dal fondo sablé; culmina il tutto un’edicoletta con un cammeo di sardonice, forse bizantino, raffigurante Gesù Cristo, dietro la cui montatura è incisa una scritta relativa al committente. Altre due iscrizioni dedicatorie vengono apposte alla base delle due facciate del reliquiario: quella posteriore ricorda tutt’oggi Pietro Barbo, quella anteriore è relativa a papa Sisto V nel momento in cui, durante il suo secondo anno di pontificato (1587), dona il prezioso oggetto alla cittadina di Montalto nelle Marche, sua “patria carissima”. Il papa marchigiano aveva tratto il Reliquiario dal Tesoro vaticano, forse scegliendolo in quanto contrassegnato da uno stemma molto simile al suo. Diomede Vanni, l’orefice incaricato della “repolitura e rassettatura” dell’oggetto, dovette solo modificare le scritte dedicatorie, capovolgendo quelle Barbo e reincidendole (quella posteriore, quattrocentesca, è stata ripristinata nel 1910) e aggiungere sulla banda dello stemma preesistente gli emblemi del papa, la stella e tre monti.

L’orafo sistino è l’unico dei maestri che hanno lavorato al Reliquiario, fin dalla sua creazione, di cui si abbia notizia sicura. Non si sa, infatti, chi eseguì la nuova, monumentale montatura voluta dal cardinale Barbo, anche se il lavoro è stilisticamente collocabile nell’ambito dell’oreficeria veneziana quattrocentesca. E non è documentato l’artista che realizzò lo straordinario manufatto nella sua forma primitiva, caratterizzata dalla delicata lavorazione pointillé, ma soprattutto dall’esteso impiego degli smalti en ronde bosse, la preziosa tecnica orafa sviluppatasi in Francia, e particolarmente a Parigi, dalla seconda metà del Trecento. Non si ritiene infatti di condividere la recente proposta secondo la quale alcuni preziosi manufatti con smalti en ronde bosse, tra i quali il Reliquiario di Montalto, potrebbero essere stati realizzati in Lombardia (Venturelli, 2003).
Il Reliquiario sistino, dunque, nella sua primitiva redazione, dovette essere realizzato in uno degli atelier orafi parigini che operavano per una clientela esclusiva rappresentata, in primis, dalla casa reale di Francia. Ed è stato proposto, come sopra accennato, che la sua committenza, sulla base della citazione di un oggetto formalmente affine nell’Inventario della cappella del Louvre, possa risalire a Carlo V, morto nel 1380, mentre per la sua attribuzione è stato avanzato il nome di Jean o “Hennequin” du Vivier, “orfèvre et valet de chambre” del re (Calderoni Masetti, 2003a). E’ stato infatti individuato un pagamento effettuato nel 1377 dal duca di Borgogna al prestigioso orafo per un oggetto che potrebbe poi essere giunto – per vie oggi ignote – tra le proprietà del re. Non è possibile riportare qui le articolate argomentazioni addotte per sostenere questa proposta che, allo stato attuale degli studi, sembra la più plausibile per definire l’origine di questo pezzo straordinario. La presenza tra i beni di Federico IV di Tirolo, infine, sarebbe motivata dalla sua possibile appartenenza ai beni dotali di Caterina di Borgogna, figlia di Filippo l’Ardito, fratello di Carlo V, che aveva sposato Leopoldo IV del Tirolo”.

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