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Il colore prima del blu – puntata 38


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È verde militare lo zaino che usava mio padre. Una spilla nera, con il simbolo della pace disegnato in bianco, è agganciata sulla tasca davanti. Dentro ci sono una bussola e una torcia. Le provo e funzionano entrambe. Ci trovo anche una barretta di cioccolato morsicata, la osservo e la getto nella pattumiera. Un portadocumenti conserva una fototessera mia e di mia madre e un bigliettino con i dati personali di mio padre. Li appoggio sulla scrivania. Metto dentro allo zaino qualcosa da mangiare, dell’acqua, una coperta e una delle tante macchine fotografiche che sono nello studio. Il fermacapelli di Anna, sì metto anche quello! Scopro che una volta che si è presa una decisione, ci si dimentica dei rischi e dei pericoli, delle paure e dei dubbi. Per questo forse non mi preoccupo di poter dare un nuovo dolore a mia madre. Penso solo al successo del mio intento. Così doveva sentirsi mio padre quando partiva per le sue esplorazioni. Non è una sfida contro qualcuno, ma è il desiderio di misurare i propri limiti per scoprire sé stessi aprendosi al nuovo.  

Mio padre, il giorno prima di partire per una nuova avventura, si ritirava in disparte. Il silenzio e il distacco lo aiutavano a concentrarsi. Lo imito: sono dentro al faro, rintanato nella lanterna, dove, di notte, parte il fascio di luce. Questa mattina Claudio il guardiano russava fuori dal cancello del faro così gli ho sfilato le chiavi. Il vento mi colpisce in faccia ovunque mi metta. Attendo le ore calde, ma sono sicuro che saranno più dure del freddo mattutino. Il paese sonnecchia schiacciato sotto il faro. I tetti, sbiaditi da una luce fioca, si mescolano fra loro come un abbraccio che unisce tutti gli abitanti. Solo la piazza respira all’aria aperta. Dall’alto non si comanda, ma si osservano, impotenti, le sofferenze e le debolezze umane. Finché si sta quassù non ci si sente partecipi della sorte dell’uomo. Solo quando tornerò tra loro il mio cuore sanguinerà dolore. Ma io voglio tornarci per portare coraggio e speranza. Quando si farà notte scenderò per me e per tutti. L’attesa è muta.

Come formiche il popolo sale in collina, fiaccole di una processione civile illuminano il cammino. Il chiacchiericcio sale fin quassù. Prendo le mie cose e scendo. Claudio il guardiano mi saluta dicendo che questa sera scoppierà il paese e poi ride. Raggiungo la collina. Anna è vicina alla madre. Non parlano. Il Sindaco dal palco, con l’altoparlante, pronuncia un discorso. Poi un gruppo musicale, chiamato da un paese vicino, suona musica popolare. Si balla. Marta convince il signor Alfredo a buttarsi nella mischia. I genitori di Anna li seguono. Anna resta sola, vicino a un palo della luce. La sorprendo da dietro, le tappo la bocca e la trascino via. Lei ha paura, prova a graffiarmi, cerca la mossa giusta per liberarsi. Non sa che sono io. La blocco a terra dietro una siepe. È buio, ma passa un’auto della polizia e con i fari illumina il mio volto.
‹‹Michele!›› mi urla.
Le dico di non alzare la voce, lei cerca di fuggire. La blocco e avvicino le mie labbra alle sue. Anche al buio le trovo. Mi bacia, ma non mi lascio distrarre dal mio piano. La porto via con me, e lei non si agita più come un pesce dentro la rete.

Spingo la barca di Sergio in mare. La faccio passare sopra i rulli. Anna mi guarda e non osa chiedere. Si toglie le scarpe ed entra in acqua. La aiuto a salire sulla barca. Il mare è calmo, ma non ci sono stelle e la luna è scomparsa da un po’ sotto le nuvole. Il faro, come da tradizione, questa notte è spento. L’unica luce è la mia torcia. I rumori della festa si immergono fino al nero del mare aperto. Anna non vede me e io non vedo lei, ma i nostri piedi sono sentinelle della nostra presenza. La bussola indica che il nord è alle mie spalle. Questo significa che la direzione di navigazione è corretta. Improvvisamente un bagliore sul paesino si allunga verso le stelle. Sarà l’effetto della bomba disinnescata, penso. Anna si gira per guardare. Non possiamo distrarci, torno a remare. Sento un po’ di stanchezza, ma ormai siamo arrivati. Una macchia scura si avvicina a noi: è l’Isola, e stiamo puntando dritto alla caletta di attracco. Illumino con la torcia gli ultimi metri che ci separano dalla terra ferma. Anna si gira a guardare la spiaggia. Gabbiani, infastiditi dalla luce, si alzano in volo. Ci arrampichiamo su per il promontorio. Anna fa fatica, ma non protesta. A ogni passo i piedi sostengono corpi vacillanti su una superficie umida e scivolosa. Quando scorgiamo il mare sull’altro lato dell’Isola appoggio a terra lo zaino, tiro fuori la coperta e ci avvolgiamo sotto. L’attesa è dolce.

