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Non lasciamo solo ai magistrati il peso della lotta alla corruzione in Italia

Stefano De Martis

L’ondata di vicende giudiziarie che ha investito nelle stesse ore Roma e Milano, pur nell’estrema diversità delle situazioni, si è abbattuta sulle amministrazioni locali proprio mentre un rapporto della Fondazione Res di Palermo dimostrava, con dati rigorosi, che Regioni e Comuni erano gli ambiti in cui la corruzione aveva trovato più spazio negli ultimi anni. L’impatto inevitabile delle cronache forse ha portato ad archiviare troppo in fretta questa ricerca che pure metteva in luce un risultato sconfortante:

dopo il periodo 1995-2004 in cui si era registrata una certa flessione, tra il 2005 e il 2015 la corruzione politica aveva ripreso a crescere in misura tale da superare i livelli pre-Tangentopoli.

I 541 casi su cui ha lavorato Rocco Sciarrone, che insegna sociologia della criminalità organizzata all’università di Torino, sono relativi a sentenze della Cassazione, quindi definitive. Del resto, bisogna pur avere il coraggio di ricordare, anche nei momenti in cui la legittima indignazione raggiunge i livelli massimi, che fino a prova a contraria l’Italia è uno Stato di diritto e tutti hanno diritto alla presunzione d’innocenza fino alla condanna definitiva. Il risultato della ricerca, dunque, essendo basato sulle sentenze della Suprema Corte, è un esito al netto della confusione mediatica e dell’uso strumentale che spesso si fa dei diversi passaggi di un procedimento giudiziario. Quindi tanto più grave.
Non è necessario cedere alle suggestioni della demagogia per affermare che la corruzione è il cancro della vita civile. Perché la svuota dal di dentro, ne mina le fondamenta, spezza quel legame di solidarietà che al di là delle specifiche forme istituzionali costituisce il nucleo generativo di uno Stato.

E non esiste una quota minima di corruzione tollerabile.

Riflettere con realismo sulla situazione di fatto per cercare di individuare delle piste d’intervento, com’è doveroso fare se si vuole provare almeno ad arginare il fenomeno e a invertire la tendenza, non può implicare il riconoscimento di una sorta di modica quantità di corruzione per uso personale. Certo, mettere sullo stesso piano un piccolo favoritismo personale e una complessa struttura criminosa in grado di alterare sistematicamente l’assegnazione degli appalti pubblici, sarebbe non solo irragionevole, ma anche indirettamente connivente con chi compie gli illeciti più gravi. Tutti colpevoli, nessun colpevole, come si suol dire. Eppure c’è un filo sottile che collega in qualche modo in due estremi ed è quella mentalità corruttiva che costituisce l’humus in cui la corruzione praticata ai diversi livelli trova alimento.
Non si tratta di fare del moralismo. Sono i fatti, anche i fatti di questi giorni, a dimostrare che non si può affidare la lotta alla corruzione soltanto alla magistratura, che interviene per definizione sui reati compiuti o in corso. C’è bisogno di regole aggiornate, che aumentino l’effetto di deterrenza delle condanne rendendo la corruzione “non conveniente” anche dal punto di vista economico; che semplifichino un sistema amministrativo contorto e ipertrofico nelle cui pieghe la corruzione prospera anche per la concreta inapplicabilità di certe norme sconclusionate e incomprensibili; che consentano all’attività amministrativa, da un lato, e a quella economica, dall’altro, di dispiegarsi fluidamente in un quadro di certezze e di stabilità.
Qualcosa si è fatto, beninteso, ma evidentemente non basta neanche lontanamente. C’è un altro livello che va chiamato in causa ed è quello a cui alludevano già i costituenti quando all’articolo 54 della Carta hanno scritto: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di compierle con disciplina e onore”. Un testo bellissimo, che può certamente avere conseguenze interpretative anche a livello giudiziario, ma che già nel lessico apre a una dimensione valoriale che va ben oltre quanto può essere sanzionato in un’aula di tribunale.

Il nostro Paese ha un drammatico problema di qualità della classe dirigente, da intendere in primo luogo in senso stretto, di “cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche”.

Senza persone capaci di promuovere un nuovo patto di cittadinanza, che significa innanzitutto ridurre le disuguaglianze e ricucire il rapporto tra generazioni, non ne verremo a capo. Questa è la strada maestra se si vuole veramente combattere la corruzione e non utilizzarla come strumento di reciproca delegittimazione politica. Se c’è qualcuno in grado di percorrerla, benvenuto.

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