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Quale futuro per le province italiane?

Di Stefano De Martis

Che futuro attende le province italiane? Bocciata con il referendum la riforma che voleva eliminarle definitivamente dalla Costituzione, si ritrovano in mezzo al guado perché la legge 56 del 2014 ne aveva già profondamente modificato l’identità e le funzioni, in vista di quella eliminazione che poi non ha avuto luogo. La stessa Consulta, nel 2015, aveva respinto i ricorsi presentati da alcune regioni contro tale legge (più nota come legge Del Rio) proprio nella prospettiva della riforma costituzionale. Tanto che adesso qualche osservatore comincia ad avanzare dubbi sulla tenuta giuridica del provvedimento in questione, perché le province, anziché scomparire, sono rimaste a pieno titolo nel novero degli enti costitutivi della Repubblica.

Ma adesso, insieme alla confusione istituzionale, il problema più urgente è quello dei finanziamenti, perché nel frattempo i tagli alle province sono stati drastici e si sono create lacune in materie fondamentali, come l’edilizia scolastica, la tutela dell’ambiente e la manutenzione delle strade. Problemi che nelle scorse settimane sono emersi in maniera drammatica nelle zone terremotate dell’Italia centrale e nelle aree montane dell’Abruzzo martoriate da eccezionali nevicate.

In questo contesto suona persino un po’ surreale, per quanto doverosa, l’elezione dei nuovi vertici delle province (presidente e consigli) che si è completata lo scorso 29 gennaio. Una procedura che dagli ultimi mesi del 2016 ha coinvolto in varie tornate 61.127 sindaci e consiglieri comunali, in rappresentanza di 5.120 comuni delle regioni a statuto ordinario. I nuovi eletti sono 858 e amministreranno le province (97 più 10 città metropolitane, secondo la legge Del Rio) a titolo gratuito, in quanto già sindaci o consiglieri comunali. Perché questa è una delle novità della legge 56: trasformate le province in enti territoriali di secondo livello, viene meno la figura autonoma del consigliere provinciale (e del presidente della provincia) eletto direttamente dai cittadini e a cui viene attribuita una specifica indennità. Un’impostazione che muove da intenti di semplificazione e di risparmio; ma nella nuova situazione che si è creata c’è già chi ha rilanciato la proposta di tornare all’elezione diretta dei consigli provinciali.

Quale che sia il giudizio di merito sulla legge Del Rio, va pur detto che il provvedimento è nato con una certa logica e con una sua coerenza di fondo. L’idea di base era quella di individuare innanzitutto le competenze fondamentali che sarebbero rimaste alle province. Le altre funzioni (con il personale e le risorse finanziarie relativi) sarebbero state redistribuite tra altri enti, nell’ambito di un piano organico elaborato da ciascuna regione per il proprio territorio, con un ruolo importante da affidare alle unioni tra comuni.

Un progetto complesso (basti pensare soltanto alla questione della mobilità del personale della pubblica amministrazione) e che soprattutto implicava un intervento dello Stato per fissare i “profili ordinamentali generali” del sistema, in seguito alla programmata eliminazione delle province dalla Costituzione. Eliminazione che però non c’è stata.

Peraltro il meccanismo della legge Del Rio si era inceppato ben prima del referendum costituzionale e prima ancora che la stessa legge potesse dispiegare tutti i suoi effetti. “Il disegno – ha spiegato Mario Castelvecchio, docente all’università di Bologna e uno dei maggiori esperti del settore – non ha funzionato per il ritardo delle regioni nell’intervenire con leggi regionali che operassero il trasferimento di funzioni, ma soprattutto per la stretta finanziaria che è stata data con la legge di stabilità 2015 e con i provvedimenti relativi a tagli e ricollocazione del personale”. In altre parole, la scure si è abbattuta sulle risorse e sulle spese non al termine del riordino e come sua conseguenza, ma nel bel mezzo del processo. Si è generato così il paradosso che le province hanno continuato a esercitare in molti casi le stesse funzioni di prima, ma con meno risorse umane e finanziarie. “Negli ultimi due anni – ha dichiarato il presidente dell’Unione province italiane, Achille Variati, sindaco di Vicenza e presidente dell’omonima provincia – sono stati distolti due miliardi dai servizi garantiti sui territori per riportarli nel calderone delle casse pubbliche”. Secondo il presidente dell’Upi in questa situazione i servizi “non sono più garantiti in tutto il territorio” e “si sta erodendo il patrimonio pubblico fino a incidere sugli stessi livelli di sicurezza dei cittadini”. La richiesta al governo è di provvedere subito ad assegnare le risorse necessarie “con strumenti di estrema urgenza”. Un intervento tampone che comunque non esimerebbe dall’affrontare il problema di fondo: rimettere a punto identità e ruolo delle province avendo per bussola non l’interesse dei ceti politici locali, ma quello dei cittadini.

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