Il vento arriva leggero, poi diventa freddo e umido, finché all’improvviso ci schiaccia contro la parete del promontorio. Il buio all’orizzonte si apre a lampi di luce che salgono dal mare fin su nell’oscurità del cielo e scoprono nuvole pesanti sopra un mare ingrossato. Le prime onde si infrangono morbide sui costoni di roccia. Poi via via si fanno rumorose e insistenti.
‹‹Credo che ci siamo. Hai paura?›› le chiedo stringendola a me.
‹‹No!››
Tiro fuori la macchina fotografica. Alla mia sinistra l’acqua si apre a creature leggiadre che solcano la superficie del mare. Si avvicinano all’Isola, le fotografo. Siamo raggiunti da suoni soavi che addormentano i sensi.
‹‹Delfini! Sono delfini!›› sento dire da Anna sottovoce.
Continuo a fare foto. Li vediamo ormai in lontananza che se ne vanno. Un paio tornano indietro, fanno due salti in aria davanti a noi. Alla fine si immergono e, come se ci risvegliassimo improvvisamente da un sogno, non resta nessuna traccia del loro passaggio, se non due cuori agitati.  

Non ci sono parole tra me e Anna e neanche sguardi, impossibili nella notte. Solo sfioramenti. Troviamo la barca alla deriva, incastrata tra le rocce. Mi spoglio e la raggiungo a nuoto, sotto un temporale già preannunciato dai lampi sull’orizzonte. Faccio fatica a remare contro vento. La corrente mi allontana da Anna che urla e si sbraccia. Non tremo e non ho paura di quello che sarà di me. Un’onda mi investe, il mare mi inghiotte. È nero e silenzioso, sotto. Vedo mio padre che mi saluta e si trasforma in una farfalla. Poi riapro gli occhi e sono all’asciutto. Una farfalla svolazza dentro la stanza. Si posa sui capelli di Anna.

Sento una voce; è quella di Sergio il barcaiolo, mi chiede come sto.
‹‹Sento freddo,›› dico.
Più tardi, quando il mio corpo torna caldo, Sergio racconta che Claudio il guardiano gli aveva detto di avermi visto al faro. Quando era arrivato in spiaggia e aveva scoperto che la sua barca non c’era più, aveva capito che ero stato io a prenderla perché ‹‹il tuo sangue è lo stesso di tuo padre. Così, ho preso la barca di salvataggio e vi ho raggiunto››. 

Ora la farfalla si posa sulle mani di Sergio il barcaiolo. Lui la osserva, e in lacrime mi chiede se anche io sento il grido della farfalla. Lo guardo senza capire. Lui continua. ‹‹È stata colpa mia Michè! Se tuo padre non c’è più, è stata colpa mia. Quella notte lo accompagnai con la mia barca. Lui salì sul promontorio da solo. Io dovevo restare a fare da guardia alla barca. Poi quei suoni, quelle luci in lontananza e le sirene che mi chiamavano… Non ho resistito. Ho provato a raggiungerle a nuoto, ma un dolore al petto mi stava tirando giù. Ho urlato. Tuo padre mi ha raggiunto tuffandosi dagli scogli. Mi ha trascinato fin sotto le rocce e non l’ho più visto. Così è andata, Michè, così, proprio così.››

Nel silenzio della baracca che ci ospita qui nell’Isola i singhiozzi di Sergio guariscono le nostre anime. Anna mi assorbe in un abbraccio umido di lacrime. Sergio esce a prendere l’alba. Chiedo ad Anna di portarmi lo zaino. Tiro fuori il fermacapelli e glielo restituisco. Dormiamo per scrollarci di dosso la notte che ha infiammato i nostri cuori. Al risveglio, la farfalla bianca svolazza per un po’ sopra di noi e poi se ne va.

Categories: romanzo a puntate
Alessandro Ribeca: